Vangelo di Luca 22, 24-30
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"Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve. Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.»"

 

Predicazione tenuta mercoledì 27 gennaio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 22, 24-30

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Il mito greco indica quale causa prima della guerra di Troia una mela d’oro posta da Eris, la dea della discordia, davanti alle dee durante il banchetto delle nozze di Peleo e Tetide. Sulla mela c’era scritto “te kalliste”, alla più bella. Qui il pasto è finito, ed è stato il pasto pasquale nel quale il Signore Gesù Cristo ha annunciato la sua morte nel modo più forte, più chiaro e più competo. Poi ha annunciato il tradimento di uno dei discepoli. A questo punto, cioè sulla soglia delle ore più drammatiche, non c’è bisogno di Eris e non c’è bisogno di nessuna mela d’oro con su scritto “to meizoni”, al maggiore. Non occorrono origini, inneschi, seduzioni da fuori, come non c’è bisogno di premi. La domanda “Chi è il maggiore” nasce nel nostro cuore, e nasce sempre come domanda di peccato. Ci indigna pensare alla situazione in cui il Signore Gesù Cristo annuncia la sua morte e il tradimento di un discepolo e tutti i discepoli litigano tra loro per il primato… e poi ci ricordiamo di quante volte, a cadavere caldo, gli eredi litigano, ma non per il denaro, piuttosto per prendere quel qualcosa che conferisce un senso di primato… di quante volte una separazione consensuale precipita nel baratro della giudiziale per il possesso di un aspirapolvere che fa da totem di tutte le frustrazioni e di tutte le inconfessate pretese di ragione di ciascuna parte. E infine anche, ci ricordiamo di quanto avvenuto la settimana scorsa, il tempo di preghiera per l’unità dei cristiani, unità tra separati anche e forse soprattutto separati a causa della rivendicazione di un primato, unità mutila e divisa anche alla tavola del Signore. “Chi è maggiore? Chi è il maggiore?” è la domanda che rompe la comunione anche nella chiesa locale, e non è una domanda che nasce dalla volontà di primato, ma una domanda che la produce. Scatta improvvisamente, e rompe la comunione. Pochi minuti dopo la prima celebrazione della Cena del Signore la comunione dei discepoli è rotta da questa contesa. Pochi minuti, un pelino, e si precipita dal cuore del Vangelo, cioè Gesù a tavola che annuncia la sua morte per la nostra vita, alla tediosa e incorreggibile volgarità dell’orgoglio umano.

Questo peccato, questo peccato radicale che alligna nel nostro cuore proprio quando il dono di Dio si rivela in tutta la sua grandezza, non viene eradicato, viene stravolto, viene rivoltato come un guanto. Nel mondo, chi sottomette è un grande, e gli altri lo devono servire. L’Italia è entrata nella seconda guerra mondiale perché il dittatore disse che gli servivano poche migliaia di morti per sedersi al tavolo delle trattative. Per voi invece, il più grande sia come il più piccolo. Il più grande è quello che si mette a tavola, ma Gesù Cristo, che è il vero più grande, è in mezzo a noi come colui che serve. Nel passo parallelo del Vangelo di Marco, Gesù annuncia anche che è venuto per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti (Marco 10,45), nel Vangelo di Luca questo lo ha già detto, lo ha rivelato con l’istituzione della Cena. Chi è il maggiore? Quanto vali? Quanto valgo? Quanto costa il nostro riscatto? Fossimo rapiti, quanto si chiederebbe per il nostro riscatto? La risposta della Bibbia è: la vita di Gesù Cristo. La vita del Figlio eterno di Dio vale il riscatto della tua vita! Questo è quello che vali tu. E se il Vangelo è questo, e lo è, allora capite perché la vita in Cristo è un mondo alla rovescia, è un mondo dove il più grande è servitore, un mondo in cui il più grande è diacono del più piccolo, e non ne è padrone, un mondo in cui il prossimo viene prima di te, un mondo in cui Dio non è uno strumento di oppressione delle coscienze e della libertà, ma il liberatore, il consolatore, la guida, il Padre buono del Signore Gesù Cristo e il nostro Padre buono. Ci sembra proprio un mondo alla rovescia. I Tessalonicesi pagani gridano contro Paolo e Sila: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui» (Atti 17,6). Ma esiste, esiste in Cristo, per tutti noi, questo mondo alla rovescia.

Dice il Signore Gesù Cristo: “Io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele”. Ai discepoli che hanno perseverato, a tutti quelli che hanno perseverato con Gesù nelle prove, è promesso un regno, è promesso un posto speciale. A quelli che hanno condiviso l’umiliazione, l’abbassamento, la mortificazione. Finire nel fango del mondo con Cristo. E alla fine trionfare con lui. Condividere la sua vittoria, ricevere il regno perché si è uniti a Cristo, alla sua vita e alla sua morte, al suo servire, nel ricevere la sua vita “affinché mangiamo e beviamo alla sua tavola nel suo regno”. Io credo che se nella liturgia della santa Cena fossero previste, prima dell’invio in pace, le parole del testo della predicazione di oggi, la nostra consapevolezza crescerebbe.  Affrontare in Cristo il peggio, l’umiliazione, la croce, per ricevere alla fine un onore oltre quanto possiamo immaginare, condividendo per sempre la familiarità della sua mensa e la sua giustizia.

Ci resta un problema. Dice il Signore ai discepoli: “Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. Seguiranno la predizione del rinnegamento di Pietro, il sonno dei discepoli nel Getsemani, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro. Dov’è allora la perseveranza? È solo nell’opera di Dio in Cristo, nelle parole di Gesù a Pietro: “Io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno”. Qui e solo qui sta la perseveranza che ci porterà alla tavola di Cristo per l’eternità.

Sinodo di Dordrecht, capitolo 5, sulla perseveranza dei credenti, articolo 8: Essi ottengono non per i propri meriti o per le proprie forze, ma per la gratuita misericordia di Dio, di non essere totalmente separati dalla fede e dalla grazia, di non rimanere fino alla fine nelle proprie cadute o perire in esse. Per quanto riguarda loro, ciò non solo può avvenire facilmente, ma avviene senza dubbio; per quanto riguarda Dio, questo non può accadere: poiché il suo consiglio non può mutare, né la sua promessa decadere, né la vocazione secondo il suo proposito essere revocata, né il merito, l’intercessione e la custodia di Cristo tornare indietro a vuoto, né il sigillo dello Spirito Santo può essere vanificato o distrutto.

Ed è soltanto per questo che i discepoli orgogliosi sono resi servi per diventare sovrani.

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  • Data: Gennaio 27, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 22, 24-30