Vangelo di Matteo 28, 16-20
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"Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente.»"

 

Predicazione tenuta domenica 11 luglio 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Matteo 28, 16-20
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente, dice Gesù. Ed ecco, la parola più importante della Bibbia: ecco. Una sorpresa. Una scoperta. Detta con stupore: ecco. Eccomi, con voi. E noi? Dove siamo? Chi siamo?

Per questo possiamo fare qualche scoperta, vivere qualche sorpresa in queste parole alla fine del vangelo di Matteo, che rileggiamo oggi con stupore.

Ecco: quanto agli undici discepoli… non dodici, ma undici. Il gruppo non è completo. La comunione non è perfetta. Uno manca sempre. Nessuna comunione umana è perfetta. Una frase detta così facilmente, eppure così tremendamente pesante: nessuna comunione umana è perfetta. Eppure noi speravamo… nelle nostre famiglie, nelle nostre amicizie, nelle nostre chiese e confessioni. Le amiamo. Guai se non ci fossero. Ma quel che non dovremmo mai fare è cercare la perfezione in esse. Chi vuol essere perfetto distrugge la vita. Distrugge la sete, il bisogno di Dio. Il bisogno della perfezione. La perfezione chiude. E allora possiamo anche intuire che cosa è che apre: la nostra imperfezione. Non la nostra forza, ma la nostra debolezza. La forza è da ammirare e adorare, oppure da aggirare e da evitare. No, la nostra mancanza. Ecco, uno manca sempre. Solo undici, non dodici. Qui c’è una imperfezione. Una mancanza. Un’apertura. Un posto libero per te. Qui ci sei, qui puoi esserci. Qui c’è bisogno di te. Quanto agli undici discepoli.

Ecco: essi andarono in Galilea, sanno dove andare. Questi discepoli, consapevoli di essere imperfetti, fragili, sensibili, sanno dove andare. Hanno la parola di Gesù. Un orientamento. Una geografia dell’anima. Siamo quelli di Gesù. Andiamo dove vuole lui. In Galilea significa: ritorniamo al suo insegnamento. All’insegnamento della sua vita. Anche tu sei uno di quel Galileo, dice la serva al malcapitato Pietro nel cortile del tribunale, il tuo parlare ti tradisce. Hai qualcosa di quel Galileo, del suo insegnamento, della sua vita in Galilea. Quel che manca nel Credo: tra nacque da Maria vergine e patì sotto Ponzio Pilato non c’è niente. Una mancanza. Anche il Credo non è perfetto. Nessun Credo è perfetto. Ma questa sua imperfezione è la sua apertura: lo spazio per la tua vita che si iscrive, che vive nel Credo. La tua vita con Gesù. Ecco, essi andarono in Galilea.

Ecco: sul monte che Gesù aveva loro designato. Cosa succede quando sali su un monte? Una certa soddisfazione ti dice: ecco, sono arrivato, ce l’ho fatta! Momenti alti della vita. Anche se un piccolo pensiero preoccupante si infila subito: speriamo che non cambi il tempo, speriamo di non cadere, la discesa è ripida… La consapevolezza della propria imperfezione è sempre con noi. Comunque, in alto, si allarga la vista. Scopriamo che anche di là c’è vita. Non siamo gli unici. Gesù ci porta su un monte. Ogni volta che preghiamo. Chiudiamo gli occhi e si apre la vista, la prospettiva. Ecco, siamo i suoi discepoli in questo mondo: sale della terra, luce del mondo. Ma dobbiamo riaprire gli occhi e riscendere nella nostra valle. Nella nostra memoria però l’immagine della vista dal monte rimane impressa dalla bontà del Creatore e dalla bellezza della creazione, la nostra prospettiva di fede è ampia, larga, universale. Non ci perdiamo nelle nostre piccole cose, e nei nostri piccoli affari, nelle nostre piccole ragioni di tutti i giorni. Apparteniamo alla Chiesa universale, alla comunione dei santi, a Dio. Ecco, il monte. Il luogo della rivelazione, della scoperta di Dio, della sorpresa Dio.

Ed ecco: vedutolo, l’adorarono; alcuni però dubitarono. Le nostre chiese rendono visibile Cristo. Immagini imperfette. Comunioni imperfette. Come in uno specchio, in modo oscuro. Di fronte a questo Gesù-con-noi che si vede, male, ma si vede, ci sono due reazioni: adorare o dubitare. Siamo da sempre impegnati su due fronti di dialogo: da un lato, con gli adoratori, cioè il dialogo ecumenico e, dall’altro, con i dubbiosi, i laici, gli agnostici, gli atei. Ma lo stesso dialogo è anche tra noi, tra gli stessi discepoli, sempre ci sono queste due reazioni: adorare o dubitare. E ce li abbiamo dentro di noi: a volte adoro, a volte dubito. Questi due sono gli atteggiamenti dei discepoli di fronte a un Gesù visibile, vedutolo. Forse sono tutti e due errati. Perché si tratta di due conclusioni, due chiusure, due circoli chiusi: quello dei dubbiosi, ma anche quello di chi non ha più dubbi nei confronti dei propri dubbi. Ecco, se voglio tenere le distanze, se voglio allontanare qualcuno ho due possibilità: o lo evito o lo esalto. Pur di non ascoltarlo. O l’adoro o lo metto in dubbio. Così rimango a distanza. Malgrado tutti i nostri tentativi di intensificare e di migliorare la comunione. Rimaniamo a distanza. Il primo passo lo fa Gesù stesso.

