Vangelo di Luca 18, 9-14
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"Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo". Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato»."

 

Predicazione tenuta domenica 15 agosto 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 18, 9-14
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

chi siamo noi in questa parabola, il fariseo o il pubblicano?

Dopo la prima lettura proviamo immediatamente una simpatia per il pubblicano. Ci identifichiamo con il pubblicano.

  1. Il pubblicano

è simpatico, perché è umile, non si mette in posa. Non dice mai «io», ma solo «Dio». La sua preghiera è breve. Si vergogna. Sta a distanza: qualche esegeta ha visto in questa sua distanza una nota negativa nella preghiera del pubblicano, riabilitando in tal modo il fariseo, per poter concludere «sia l’uno sia l’altro», «un po’ l’uno e un po’ l’altro», oppure «né l’uno né l’altro», cosa che non corrisponde alla conclusione di Gesù che prende decisamente posizione in favore del pubblicano, facendo tornare a casa giustificato solo il pubblicano, questo e non quello. Stare a distanza spesso viene già giudicato come qualcosa di per sé negativo: si isola, si auto-isola, non è social. Abbiamo interiorizzato il valore – quasi il dogma – della vicinanza: «bisogna starsi vicini»; spesso basta già dire: «ti sono vicino», o semplicemente: «vicinanza», e sembra che tutto sia a posto. Noi siamo bravi e buoni, perciò, se siamo vicini, è sempre cosa buona. Attenzione però, nell’evangelo non siamo considerati bravi e buoni (voi che siete malvagi – dice Gesù), anche la distanza è un valore: è la distanza che salvaguarda la possibilità dell’incontro e del dialogo fra le persone. Per rallegrarsi del volto di una persona ci vuole una certa distanza. La distanza viene disprezzata da coloro che sognano una unione, una simbiosi, una fusione: un sogno infantile che, evitando ogni crisi, ogni giudizio, rimandando ogni decisione, non matura, non cresce, ma cerca di togliersi ogni responsabilità.

No, anche la distanza è un punto in favore del pubblicano che ritorna a casa, nelle sue relazioni familiari e affettive, nella sua vita, giustificato. È sempre lo stesso, è sempre lui, ma tutto è cambiato dallo sguardo di Dio benevolo su di lui e la sua preghiera al tempio.

A questo punto la nostra simpatia per il pubblicano è venuta un po’ meno. Non è mai simpatico trovarsi nelle vicinanze di persone che sono giuste, che non sbagliano e magari sono pure simpatiche! È sempre preferibile stare con i peccatori. Ma, dal momento che ci identifichiamo con il pubblicano, di fatto, siamo diventati il fariseo della parabola. Se siamo il pubblicano siamo giusti e il fariseo, un po’, incominciamo a disprezzarlo.

Qui dobbiamo scomodare la nostra immaginazione: il nostro ascolto della parabola non è quello dei suoi ascoltatori di allora. Allora nessuno avrebbe provato simpatie per il pubblicano, nessuno si sarebbe identificato con il pubblicano. Era una persona socialmente abietta: un collaboratore con i romani, uno che approfitta dell’occupazione romana, che si arricchisce sulla pelle del proprio popolo, erano i peggiori evasori, corrotti, mafiosi: questi erano i pubblicani.

Noi oggi, nell’ascolto della parabola, ci immaginiamo il fariseo come una persona benestante, venuta al tempio in macchina; mentre il pubblicano è piuttosto magro, barbone, segnato dalla vita, venuto a piedi. L’esatto opposto era davanti agli occhi degli ascoltatori di allora: l’asceta magro e bisognoso è il fariseo, il pubblicano è benestante, ben in carne, della Giudea bene, venuto a compromessi con il potere romano.

Non possiamo dunque identificarci con il pubblicano. Uno: se ci identifichiamo con il pubblicano, di fatto siamo il fariseo; e due: Gesù non racconta questa parabola al pubblicano, ma al fariseo, a certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri. Ecco, la prima chiave d’interpretazione che ci offre l’evangelista Luca. Non possiamo dunque che identificarci con

  1. Il fariseo

che non è umile, ma arrogante. Nella sua preghiera dice sempre io, e mai Dio. La sua preghiera è più lunga, apparentemente corretta, interiore. Si muove a testa alta. Non si vergogna affatto, piuttosto si vanta. Anzi, il suo ringraziamento per quel che è, è sincero. Non c’è alcun motivo di mettere in dubbio che quel che dice non lo abbia fatto veramente. È veramente una brava persona, impegnata al 100%, generosa al di là di quel che la Legge richiede.

