Vangelo di Luca 23, 1-12
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"Poi tutta l'assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest'uomo che sovvertiva la nostra nazione, istigava a non pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui». Quando Pilato udì questo, domandò se quell'uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch'egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido, e lo rimandò da Pilato. In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti erano stati nemici."

 

Predicazione tenuta mercoledì 10 marzo 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 23, 1-12
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
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Gesù Cristo prigioniero passa di mano, dal potere religioso a quello politico. Il processo del sinedrio è finito, ora è l’autorità politica che deve giudicare questo caso. E appunto viene accusato di crimini politici. E verrà giustiziato nella modalità in cui lo sono stati tutti i ribelli politici all’autorità di Roma. L’autorità religiosa, cioè l’assemblea del sinedrio, ha emesso la sua sentenza e ora si fa accusatrice contro Gesù davanti al potere politico, a Pilato, l’unico ad aver autorità per giudicare e mandare a morte. Il sinedrio, che l’aveva appena giudicato come falso profeta e falso messia, ora comincia ad accusarlo di sovversione e di ribellione. Accuse che sono più ambigue che smaccatamente false, non sono del tutto inventate, ma che sono una realtà camuffata. “Sovvertiva la nostra nazione”: il Vangelo di Cristo, il messaggio che Dio “ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1,52-53) è tecnicamente una “sovversione”, dal Magnificat di Maria in poi. Ma questa “sovversione” non ha come fine la caduta del potere di Roma, ma il regno di Dio. “Istigava a non pagare i tributi” laddove il “Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Luca 20,25) insegnava a pagare le tasse, ma a non sottomettersi al culto del potere terreno. “Diceva di essere lui il Cristo re”, mai detto da Gesù “Io sono il Cristo re”. Lo hanno sempre detto tutti gli altri, all’unanimità, più i nemici che gli amici, più come accusa che come confessione di fede, ma lo hanno sempre detto tutti gli altri di lui, mai lui di se stesso. Insomma, gli accusatori tentano di mettere Gesù nella pessima luce possibile davanti a un funzionario romano che non vuole grane mentre è all’apice della carriera e prima di andare in pensione, non vuole fastidi mentre questa folla di religiosi gli porta quest’uomo accusandolo di essere un disturbatore della pax romana. Ormai la grana del caso è davanti a Pilato. Gli arriveranno continuamente dei messaggi che gli dicono che se non lo condannerà a morte, la grana non potrà che aumentare.

Davanti a Pilato. Che non è il Pilato filosofo dilettante che troviamo nel Vangelo di Giovanni e nemmeno il Pilato di Matteo e Marco, quel Pilato che si meraviglia del fatto che Gesù non dice nemmeno una parola a sua discolpa. Il Pilato di Luca è un freddo ed efficiente ingranaggio della macchina, un perfetto burocrate. “Sei tu il re dei Giudei?”, risposta: “Tu lo dici”. Ai membri del sinedrio aveva risposto: “Voi stessi dite che io lo sono”. La stessa risposta che per il tribunale religioso era risultata come prova inoppugnabile di colpevolezza, davanti al giudice laico e pagano viene interpretata in una presunzione di innocenza. Forse la via d’uscita più comoda è calmare tutti e rimandarli a casa, comunque dopo aver fatto capire che il governatore non aveva gradito di essere stato disturbato? “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo”. Tutti a casa? No, l’accusa insiste, ma ecco una scappatoia. Si tratta di un galileo. Proprio mentre è a Gerusalemme il tetrarca della Galilea, Erode Antipa. Un superbo che non conta niente, ma Pilato, che ha effettivamente il potere e che vuole stare tranquillo, non gli interessa esibirsi come invece fa satrapo orientale senza potere, glielo manda. La superbia di Erode Antipa sarà lusingata nel trattare questo caso. Figlio di Erode il Grande, un non ebreo golpista, adultero professo, furbo e accorto, governava nella misura in cui Roma glielo permetteva.

Davanti a Erode. Il tetrarca non era interessato al giudizio su Gesù, ma soltanto a soddisfare la propria curiosità. Il famoso predicatore e taumaturgo avrebbe tenuto un discorso o, meglio, avrebbe fatto un miracolo davanti a lui? Gli rivolse molte domande, ma Gesù non rispose nulla, mentre i nemici avevano continuato a seguirlo e ad accusarlo. Erode si stancò presto dell’imputato fermo e in silenzio e dello strepito dei religiosi. La sua curiosità verso quello strano personaggio non sarebbe stata appagata, e il suo ruolo o il suo titolo di sovrano sembra allontanarlo da una sincera ricerca della verità Commenta Calvino che: “è cosa rara che nelle aule dei re si abbia il giusto onore di Dio”. Alla fine la vanità di Erode non trova soddisfazione. Gesù viene schernito, vestito di un mantello reale e rimandato a Pilato. Erode non aveva ottenuto altro che un riguardo formale, quello del “Prego, dopo di Lei” da parte del governatore romano, che in questo modo aveva soltanto tentato di sbarazzarsi della gatta da pelare.

In quel giorno Erode e Pilato divennero amici. Ed è il versetto più terribile di questo brano. Un satrapo di provincia e un governatore romano che non avevano nulla in comune. Il primo avrà considerato il secondo un grigio burocrate; il governatore avrà disprezzato il tetrarca come un sovrano da operetta senza potere. Chi li mette d’accordo? Gesù Cristo. Davanti a Gesù Cristo l’indifferenza e il disprezzo, e in ultima analisi l’ostilità, consentono ai due poteri e ai due potenti di comprendersi l’un l’altro. Ecco il processo da parte delle autorità civili, laiche. Queste accertano l’inconsistenza delle accuse, ma non fanno nulla, non si prendono responsabilità, non assumono alcun rischio affinché sia resa giustizia all’uomo indifeso che è davanti a loro. Non c’è il fanatismo, la condanna a priori e sul sentito dire, anzi, sulla semplice accusa affermata come invece è avvenuto nell’aula del sinedrio, ma c’è un cinismo violento. Né Pilato né Erode avrebbero qualche cosa da guadagnare portando alla naturale conseguenza gli accertamenti, cioè che Gesù il Nazareno non è colpevole rispetto alle accuse che gli sono rivolte. Ma la giustizia umana, alla quale nessuna società può rinunciare, è influenzabile a considerazioni di interesse e quindi mai disposta a rischiare se stessa affinché giustizia non sia solo detta, ma anche fatta. I due giudici terreni, tanto diversi e tanto simili, diventano finalmente amici. Quest’amicizia che Voltaire avrebbe definito “complicità”, perché secondo il filosofo, soltanto un uomo virtuoso può conoscere l’amicizia. E quest’amicizia spinge Gesù verso il terzo grado di giudizio. Dopo la condanna del tribunale religioso, la non assoluzione da parte di quello politico, la parola, l’ultima parola sulla vita di Gesù, verrà lasciata al popolo. Due giustizie, quella religiosa e quella civile, si sono pronunciate contro la giustizia di Dio, la prima con una corale e unanime condanna, la seconda con un rinvio a giudizio. Ce n’è abbastanza per preferire la giustizia di questo condannato che è la giustizia di Dio e dubitare di tutte le giustizie che lo hanno giudicato.

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  • Data: Marzo 10, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 23, 1-12