Vangelo di Luca 22, 39-46
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"Poi, uscito, andò, come al solito, al monte degli Ulivi; e anche i discepoli lo seguirono.

Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate di non entrare in tentazione». Egli si staccò da loro circa un tiro di sasso e postosi in ginocchio pregava, dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta».

Allora gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo. Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra. E, dopo aver pregato, si alzò, andò dai discepoli e li trovò addormentati per la tristezza, e disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, affinché non entriate in tentazione»."

 

Predicazione tenuta mercoledì 3 febbraio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 22, 39-46

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Gli ultimi minuti di libertà. Il vero Salvatore che prega e soffre, umano e solo. La sua umanità davanti a Dio che lotta con se stessa in preghiera per vincere la tentazione, per donare la sua vita in obbedienza e per non conservarla come qualsiasi umano desidererebbe. La volontà umana di Gesù che lotta, che si arrende e si conforma alla volontà di Dio contro la tentazione di affermare se stessa, anche se questa obbedienza dovrà arrivare ad accettare la morte violenta.

Il Signore disse ai discepoli di pregare di non entrare in tentazione, poi si allontanò da loro e si raccolse in preghiera. Affrontava quella tentazione mentre i discepoli dovevano allontanare la loro tentazione con la preghiera, affrontava la più grande delle tentazioni e la affrontava per i discepoli stessi. L’umanità dei discepoli non era in grado di superare la tentazione di Cristo. Vengono lasciati con l’ordine di pregare di non essere condotti nella tentazione e il Signore Gesù Cristo, da solo, si ritrova con la sua umanità davanti a Dio. Chi immagina un Gesù che non condivide la paura e altre umane passioni con il resto dell’umanità, in realtà non crede all’incarnazione. Forse crede a un divino dalla semplice apparenza umana. Invece no. La parola eterna è stata fatta carne. Con l’umanità, il Figlio di Dio assume anche le sensazioni che fanno parte della nostra umanità, e tra queste anche la paura. Una sovrastruttura culturale tenta di coprire la paura della morte. In tutte le morti esemplari e stoiche, tanto presenti nella Storia e tanto presenti soprattutto nella Storia antica – la regina Didone che si immola su un rogo – ecco, in tutte queste c’è sempre una dimensione ideologica, culturale, che vuole combattere la paura della morte. Ma l’essere umano così com’è della morte ha paura, perché è stato creato per non morire. La morte non era nel piano della creazione di Dio. La morte è entrata come conseguenza del peccato. Perciò, il Signore Gesù Cristo ha paura di morire. Gesù ha avuto paura di morire, come ne abbiamo tutti noi. E questa paura viene espressa con le parole della volontà umana di evitare la morte: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”. La paura dell’umanità si fa volontà, la volontà si fa preghiera. Preghiera del Figlio al Padre. Un confronto drammatico, il più drammatico, tra la volontà umana e quella divina, e avviene della persona di Cristo inginocchiato nell’orto del Getsemani. Può un padre non concedere la vita al figlio? Può un padre non voler allontanare tutto ciò che è morte da suo figlio? Questa preghiera non viene esaudita. Al dramma del confronto tra volontà umana e volontà divina su vita e morte, si aggiunge il dramma della più grande preghiera non esaudita. Il Figlio, nel nome del quale noi otteniamo tutto dal Padre, non viene esaudito.

La distanza tra le parole: “Allontana da me questo calice” e “Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta” non è misurabile. La distanza tra quello che vuole l’umanità da Dio, cioè che allontani la morte, e quello che vuole Dio dall’umanità, cioè che abbia convintamente fiducia nella volontà di Dio per affrontare e vincere definitivamente la morte. Una distanza di cui la maggior parte degli esseri umani non vuole fare esperienza, evitandola con un’accettazione pseudocristiana ma in realtà stoica “Era la volontà di Dio che il nostro caro se ne andasse…” oppure con la cieca ribellione: “Dov’era Dio quando il nostro caro se ne andava?” La volontà di Dio non annulla la volontà umana, ma prevale. La volontà di Dio non sfugge il confronto, ma lo accetta e convince. Nella persona di Cristo le due volontà, quella divina e quella umana, si confrontano drammaticamente, in un tempo breve, e la volontà divina prevale e convince: “Non la mia volontà, ma la tua sia fatta”. L’umanità vera, profonda, autentica di Cristo, l’umanità che teme la morte e che vorrebbe allontanare da sé il dolore, questa umanità ripete le parole che Cristo stesso aveva insegnato ai discepoli in una profondità, in una intensità e in una consapevolezza maggiori tra i miliardi di volte in cui tutta l’umanità le la pregate fino ad oggi: “Sia fatta la tua volontà in terra com’è fatta in cielo”. Con queste parole la tentazione è vinta. La volontà umana ha cominciato ha riconoscere la prevalenza della volontà divina, ha cominciato a volere quello che Dio vuole nonostante il prezzo da pagare. Perciò il Signore Gesù Cristo darà volontariamente la sua vita come sacrificio di espiazione per l’umanità.

La tentazione è vinta. Il Signore Gesù Cristo berrà fino in fondo il calice della sua passione e morte. Umiliazione, dolore, tortura, abbandono, e morte. Tuttavia la sua vera umanità riceve la consolazione dal cielo dopo la vittoria sulla tentazione: un angelo compare dal cielo per aiutarlo. Così come gli angeli nel racconto delle tentazioni del deserto nel Vangelo di Matteo, alla fine vennero in suo soccorso. Continua a pregare. Perché la tentazione è vinta, ma la paura non è scomparsa. Ha accettato la volontà del Padre, ma è umano soffrire per questa sorte. E Gesù è profondamente umano, e soffre sapendo che il calice non verrà allontanato da lui. Soffre terribilmente, rigato dal sudore come fosse sangue. Vuole obbedire, ma questo costa la sua vita, e il volerlo costa una sofferenza terribile. La nave della sua volontà è arrivata al porto attraverso la tempesta, ma la tempesta dentro di lui infuria ancora. Gesù ha provato l’angoscia della morte, della peggiore delle morti. Ha conosciuto la nostra angoscia più profondamente di quanto noi stessi la conosciamo.

Trova i discepoli addormentati per la tristezza, “dal dolore” dice il testo greco. Il dolore li aveva tanto storditi che erano piombati nel sonno. Succede, in situazioni molto difficili della vita, succede quando ci si sente in trappola e non si vede l’uscita, succede di addormentarsi e di dormire, come a voler mettere la barriera del sonno tra noi e la realtà. Non il sonno, ma Dio soltanto ci soccorre nell’ora della tentazione. Siamo uniti a Cristo che ha vinto la più grande delle tentazioni in preghiera, addirittura in una preghiera non esaudita, nella quale ha vinto con l’unica possibilità di vittoria che l’umanità ha nella tentazione: la conformazione della propria volontà alla volontà di Dio, volere quello che Dio vuole. La resa della volontà umana alla volontà di Dio è l’unica arma vincente ed efficace contro la tentazione. Per questo occorre comunicare con Dio in preghiera, sfregare la nostra parola che chiede che la nostra volontà sia fatta, con la sua risposta che ci dice che la sua volontà è fatta. Da questa preghiera non esaudita, da questa ora drammatica dipende la nostra salvezza. Perché da questa è dipesa la morte del Signore Gesù Cristo.

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  • Data: Febbraio 3, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 22, 39-46