Vangelo di Marco 11, 1-11
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"Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledro d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?" rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua"».

Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide, nostro padre! Osanna nei luoghi altissimi!». Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici."

 

Predicazione tenuta domenica 28 marzo 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Marco 11, 1-11
Predicatore: stud. theol. Marco Agricola

 

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Quelle che la parola biblica ci propone questa domenica, sono parole di gioia. Gesù, l'uomo di Galilea che ha predicato il ravvedimento, la conversione; l'uomo che ha annunciato la vicinanza del Regno di Dio; quell'uomo che non ha solo proferito parole, ma le ha accompagnate con opere portentose, con segni miracolosi; quest'uomo è giunto nelle vicinanze di Gerusalemme.

Secondo l'Evangelo di Marco, dopo la predicazione, dopo il ministero pubblico in Galilea, Gesù giunge per la prima volta alle porte della Città Santa, il cuore palpitante della religiosità di Israele. Lungo il cammino quest'uomo ha raccolto una gran quantità di donne e uomini che, lasciata ogni cosa, lo hanno seguito. Il motivo per il quale alcune persone si sono messi in cammino dietro a Gesù risiede in tutto ciò che possiamo leggere nell'intero testo evangelico che precede l'evento appena narrato. Le parole, l'insegnamento di Gesù e i miracoli compiuti hanno destato in loro stupore e meraviglia; hanno reso il Nazareno in qualche modo attraente, magnetico per il fascino da lui esercitato. Un fascino che, giorno dopo giorno, si è trasformato in una fiamma, in un fuoco appassionante riacceso dopo tanto tempo, dopo una lunga attesa: era il fuoco della speranza. La speranza riposta in un uomo che li aveva chiamati per nome; la speranza in un tempo nuovo in cui le miserie umane, l'oppressione dei potenti di turno sembravano giungere al tramonto.

Questo fuoco interiore cresce in proporzione al cammino di Gesù: per giungere a Gerusalemme bisogna attraversare una regione che geograficamente è il più basso della superficie terrestre; da lì inizia la salita verso il monte Sion: lassù sorge la città dei re, la città del tempio, Gerusalemme, la città della pace e della gloria.

È sotto il segno della pace e della gloria che Gesù di Nazareth si accinge ad entrare nella città: il puledro che gli funge da cavalcatura è al tempo stesso simbolo di umiltà e mansuetudine, ma anche di regalità e glorificazione. Il re d'Israele prendeva possesso del suo trono cavalcando un asino entrando in città circondato dal giubilo del suo popolo. Questo è quanto accade a Gesù: mantelli stesi per la via; tappeti di foglie e canti di gioia incorniciano la venuta del Nazareno. Il fuoco divampante che aveva accompagnato le folle lungo il cammino conferma l'idea che si erano fatti del figlio di Maria e del carpentiere Giuseppe: Gesù deve essere il profeta; Gesù deve essere il messia promesso. Possono affermarlo con un trascurabile margine di incertezza per tutto quello che hanno udito e visto. Ora, finalmente, sono arrivati a Gerusalemme e, se la sua parola è veritiera e i loro occhi non sono stati ingannati, Gesù arriva alla Città Santa per prenderne possesso, per liberarla dall'ostile dominio romano, per restaurare il regno del padre Davide profanato per secoli da invasori e sedicenti monarchi interessati solamente al proprio tornaconto. Tutto questo sta per finire perché viene il re che metterà a posto la situazione.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Tutto intorno è silenzio. Non si odono canti, né grida di giubilo. Gerusalemme, illuminata da una luce rossa ed obliqua del sole al tramonto, si prepara alla notte. La ombre si allungano, la festa è finita: effettivamente non è durata così a lungo. Entrata in città, la folla sembra essersi dileguata, dissolta completamente e Gesù da solo con i si suoi intimi discepoli si reca al tempio. Non c'è nessuno! Nessuno dei capi sacerdoti a fare gli onori di casa; nessuno degli anziani presente per l'accoglienza; nessuno delle autorità civili e militari a rendere omaggio a quell'uomo poco prima osannato e benedetto. Non c'è nessuno, non c'è niente e, per dirla tutta, non è successo un bel niente. Della folla che probabilmente si aspettava un grande sconvolgimento, conseguenza dell'instaurazione del regno messianico, non resta che il nulla, il silenzio e la quiete notturna che si appresta a calare.

Che fine ha fatto quel fuoco ruggente nei cuori di quanti avevano seguito Gesù fin là? Probabilmente era talmente forte che li ha ridotti in cenere. Distrutti dal loro stesso fervore, poiché il carburante che alimentava quella fiamma era di certo altamente reattivo, che però si è consumato in un nuvolone di fumo spazzato via dal vento della disillusione e del disincanto. Ogni speranza ed ogni attesa erano state riposte in Gesù di Nazareth: donne e uomini si erano convinti che la causa valeva la scommessa. La partita è stata giocata e, evidentemente, persa nella totale indifferenza. Di quella processione, di quella via lastricata di mantelli e foglie rimane il ricordo di una giornata un po' diversa; il ricordo di una speranza disattesa; rimane Gesù solo con i dodici nel cortile del santuario. ...entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì...

