Vangelo di Luca 15, 1-10
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Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento. «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? Quando l'ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta". Così, vi dico, v'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».

 

Predicazione tenuta domenica 3 luglio 2022
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 15, 1-10
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

qui siamo vicini al cuore dell’Evangelo. Vicinissimi al Padre misericordioso.

Ed è questo cuore evangelico che abbiamo perso. Smarrito. E che dobbiamo ritrovare. Ritrovare un Evangelo che tocca i cuori. In cui il cuore di Dio tocchi i cuori umani. E i cuori umani tocchino il cuore di Dio.

Questo meraviglioso capitolo 15 dell’Evangelo secondo Luca dunque: tre parabole in cui si ritrova quel che era perduto. Una pecora, una dramma, un figlio. Queste tre parabole le possiamo meditare una per una, ma in realtà vanno lette insieme, come la composizione di un’unica parabola. Infatti leggiamo: egli disse loro questa parabola, e poi ne seguono tre.

Prima la pecora, poi la dramma e, infine, il figlio. Anzi due figli, quello minore e quello maggiore. Ecco, qualcosa che non va. Cominciamo qui la nostra ricerca per ritrovare il cuore evangelico smarrito. Qualcosa non va: la pecora era perduta, la dramma era perduta, il figlio minore era perduto – ma il figlio maggiore, dove lo mettiamo? Non era né perduto né ritrovato. Era sempre rimasto con il padre. Ma il suo cuore evangelico, come va?

Mormora, il suo cuore mormora. Contro il padre. Contro il fratello. E contro la festa. Mormora. Come, all’inizio del capitolo, i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola – a loro racconta la parabola. Al figlio maggiore. A coloro che sono sempre rimasti, ma che hanno perso il loro cuore evangelico. Che hanno smarrito il cuore dell’Evangelo. Ma non lo sanno: pensano di essere rimasti sempre fedeli al Padre…

Luca mette l’accento sul ravvedimento. Sulla conversione. Lì batte il cuore evangelico: nella conversione. La prima delle 95 tesi afferma che tutta la vita del cristiano è un pentimento. Tutta la vita una conversione, un ravvedimento, un rivedere… l’Evangelista mette l’accento sul ravvedimento. Ma anche qui qualcosa non va: la pecora non si converte. Anzi, è assolutamente passiva. Una pecora smarrita fuori dal gregge non fa assolutamente niente per aiutare il suo soccorritore.

Ma ancor di più: una dramma non si converte proprio. Beh, però il figlio minore si converte. Ma, a ben guardare il testo, non si converte veramente, piuttosto gioca – con la stessa mentalità di prima – l’ultima carta che gli era rimasta. Ancora una volta, rimane il figlio maggiore. Al figlio maggiore rimane la conversione. L’invito alla conversione. Il Padre che sta vicino, fuori dalla casa, al buio, davanti a lui, con le braccia aperte e un cuore che brucia lo invita a entrare e a partecipare alla festa…

Così Gesù il (futuro) crocifisso sta davanti ai suoi fratelli maggiori a raccontare questa parabola una e trina.

E in questa parabola – come in tutte le parabole – ritroviamo Dio e noi stessi.

Ecco Dio si presenta prima come un pastore che cerca la pecora. Poi come una donna che cerca la dramma. E, infine, come un padre che lascia libero, che aspetta, che accoglie e che con le braccia aperte – come quelle del crocifisso – invita alla festa. È in poche parole tutta la storia di Dio. La forza della parola, la dinamica della parola, alla fine, fa di Dio – del tremendo universale onnipotente Iddio – un padre misericordioso. Lo è sempre stato, il buon pastore, una donna e madre della sua casa e del suo popolo, ma ora, ora sta davanti a te con le braccia aperte e rivolge la sua parola, il suo amorevole invito a te.

Noi invece siamo prima una pecora, poi una dramma e, infine, figli. Figli e fratelli. Siamo prima il figlio minore e, alla fine della triplice parabola, il figlio maggiore. Ecco cosa fa di noi la forza della parola: ci trasforma in figli, in fratelli. Non siamo pecore, né solo un arricchimento o una merce, ma figli, fratelli. È una forza di integrazione, di adozione, ma anche di maturazione. Alla fine siamo, appunto, il fratello maggiore che deve prendere una decisione. Che deve sapere chi è e dove va. E cosa vuole fare da grande. Ma non sa di essere perduto, smarrito.