Ecco: E Gesù, avvicinatosi, parlò loro. Non un Gesù che si guarda, ma un Gesù che parla. Non un Gesù di cui sentiamo parlare o di cui parliamo, ma un Gesù che parla a noi. Prima che accada questo saremo, anche tra discepoli, sempre divisi tra adoratori e dubbiosi. E, a vicenda, ci accusiamo di essere l’uno o l’altro. Non è importante vedere Gesù, ma ascoltare Gesù. Vedendo Gesù vediamo un uomo come te e come me. Ascoltando Gesù ascoltiamo Dio. E finché noi, finché le nostre chiese ascoltano Gesù, ci saranno. È un grande errore pensare che ci siamo nella misura in cui godiamo di visibilità sullo schermo. Ci siamo nella misura in cui ascoltiamo Gesù. Il primo passo, lo fa sempre lui: E Gesù, avvicinatosi, parlò loro.

Ecco, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. La vista che avevo sul monte non è niente nei confronti di questa parola. Il panorama dal monte era già oscurato dalla preoccupazione di dover riscendere. Prima o poi devo tornare a valle. Questa parola, ancora più grande di ogni visione umana, va oltre, in cielo e sulla terra, illumina anche la valle dell’ombra della morte, e mi dà la voglia, la forza, la prospettiva, la necessaria visione larga per tornare nella mia ristretta vita quotidiana. Mi dà il potere di tornare nella vita quotidiana con tutte le sue insidie. Mi dà il potere vivere quotidianamente. Ecco, un Cristo grande, che tiene in mano il mondo, senza schiacciarlo e senza abbandonarlo. Non un Cristo piccolo che ognuno crede di avere dalla propria parte, e sono sempre gli altri che sbagliano. Ma un Cristo grande che esercita veramente un potere, anche sulla piccola vita di ognuno di noi. Questa parola ti dà potere: il potere aiutare. Il potere ammettere di aver sbagliato. Il potere perdonare. Il potere ascoltare e imparare. Un Cristo che ha il potere di rimandarci nella vita, dalla morte nella vita, in vita, che in-vita, che restituisce la voglia di vivere, ogni giorno, per Cristo, per amore e non per forza.

Ecco: Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, la missione. La nostra storia fatale: fate miei discepoli tutti i popoli, che vuol dire? La CEI traduce: «ammaestrate le nazioni», ecco la chiesa mater et magistra. Ammaestrare, dominare il mondo. Lì batte il cuore romano. Grandezza e gloria. Immagini, slogan, popolo. Che inflazione della parola «popolo» stiamo di nuovo vivendo con i cosiddetti populisti. Ma noi, qui, dobbiamo fare un passo indietro. Ripartire dalle origini del testo biblico. Qui non è ancora in vista il potere cristiano sull’impero. Gesù aveva appena imparato da quella donna straniera cocciuta che insiste - dalla donna cananea - di non essere soltanto mandato dalle pecore perdute d’Israele, ma anche dagli altri, dagli stranieri (Mt 15,21-28). Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli significa: aprite l’insegnamento agli altri. Cioè: invitate altri, di tutte le nazioni del mondo, senza alcuna discriminazione, invitateli a condividere le vostre umane mancanze. Vogliamo sempre dimostrare di essere una chiesa forte e perfetta. Una chiesa vincente per essere convincenti. Popolari e populisti. Pare che funzioni. Per guadagnare il mondo intero. E perdere la propria anima. Una chiesa è invitante solo se è mancante. Siamo una chiesa mancante che ha bisogno. Bisogno di te. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Anche la comunione di Dio non è perfetta, perché è una comunione d’amore che ha la sua imperfezione, la sua apertura nell’umanità, nella croce di Cristo. Altra mancanza del nostro Credo: la parola «amore». Ce la devi mettere tu. La tua vita. La tua Galilea. Con Cristo.

Ed ecco, cosa vuol dire: osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ciò intende il sermone sul monte: Beati voi, voi… siete sale della terra e luce del mondo, ma io vi dico, ma io vi dico… non preoccupatevi, non giudicate, pregate, pregate e tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro… ma io vi dico, ma io vi dico. Ecco, la tua vita con Cristo: una vita vissuta come dialogo e non come dominio, come insegnamento.  Imperfezione. Inquietudine. In cammino con quel Ma-io-vi-dico. Ma c’è spazio, c’è tempo, c’è un margine di «insegnabilità», di discepolato, in questa realtà dominata da immagini, slogan e populismi, da coloro che già sanno tutto e credono di non avere più nulla da imparare da nessuno. Ma io vi dico. Nella tua coscienza, nella tua vita, la tua Galilea.

Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente. E tu, dove sei, tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente? Facilmente ci perdiamo. Perdiamo la nostra anima. Ma basta una parola e la ritroviamo - ed ecco - ci ritroviamo.

Ecco, dove siamo noi e chi siamo noi: in fondo nient’altro che degli eccoci. Siamo delle scoperte. Siamo delle sorprese. Creature della parola. Stupende. Eccoti. Eccomi. Detto con stupore. Eccoci. Con te.

Tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente.

Amen.

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  • Data: Luglio 11, 2021
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