Vangelo di Luca 22, 54-62
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"Dopo averlo arrestato, lo portarono via e lo condussero nella casa del sommo sacerdote; e Pietro seguiva da lontano. Essi accesero un fuoco in mezzo al cortile, sedendovi intorno. Pietro si sedette in mezzo a loro. Una serva, vedendo Pietro seduto presso il fuoco, lo guardò fisso e disse: «Anche costui era con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Donna, non lo conosco». E poco dopo, un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di quelli». Ma Pietro rispose: «No, uomo, non lo sono». Trascorsa circa un'ora, un altro insisteva, dicendo: «Certo, anche questi era con lui, poiché è Galileo». Ma Pietro disse: «Uomo, io non so quello che dici». E subito, mentre parlava ancora, il gallo cantò. E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente."

 

Predicazione tenuta mercoledì 24 febbraio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 22, 54-62

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Finisce la notte e comincia l’ultimo giorno di Gesù. E ci siamo anche noi, con Pietro. Il rinnegamento di Pietro è lo specchio della nostra incapacità. Un rinnegamento totale che rispecchia la nostra totale incapacità. Una pietra tombale sulla fede umana, sulla fede dichiarata, convinta, esibita e decisa, ma… fondata sulla decisione umana. Lo Spirito santo non era ancora stato dato. Con Pietro, all’alba del venerdì santo, la pietra tombale si chiude sopra qualsiasi pretesa umana di originare, di decidere e di gestire la fede in Cristo. Rinnegamento ripetuto tre volte. Quindi rinnegamento totale della decisione umana, della convinzione umana e dell’esaltazione umana al momento del dunque. Pietra tombale su una fede che nascedal nostro cuore e che si concilia con le nostre aspirazioni. Tre rinnegamenti e nella tomba. Gli altri discepoli erano dispersi, scompaiono dall’occhio dell’evangelista. Al canto del gallo, Gesù sarà completamente solo, circondato soltanto da nemici, senza nessuno che abbia ancora un briciolo di fede in lui.

Pietro seguiva da lontano. È l’ultimo dei discepoli che cerca di non abbandonare Gesù, di seguirlo e, come spesso succede a molti, di considerarsi forti e coraggiosi gettandosi in braccio alle tentazioni, dimostrarsi decisi ficcandosi nei guai, dimostrarsi intelligenti ordendo trame complicatissime nella quali poi si resta avvinghiati. Questa sciagurata sopravvalutazione delle proprie forze spinge Pietro non solo a seguire Gesù e la banda che l’aveva arrestato da lontano, ma perfino a mescolarsi con loro mentre aspettavano fuori dalla casa del sommo sacerdote. Chi avrebbe potuto notare Pietro in mezzo al trambusto dell’arresto di Gesù? Chi avrebbe potuto riconoscerlo in piena notte? Chi avrebbe potuto pensare che uno degli amici di Gesù avesse avuto il fegato di intrufolarsi in mezzo alla banda che l’aveva arrestato? Tutte queste sicurezze sulla propria scafatezza, sulla propria intelligenza e sul proprio coraggio si sciolgono al solo udire delle parole di una servetta: “Anche lui era con Gesù”. Non il capitano Ultimo, non il cardinale Richelieu, non Achille. Una servetta, e tutta la costruzione e la considerazione che Pietro aveva di sé e della sua fede vanno in briciole. Davanti alle parole di una serva rinneghi il tuo Signore. La considerazione che l’espressione del coraggio è inversamente proporzionale alla quantità di coraggio è piuttosto antica: durante le persecuzioni dei primi secoli del cristianesimo, molto presto le chiese proibirono severamente l’autodenuncia. Alcuni fanatici, per morire da martiri con la certezza del paradiso, si autodenunciavano all’autorità romana. Però, arrivati al dunque, in numero di abiure tra questi era molto più alto che tra gli altri cristiani che venivano arrestati.Chi si autodenunciava, posto davanti alla morte, più facilmente gettava una manciata di incenso sul braciere sotto l’effigie dell’imperatore di quanto facevano coloro che semplicemente venivano presi. Ricordiamoci: le nostre forze, che autovalutiamo come pronte per grandi imprese, non reggono davanti all’attacco più innocuo. “Dio ci dia le forze per…” non è una frase pia, è la consapevolezza della valutazione sbagliata, troppo alta, che noi abbiamo di noi stessi, delle nostre forze e della nostra fede stessa.

