Vangelo di Luca 23, 13-23
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"Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: «Avete fatto comparire davanti a me quest'uomo come sovversivo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l'accusate; e neppure Erode, poiché egli l'ha rimandato da noi; ecco egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. Perciò, dopo averlo castigato lo libererò».

[Ora egli aveva l'obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] ma essi gridarono tutti insieme: «Fa' morire costui e liberaci Barabba!» Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. E Pilato parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida finirono per avere il sopravvento."

 

Predicazione tenuta mercoledì 17 marzo 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 23, 13-23
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
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La giustizia umana con le sue lentezze, i suoi impacci e i suoi condizionamenti, alla fine potrebbe anche arrivare alla verità. La giustizia umana è in grado di conoscere la verità. Ma non ha la forza, il coraggio e la volontà per affermarla. L’indipendenza dell’istituzione che giudica e del suo giudizio è, come molti principi della nostra costituzione, un punto d’arrivo e non un punto di partenza. E per certi Stati democratici ed europei, non è nemmeno un punto di partenza: in Francia la magistratura è soggetta al governo. Ora, come abbiamo visto mercoledì scorso, la giustizia umana può aspirare e accertare la giustizia, ma non ha la forza e la volontà di affermarla, di farla trionfare. Pilato convoca l’intera società: i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo. È tutta Gerusalemme a essere rappresentata e tutta Gerusalemme a essere idealmente presente davanti al governatore romano che ancora una volta testimonia dell’innocenza d Gesù. Né Pilato né Erode hanno trovato prove delle accuse che il sinedrio aveva rivolto contro Gesù. Perciò Pilato comunica la sua decisione: per lui Gesù è innocente. Sarà liberato dopo un castigo senza che per questo sia dato un motivo. Possiamo presumere per un oltraggio alla corte, o forse per non aver risposto a tono alle domande del governatore o ancora più probabilmente e più semplicemente per aver costituito un grattacapo. Conosciamo questo tipo di abusi dalle scuole elementari, quando abbiamo visto il bullo punito e il bullizzato almeno rimproverato e colpevolizzato… perché la colpa non è mai tutta da una parte sola, o perché faceva comodo interpretare un suo tentativo di difesa del bullizzato come provocazione rivolta al bullo. Conosciamo bene questo abuso con cui il giudica afferma il proprio arbitrio castigando anche la vittima innocente, tanto per ricordare a tutti che quando l’autorità è costretta a intervenire, comunque c’è un prezzo da pagare anche da parte di chi non ha colpa. Se così fosse andata, Gesù sarebbe stato bastonato e poi rimesso in libertà.

Ecco il primo buco, il primo “vulnus” si direbbe, che la pressione sociale provoca alla giustizia: Pilato aveva l’obbligo – secondo Matteo era una consuetudine, non un obbligo – di liberare loro un carcerato in occasione della festa. Quest’obbligo, nel senso della giustizia dell’epoca, non ha niente a che fare con l’amnistia prevista dai nostri ordinamenti – che tiene conto anche del sovraffollamento delle carceri o di altri fattori che degradano inutilmente la condizione dei detenuti – ma significava soltanto una eccezionale impunità per un criminale che aveva commesso dei delitti. Era una sorta di lotteria popolare che poteva rimettere in libertà un criminale. Quest’obbligo non era altro che un segno ulteriore dell’inefficacia del tribunale umano ad affermare la giustizia accertata.

Per tre volte Ponzio Pilato annuncia il suo verdetto, e per tre volte i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo invocano la condanna a morte di Gesù e la liberazione di Barabba. Un ribelle e assassino. La discutibile amnistia pasquale che dà diritto al popolo di invocare la liberazione di un colpevole viene interpretata nel diritto del popolo stesso di invocare la condanna di un innocente. Secondo Marco, Barabba era stato incarcerato con dei ribelli che avevano assassinato qualcuno durante un tumulto. Un membro di una frangia estrema che cercava di sobillare la popolazione contro i romani e che durante i tumulti attaccava i collaborazionisti. Secondo Giovanni, Barabba era un ladrone. Il nome Barabba in aramaico significa “Figlio del Padre”. I sacerdoti, i notabili e il popolo di Gerusalemme scelgono lui e condannano a morte Gesù, per tre volte. Alla crocifissione, alla pena riservata ai ribelli politici.

Non è questa la sede per affrontare il problema della storicità dell’accaduto. Non ci sono altre tracce storiche di questa consuetudine od obbligo dell’amnistia pasquale, e da altre fonti non pare che il governatore romano fosse un tipo da farsi impressionare e piegare dalla turba. Ma questa catechesi di Luca vuole dirci qualcosa del Barabba che viene salvato, mentre alla fine le grida di condanna contro Gesù presero il sopravvento. Per prima cosa: un rivoluzionario, diremmo oggi, con un nome messianico, Bar-Abbà, Figlio del Padre, viene pubblicamente e ufficialmente (per tre volte) preferito al vero Cristo, al vero Messia. Questa è Storia. I capi e il popolo di Gerusalemme preferiranno un messia che dimostri di poter instaurare il regno di Dio sulla terra qui e ora... sullo sfondo di Barabba c’è la rivolta antiromana del 66 e la disfatta totale di quattro anni dopo. I capi e il popolo di Gerusalemme preferiscono un regno messianico che possono contenere nel loro desiderio e nella loro comprensione, che si veda e che si tocchi, evidente e trionfale. Non un regno invisibile che si afferma ovunque la parola di Dio è obbedita, un regno completamente realizzato dal Messia, vittorioso ma non evidente. Preferiscono un regno risultato della cooperazione umana al progetto. Se ci pensate, questo in fondo è lo stesso motivo per cui ai nostri compagni di liceo e ai professori piaceva Thomas Müntzer e non Lutero. Il regno di Dio come rivoluzione, anzi, come sedizione dovremmo dire, perché fino al Settecento “rivoluzione” è un termine prettamente astronomico. Piace la realizzazione divina e umana, non piace il Gesù davanti alla folla, un insignificante sconfitto che ha guarito degli ammalati, che ha predicato tanto ma non ha cambiato la società, così come non piace Lutero, che per tutta la vita ha tenuto la testa sulla Bibbia e sui libri tra pulpito e cattedra, ma piace Thomas Müntzer, uno che diremmo oggi si è “sporcato le mani” coi contadini in rivolta. Vedete quanto quella folla è dentro ciascuno di noi… In tutto questo, altri due elementi che dobbiamo considerare: Barabba è liberato perché Gesù è condannato. La falsa via messianica può esistere solo perché c’è quella vera. Senza Gesù Cristo, Barabba sarebbe stato crocifisso. Senza le promesse messianiche, non ci sarebbe stata la rivolta giudaica. Senza la Bibbia di Lutero, non ci sarebbe stata la guerra dei contadini. La marcia trionfante quanto sciagurata verso il disastro, che tanto piace, deve comunque la sua esistenza alla verità umiliata. E infine, Gesù Cristo viene trattato dagli uomini peggio di Barabba, peggio dell’assassino, peggio del ladrone. Perché noi potessimo essere trattati da Dio meglio degli angeli.

Dettagli
  • Data: Marzo 17, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 23, 13-23