Invece mormora. Mormora come il popolo nel deserto. Mormora come bambini viziati. Ma non è questo il mormorio con cui abbiamo a che fare qui. Qui il figlio maggiore mormora come adulti seri, interessati seriamente alla gestione, all’amministrazione, alla giustizia riguardo a quel che gli è affidato, come mormoravano i farisei e gli scribi.

Contro chi e che cosa mormorano? Contro Gesù e il suo ministero: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Cioè: Gesù è troppo compromesso, troppo mondano, troppo secolarizzato, troppo poco religioso.

Sì, è davvero una forza potente e subdola, quella forza del mormorio. Non si ferma mai. Va avanti. Anche dopo aver ascoltato la parabola mormora: Perché il pastore abbandona le 99 nel deserto? Perché ha perso la pecora? Non ha fatto attenzione? Perché la donna ha perso tutto quel tempo (chissà quanto!) con una dramma trascurando l’investimento delle altre 9 e fermando in questo modo tutta l’economia? Perché dare tutta quella attenzione ai perduti, agli ultimi arrivati? E infine, appunto: perché ha fatto festa per quello là che ha sperperato l’eredità con le prostitute (questo dettaglio lo sa solo il figlio maggiore!)? In fondo, andavano ripresi tutti, e basta. Ripresi duramente o esemplarmente o giustamente o responsabilmente o cristianamente?

Ecco la forza del mormorio umano. Il mormorio del cuore umano. Il nostro cuore è un cuore che mormora. Ma è proprio questo cuore che mormora al quale Gesù rivolge la sua parola. Gesù racconta la sua parabola al fratello maggiore, ai farisei e scribi che mormorano. La sua parabola entra in dialogo con il nostro mormorio. In discussione. Noi mormoriamo: dipende tutto da noi. E Gesù dice: tutto dipende da Dio. Noi mormoriamo: tutto dipende dalle nostre forze. E Gesù dice: tutto dipende dalla misericordia del Padre. E in questo dialogo, questa discussione, questo dibattito batte il cuore evangelico. Si accendono i cuori per l’Evangelo.

Il cuore evangelico è spezzato tra il figlio minore e il figlio maggiore. In mezzo c’è il padre con le braccia aperte come il crocifisso. Infatti, soltanto in un cuore spezzato l’amore di Dio può entrare.

Avete visto: non sono più io al centro, io fratello minore. Non sono più io al centro, io fratello maggiore. Al centro non sta il mio essere perduto e ritrovato, la mia conversione. Al centro sta la gioia di Dio. Non la mia gioia. Ma la gioia di Dio. Ecco il cuore dell’Evangelo: la gioia di Dio.

Il meraviglioso segreto di questa parabola una e trina. Il meraviglioso segreto dell’Evangelo: la gioia di Dio.

Il nostro mormorio ce l’ha a morte con quella gioia di Dio. È – come abbiamo detto – una forza. Ma anche la parabola di Gesù è una forza capace di trasformarci, di ri-formarci: nella prima parabola siamo prima una pecora smarrita che sente però di un Dio che la cerca amorevolmente ed instancabilmente. Nell’ascoltare la parabola ci identifichiamo poi con questo pastore, con la sua scelta, con la sua azione amorevole ed instancabile. Una pecora smarrita si trasforma in un pastore. Nella seconda parabola siamo prima una dramma senza vita, ma desiderata. Sentiamo Dio come una donna che cerca amorevolmente ed instancabilmente. Nell’ascolto della parabola ci identifichiamo con questa donna. Una dramma si trasforma in una donna. Nella parabola finale siamo prima il figlio minore e poi il figlio maggiore. Ma, alla fine, ci identifichiamo con quel padre che sa lasciare libero, che sa aspettare, che sa accogliere, che sa gioire. Ecco, che sa gioire. Anche quando questa sua gioia viene messa in croce.

Sentite quella forza che ci coinvolge nel ministero di Cristo?

Sentite la forza della scelta di Dio contro ogni mormorio?

Ogni volta che cediamo a questa forza che rimette in moto tutto il corpo, sentiremo nuovamente battere il cuore evangelico, ritroviamo il cuore perduto dell’Evangelo di Gesù Cristo che non è altro che la gioia di Dio.

Amen.

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  • Data: Luglio 3, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 15, 1-10