“Donna, io non lo conosco”. E i successivi: “No, non sono di quelli (…), no, non so che cosa stai dicendo”. L’abiura non si presenta come dubbio sulla dottrina, del tipo “Come ha fatto Dio a creare il mondo” o “la morte di Cristo è proprio e veramente un sacrificio di espiazione”. E nemmeno su quegli equilibrismi scettico-dialettici tipicamente italiani, del tipo “Io credo in Dio, ma non credo nella chiesa… Io credo per conto mio” come se Cristo stesse su Marte o se radunasse i suoi fedeli in una cabina telefonica. No, qui la cosa è chiara, è secca. Eri con quel Gesù! No! Sei del suo gruppo. No! Sei delle sue parti, quindi sei dei suoi! No! Gesù rapinato dalla testimonianza che gli dobbiamo, il suo nome lasciato sulla bocca dei nemici, senza difesa, senza onore, senza giustizia. Il peccato più grave che si possa commettere e che è possibile commettere soltanto se si è stati con Gesù, se lo si è ascoltato, se si ha avuto fiducia in lui… Sei di quelli che sono con Gesù? No! Non lo conosco! Quel No è un’esposizione all’infamia del suo nome, che non porta altro che la rovina di chi la pronuncia. Questo è decisivo. Una semplice e ingenua confessione di fede al momento opportuno: “Sei con Cristo? Sei di Cristo?”.

I rinnegamenti di Pietro terminano col canto del gallo. Un canto penetrante, che non può passare ignorato e che richiama immediatamente la memoria di Pietro alle parole di Cristo. Un canto che lo richiama davanti al suo Signore, davanti al quale soltanto è possibile pentirsi. Gesù si volta e guarda Pietro. Il canto del gallo, che annuncia a Pietro e al mondo che la parola di Cristo è verità e che le parole di Pietro e nostre sono deboli, sovrastimate, inefficaci. Senza questo annuncio di giudizio e di verità, Pietro avrebbe continuato a parlare e a rinnegare. Invece, Pietro andò fuori e pianse amaramente. Un pentimento debole, ma sincero. Le sicurezze umane si erano evidentemente sbriciolate e la parola di Cristo aveva vinto. Ma il vinto poteva scappare in lacrime e singhiozzi, mentre il vincitore era completamente in balia dei suoi nemici. Questo è il Vangelo per Pietro all’alba del venerdì santo: Pietro ha seppellito le sue sicurezze di fede sotto una pietra tombale rinnegando per tre volte, quindi rinnegando completamente, e può uscire libero dal luogo in cui ha commesso questo terribile peccato; Gesù ha proclamato la verità sul peccato di Pietro, ma è prigioniero in quello stesso luogo da dove Pietro è potuto uscire. L’annuncio della verità, l’annuncio che la debolezza di Gesù Cristo vince e salva contro tutte le forze umane, tanto quelle deboli e inconsistenti che vogliono mettersi dalla parte del bene quanto quelle potenti e orribili che vogliono servire il male. Davanti al tradimento e alla violenza le forze umane non possono nulla; la debolezza di Cristo nelle mani del nemico è l’unica verità e l’unica salvezza. Nel canto del gallo c’è tutto il Vangelo. Per questo in Svizzera i campanili di tutte le chiese riformate sono sormontati dalla figura del gallo. Mentre Pietro parlava ancora, il gallo cantò. E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente. Gesù è solo, nelle mani dei suoi nemici. Gesù è completamente solo. È l’alba del venerdì santo.

Dettagli
  • Data: Febbraio 24, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 22, 54-62