Vangelo di Luca 17, 5-6
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"Allora gli apostoli dissero al Signore: «Aumentaci la fede!» Il Signore disse: «Se aveste fede
quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: "Sràdicati e trapiàntati nel mare", e vi
ubbidirebbe.»"

 

Predicazione tenuta domenica 5 settembre 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 17, 5-6
Predicatore: past. prof. Lothar Vogel

 

Care sorelle, cari fratelli,

questa breve parola di Gesù, trasmessaci nel Vangelo secondo Luca, fa risuonare una delle “grandi” parole della Scrittura: la fede. Questa parola attraversa tutta la Bibbia, dalla Genesi fino all’Apocalisse, ne costituisce quasi il tessuto. Forse è questo il termine che contraddistingue più di ogni altro la Scrittura di Antico e Nuovo Testamento, in confronto con altri testi, con altra letteratura che conosciamo. Ci viene in mente la figura di Abramo, al quale Dio promette, nonostante l’età avanzata sua e di sua moglie, un’ampia discendenza, e quella reazione del patriarca alla promessa divina: “Egli credette al SIGNORE, che gli contò questo come giustizia” (Gen 15,6). E poi, immediatamente dopo, Abramo ubbidisce alla chiamata di Dio, che gli comanda di partire dalla città patria, la chiamata a incamminarsi su un percorso sconosciuto e umanamente imprevedibile. Senza questa partenza, però, almeno come ce lo racconta la Bibbia, non ci sarebbe stato un popolo di Dio, non ci sarebbero stati i frutti della fede nella vita umana di cui la Scrittura ci rende testimonianza.

Ricordiamoci anche che ogni “amen” che diciamo, se lo diciamo seriamente, è un’affermazione di fede, perché è questa la parola ebraica, i cui derivati verbali e nominali sono tradotti nelle nostre Bibbie con “fede” o con “credere”. Quando diciamo “amen”, affermiamo: accolgo con fede quello che ho sentito o condiviso parlando, ci credo, lo faccio mio in una fiducia per la quale in fin dei conti non ci sono sufficienti ragioni di logica. Poiché anche questo aspetto fa parte della fede: è una speranza, se non contro la ragione, comunque non da essa coperta e giustificata. La fede va oltre quello che possiamo ragionevolmente supporre e sperare. E con ogni “amen” ci inseriamo in una comunione di credenti che fanno valere questa prospettiva nelle loro vite.

Anche il Nuovo Testamento è pieno di affermazioni e riflessioni sulla fede. Oltre ai famosi detti dell’apostolo Paolo, con tutto l’impatto che hanno avuto su Martin Lutero e sulla Riforma del Cinquecento, dobbiamo prendere in considerazione i vangeli. Già la denominazione “vangelo”, “buona notizia”, implica che si tratta di un messaggio che chiede, anzi suscita, crea fede in chi l’ascolta. Il brano che oggi ci è proposto distingue nettamente tra il preconcetto di fede portato avanti dagli apostoli e da come Gesù la intende. Gli apostoli, quando chiedono a Gesù di aumentare la loro fede, ritengono che essa sia una sorta di convincimento superiore, in cui si crede in più o in meno, motivo per cui auspicano che i loro convincimenti vacillanti, affetti dal dubbio, possano essere rinforzati. Di per sé, la loro idea è comprensibile, e in fondo anche noi la condividiamo: sentiamo come la nostra fiducia in Dio è una volta più debole e una volta più forte, una volta quasi assente e una volta, forse, quasi totale e rassicurante. Infatti, c’è una dimensione della fede che può, anzi deve essere insegnata, incoraggiata, aumentata, coltivata. Per questo ci riuniamo a culto, per questo facciamo il catechismo e lo studio biblico. Rispondendo, però, Gesù pone un limite a questo preconcetto e lo decostruisce con la metafora del piccolo granello di senape, che sviluppa una pianta grande e forte. Il piccolo granello diventa modello di fede proprio per la sua straordinaria capacità di innescare uno sviluppo, perché questo seme è interamente proiettato verso questo risultato.