Gesù sembra roteare sul posto per vedere ciò che lo circonda. Attraverso quello che percepisco come un momento lento e carico di tensione, lo sguardo di Gesù penetra la situazione, penetra ogni cosa: le mura del tempio, le colonne del santuario, i banchi dei venditori e dei cambiavalute rassettati e messi da parte. Prese le misure, il Nazareno non sguaina una spada, non lancia un grido di guerra; non alza gli occhi al cielo e con voce di tuono invoca le schiere angeliche. Fatto il giro di perlustrazione, l'entrata di Gesù a Gerusalemme si compie nel vuoto.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore?

Nei miei ricordi di fanciullo, la Domenica delle Palme è stato sempre un giorno felice. Il vestito bello, le campane che suonavano a festa; le folle eleganti riempivano le strade costeggiate da piccoli banchetti su cui erano posti rami intrecciati di palma, mazzetti di olivo decorati da nastri rossi o ramoscelli verniciati d'argento. Era ed è il preludio della vacanza dalla scuola, dall'università o dal lavoro. Oggi come allora si riaccende in ciascuna e ciascuno di noi un fuoco che riscalda: se si trattasse di un semplice sentimento, di un'emozione, sarebbe tanta effimera da sparire al calar della sera. Qualcosa, tuttavia, accomuna questo calore con quello che ha animato le folle presenti a quell'evento poco più di venti secoli fa. Essa è proprio la speranza di cui abbiamo parlato.

La speranza del cristiano è la certezza che Gesù è "colui che viene" e che venendo porta il Regno di Dio. La sicurezza riposta dalle folle nelle proprie aspettative rispecchia pienamente il vissuto dell'essere umano, credenti compresi; tuttavia Gesù indirizza verso qualcosa che va ben oltre:  semplicemente perché Gesù agisce contrariamente alla loro logica. Conseguentemente, la nostra speranza non si fonda sulle nostre fantasie costruite riguardo a Gesù, bensì sulla fede e la fede poggia sul fondamento della promessa che Cristo ha fatto ai suoi, a noi: egli è colui che viene nella pace e nella gloria.

Seppur fortificati nella fede dalla speranza, non possiamo far a meno che imbatterci e scontrarci con la realtà da ciascuna e ciascuno vissuta: quotidianamente constatiamo e sperimentiamo la disillusione e il disincanto che spensero gli entusiasmi della gente che seguiva Gesù. Noi come loro siamo smentiti nelle nostre aspettative, nella nostra logica troppo umana, nella logica del presente che in realtà sfugge ad ogni nostro controllo.

Il tempo tanto difficile che attraversiamo, non solo per l'epidemia, ma soprattutto per le conseguenze da essa scaturite, agisce come un potente estintore che soffoca la già tanto provata fiammella del cuore che a stento riusciamo a mantenere desta. Intorno a noi è rumore e bombardamento di notizie tragiche – spesso di menzogne destabilizzanti – un rumore che si alterna a un sordo silenzio cui siamo estranei e per niente abituati. E questa mattina siete qui ad ascoltare un predicatore che vi parla di gioia e di speranza? Speranza in cosa? Gioiosi per quale motivo? Che cos'è, in ultima analisi, questa Domenica delle Palme?!

Sorelle e fratelli, questo è il giorno di un'occasione: l'occasione di prendere rinnovata consapevolezza che la vita credente non può ridursi ad una sintesi puntuale tra la gioia iniziale della folla e la disillusione finale. È il giorno in cui cogliere l'occasione per riprendere coscienza che la vita cristiana si gioca tra questi due punti opposti: è come la corda tesa di una chitarra e su questa corda vibrano le nostre esistenze. Una volta pizzicata, a volte essa emette un suono melodioso, altre volte una steccata stonata. In questa tensione ondeggia la speranzosa certezza, mia e vostra. Perché quel che rimane della Domenica delle Palme è il grande silenzio nel cortile del tempio penetrato dallo sguardo di Gesù. L'intero nostro vivere non è un mero susseguirsi di giorni convergente nell'attimo in cui questo corpo si spegnerà. La vita credente è quella che percorre la via di Cristo: non si ferma alla processione festante di Gerusalemme, ma va oltre verso il culmine sulla cima del Golgota su cui si staglia la croce. Attraverso la croce si dischiude la risurrezione e, insieme, formano un binomio inscindibile che getta una luce e una comprensione nuova sul senso della vita di Gesù e, dunque, sulla nostra.

La vita cristiana è movimento, è dinamica fatta di cammino dietro a Gesù e di certa speranza che su questa via avanza il Signore della pace e della gloria. Egli viene incontro a noi tra i fuochi della gioia e del disincanto; egli viene verso di noi con quello sguardo puntato sulla realtà corrotta dell'essere umano. Quello sguardo amabile e pacifico che trafigge la quotidianità, che si paleserà a noi, veramente, nell'incrocio ultimo dell'esistenza. Vedere il volto di Gesù – occhi negli occhi – è  la mia e vostra speranza, corroborata dalla promessa che in Cristo, Dio, il Regno di Dio, si avvicina.

Sì, Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Amen.

Dettagli
  • Data: Marzo 28, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Marco 11, 1-11