Certo, farisei, per gli ascoltatori di allora, erano veramente delle brave persone, delle belle persone. Non erano i fondamentalisti e talebani che ci immaginiamo noi oggi. A loro sarà affidato il destino del resto del popolo dopo la distruzione del tempio. Gesù invece ce li presenta in modo molto polemico. La loro profonda pietà e spiritualità, il loro senso alto di giustizia, nella descrizione di Gesù che accentua l’autoreferenzialità, lo zelo eccessivo, la fissa sulle proprie opere e il disprezzo degli altri, annegano in un mare di orgoglio e ipocrisia.

Questa polemica, quasi caricatura del fariseo ha aperto le porte a una lettura antigiudaica prima e antisemita poi, da parte di una chiesa cristiana che, venendo a patti col potere romano, si è identificata con il pubblicano, ed è in tal modo diventata più farisaica del fariseo.

Gesù non racconta questa parabola genericamente ai farisei. Il fariseo della parabola è un fariseo, e non ogni fariseo, come anche il pubblicano non è ogni pubblicano. Gesù non racconta la parabola a delle categorie, a delle chiese, confessioni o religioni, ma a certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri. Ecco la chiave d’interpretazione evangelica: questi certuni ci sono in tutte le chiese, confessioni, religioni e ovunque, ma – dice Gesù – soprattutto tra le brave persone, tra le persone impegnate, religiose. Che pregano Dio, ma in fondo non gli chiedono niente. Che pregano Dio, ma in fondo non sono minimamente interessate a Dio, bensì solo a sé stesse e gli altri. Che pregano Dio, ma non si confrontano con Dio, invece si paragonano con gli altri. Pregano Dio per fissare Dio sulla condanna dell’altro. Le brave persone, le persone religiose che in fondo non hanno bisogno né di Dio né del prossimo. Questa parabola è una polemica appuntita che ci colpisce al centro, ci spezza il cuore.

  1. E dunque?

Dunque: come si fa si sbaglia. Smarrimento, crisi, vergogna, cuore spezzato, coscienza, Dio. Tutto ciò che vorremmo sempre evitare. È radicato nella nostra natura e nella nostra cultura: la persuasione di essere giusti, di essere brava gente. Da lì a disprezzare gli altri non ci vuole molto. E così c’è sempre qualche «giusto» autodichiarato che ti vuole insegnare come si deve vivere. Una cultura che non si è mai emancipata dal controllo delle coscienze del monastero. Quel che conta non è l’ortodossia, la dottrina, la parola, ma l’ortoprassi, quel che si fa, l’esempio: eh, sì, di questo ci convinciamo vivendo in una cultura imbevuta di cattolicesimo: alla fine è sempre la vita a comandare la coscienza, e non la coscienza a comandare la vita. Una riforma per liberare le coscienze dal tentativo di autogiustificarsi, dal autoconvincersi di essere a posto, di essere giusti, e quindi di poter fare a meno degli altri, e così disprezzare gli altri, usarli per i propri fini, è necessaria ancora oggi, in tutti gli ambiti della vita, anche nelle chiese che portano il nome della Riforma, a maggior ragione a rischio di credersi a posto.

Tutte le situazioni della vita richiedono la memoria di questa parabola: sapersi ancora vergognare di qualcosa, lasciarsi spezzare il cuore, vuol dire avere una coscienza viva, vuol dire sentire il confronto con Dio. Ecco: solo in un cuore spezzato l’amore di Dio può entrare.

E quando questo avviene, possono avvenire cose inaspettate, mai viste, meravigliose. Per esempio: il fariseo e il pubblicano, ora che l’orgoglio del nostro cuore si è spezzato, si potrebbero anche incontrare. Sì, qui, nella parola, nella parabola, nella Bibbia, sono ancora insieme. Non è ancora troppo tardi, possono ancora cambiare, possono ancora incontrarsi.

Questo va forse oltre il testo, al di là della parabola. Ma Dio ci abbassa quando siamo arroganti e ci innalza quando siamo depressi – e questa è la seconda chiave d’interpretazione che ci offre l’evangelista: Dio agisce così perché in fondo vuole che ci incontriamo. Perché è il Dio della pace che non ci lascia in pace, finché non ci sia pace. Lo senti, quando non vai d’accordo con tuo fratello o con tua sorella, senti la resistenza del Dio d’amore, del Dio della comunione che vuole la comunione, e ci fa sentire questa sua volontà. Questa è un’esperienza di Dio che facciamo tutti, tutti i giorni. Di quel Dio che bussa alle porte chiuse dei nostri cuori finché non si spezzino, e il suo amore possa entrare.

O Dio, abbi pietà di noi, peccatori.

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  • Data: Agosto 15, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 18, 9-14