Ma come tradurre questa metafora in vita? Possiamo dire che secondo Gesù la fede è qualcosa che non conosce misure maggiori o minori, qualcosa che ti coinvolge interamente. Un detto assai simile di Gesù è conservato in Marco 11,23: “In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto”. Il “dubitare” di cui si parla qui secondo la traduzione italiana, è nel testo greco un “essere scisso”, un “essere diviso” tra parti diverse. Secondo me, questo ci fa capire meglio il senso della metafora del granello di senape: fede vuol dire essere in sintonia con se stesso, fede è in qualche modo coerenza. Inoltre, però, la metafora del granello di senape ci segnala che in fin dei conti la fede non è una scelta: il seme non sceglie quale sorta di pianta nascerà da esso. La “scelta” è un atto in cui chi sceglie è cosciente di alternative tra cui scegliere. In questo senso, la scelta si collega inevitabilmente a una condizione di differenziazione interiore, denominata, appunto, “dubbio” nella traduzione italiana di Marco 11. Si potrebbe dire: fede è coscienza della propria vocazione e destinazione, che in ogni caso sono precedenti a qualsiasi presa di coscienza da parte nostra. Per questo motivo è insita nella fede una dimensione di passività, quasi un abbandonarsi a una ragion d’essere preposta; questa passività partorisce, però, un impegno, con forza quasi inimmaginabile, partecipe della forza creatrice di Dio. Questo aspetto è illustrato qui con il granello, in altra sede invece con le vicende di Abramo e del popolo di Israele.

Secondo la tradizione protestante, la parola della fede, con il modo di vedere la vita umana che deriva da essa, manifesta il senso profondo della Bibbia nel suo insieme, più dei “valori” veicolati dai diversi testi biblici e più del preciso contenuto dei molti comandamenti codificati nelle Scritture. La fede esprime una dimensione delle nostre vita che non si esaurisce né nel ragionamento filosofico, né nella conoscenza scientifica, né nell’aspirazione morale. C’è ancora qualcos’altro: ciò che fa germogliare il granello di senape, ciò che incute speranza ad Abramo, è qualcosa che, oltre un certo avvicinamento, non si può né acquisire, né aumentare, ma si impone per essere vissuto con tutta l’esistenza.

Non illudiamoci: ci sono anche dei fraintendimenti della fede. Oltre a quello già evocato degli apostoli (la fede come una cosa da acquisire in maggiore o minore misura), ciò vale anche per l’illusione secondo cui la fede è una forza divina che potrebbe essere da noi applicata, utilizzata, canalizzata o impiegata per raggiungere un qualche obiettivo. La fede invece si sottrae a ogni strumentalizzazione. Essa non è neanche un rimedio al disagio, alla sofferenza e alla morte, all’infrangersi totale dei nostri progetti e delle nostre speranze. La croce di Gesù resta per noi un richiamo irremovibile a questo riguardo. Lo dobbiamo tenere presente anche quando parliamo delle “guarigioni di fede”. Nessuno mette in dubbio l’importanza dell’accompagnamento e della cura pastorale di persone ammalate, e anche della preghiera con loro e per loro, come momenti in grado di consolarle e di creare sollievo. Tutto ciò si distingue, però, dalla pretesa di poter sostituire la medicina scientifica (azione che a volte ci fa paura ma di efficacia provata nell’alleviare le sofferenze) con il richiamo alla fede e alla preghiera, come è stato fatto negli ultimi mesi anche da rappresentanti evangelici di un certo prestigio a livello globale, ad es. quando si trattava di scoraggiare o perfino deridere le campagne vaccinali contro il Covid-19. In certi momenti mosse del genere mi creano compassione perché nascono dalla totale inaccessibilità dei mezzi che noi prendiamo per scontati e per questo ci possiamo permettere di discreditarli; ovviamente in questi casi la responsabilità morale cade principalmente non su chi parla così ma su una collettività umana che ammette e tollera livelli atroci di disparità. Ma abbiamo anche visto situazioni diverse, in cui il richiamo alla fede è stato concepito come alternativa agli strumenti medici a disposizione, ovvero all’uso di ciò che poteva aiutare le persone. Coloro che lo fanno sono coscienti della responsabilità che si assumono? Qualcuno chiederà perdono, un giorno, per questo abuso del vangelo? Vedremo. In ogni caso, la fede di cui parla la Bibbia, che fa partire Abramo e che è oggetto delle affermazioni di Gesù è un’altra cosa: è un ritrovare l’unità originaria della nostra vocazione creaturale, che è quella di ascoltare la voce vivificante e salvifica di Dio e di dire poi insieme e solidalmente, con speranza, “amen”.

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  • Data: Settembre 5, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 17, 5-6