Vangelo di Luca 13, 10-17
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Gesù stava insegnando di sabato in una sinagoga. Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». Pose le mani su di lei, e nello stesso momento ella fu raddrizzata e glorificava Dio. Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti, ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

 

Predicazione tenuta domenica 21 agosto 2022
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 13, 10-17
Predicatrice: Emanuela Valeriani

 

Gesù guarisce una donna di sabato, un avvenimento eccezionale che ai nostri occhi non ha ragione di creare scandalo. Ma Gesù, un ebreo “osservante” che si reca regolarmente di sabato in sinagoga per pregare e insegnare, compie un gesto normalmente considerato contrario alle prescrizioni della Legge in tema di osservanza del riposo del sabato. Per questo, il capo della sinagoga si indigna contro di lui, ma anche contro la folla che gioisce per quella guarigione.

Ma cosa fa Gesù veramente? Innanzitutto, Gesù guarisce.

Nel farlo, si incontra e si scontra con diversi protagonisti: la donna che viene guarita (vv. 10-13), il capo della sinagoga (vv. 14-16) e la folla (v. 17).

La donna è la protagonista silenziosa di questa storia: non la sentiamo parlare né, tantomeno, chiedere aiuto per la sua condizione. Sta lì, nel tempio, senza poter alzare lo sguardo e questo vuol dire che non può nemmeno alzare gli occhi al cielo, ossia assumere la posizione tipica della preghiera. Una donna malata che, nella società del I secolo, è talmente marginale da diventare invisibile. Infatti, l’evangelista ci dice che è malata da diciotto anni, un tempo lunghissimo soprattutto se si tiene conto dell’aspettativa di vita al tempo di Gesù. Questo vuol dire che quella donna non incrocia lo sguardo di nessuno da ben diciotto anni, nemmeno in sinagoga! L’opinione generale su di lei è quella riportata dal testo dell’evangelo che descrive nel dettaglio non solo le conseguenze fisiche della sua malattia, ma mette anche in evidenza che essa è causata da uno spirito di infermità, espressione usata solo qui in tutto il Nuovo Testamento. Nessuno la vede, nessuno la considera, ma la sua infermità è evidente e nota e in molti avranno anche pensato che avrebbe fatto meglio a rimanere a casa e, soprattutto, a non recarsi in sinagoga in giorno di sabato. Questo è il pensiero, o meglio il giudizio, che senza dubbio impedisce a quanti si trovano nel tempio di vedere e, quindi, di prendere in considerazione quella donna.

La scena che Gesù ha davanti ai suoi occhi mentre insegna è chiara: una donna malata che viene giudicata male a causa della sua malattia e per questo ignorata. Ma non da Gesù, che, invece, la vede. È il primo a volgere lo sguardo su di lei nonostante sia coperta anche fisicamente dagli altri, sia perché è piegata su sé stessa, sia perché non occupa certamente i primi posti, in quanto donna. Ma poiché lei non può accorgersi che Gesù la sta guardando, allora il maestro la chiama per dirle che è guarita e subito dopo la tocca. La malattia e il giudizio degli uomini e delle donne non impediscono a Gesù di vedere il bisogno di guarigione di quella donna, anzi attraverso di lui lo sguardo e la mano di Dio arrivano anche a lei e la guariscono. Finalmente, anche lei può raddrizzarsi e pregare, rivolgendo a Dio una preghiera di lode e di ringraziamento. Possiamo immaginare lo stupore e la gioia di quel momento dovute certamente alla guarigione, ma anche alla comprensione della presenza concreta di Dio in mezzo al suo popolo.

Ma come spesso avviene, c’è sempre qualcuno che deve rovinare la festa! E di solito si tratta di persone che sanno sempre qualcosa di più degli altri, proprio come il capo della sinagoga. La sua preoccupazione per il sabato non gli permette di vedere né la donna malata, né Gesù. Questa è la grande differenza tra lui e Gesù: una differenza di sguardo. Il capo della sinagoga vede solo sé stesso, le sue ragioni e la sua presunta giustizia. La sua reazione, infatti, è piuttosto violenta contro la folla a cui rivolge delle parole impietose: “ci sono sei giorni nei quali è lecito operare; venite dunque in quelli a farvi curare, ma non in giorno di sabato”. È chiaro che egli utilizza la Legge per coprire la sua paura e il suo fastidio per la reazione gioiosa dei presenti e, quindi, per la crescente fama di Gesù come maestro. La Legge viene qui sventolata per la ricerca del consenso personale, proprio come certi rosari e certe Bibbie in molte occasioni oggi.

Non a caso, la risposta di Gesù è altrettanto dura: “Ipocriti! Forse qualcuno di voi, di sabato, non slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? Non era dunque lecito che, di sabato, fosse liberata da questo legame lei che, pur essendo figlia di Abramo, Satana aveva legato già da diciotto anni?”

Anche Gesù si indigna, ma non solo con il capo della sinagoga e, utilizzando il plurale, accusa tutti perché sa bene che non si tratta dell’ipocrisia di uno solo. La parola “ipocrisia” deriva dal linguaggio teatrale, dove si usava semplicemente per indicare la recitazione, ossia la finzione scenica. Ed è proprio il valore negativo della finzione che, già nell’antichità, viene trasferito a questo sostantivo e ai termini che ne derivano.

L’accusa di Gesù, quindi, è un’accusa di menzogna rispetto all’interpretazione della Legge che viene posta come un macigno sulla vita di quella donna e su quella di molti altri che probabilmente si erano recati lì perché malati o in difficoltà. Infatti, ciò che per il capo della sinagoga è osservanza della Legge, per Gesù è ipocrisia perché se è permesso sciogliere un bue o un asino di sabato per farli bere affinché non soffrano la sete e muoiano, tanto più sarà lecito sciogliere “una figlia d’Abramo” per liberarla dal potere del male. Un bel ceffone virtuale alla loro e alla nostra ipocrisia!

Quella donna, impura, invisibile e senza nome per tutti i presenti (neppure l’evangelista ne riporta il nome) non è priva di identità agli occhi di Dio perché è una figlia di Abramo. Gesù, guarendola, le restituisce la dignità di figlia di Dio, quella dignità che il maligno e il peccato degli uomini e delle donne le avevano negato per ben diciotto anni!

L’ultimo protagonista di questa storia è la folla! Quella folla a cui prima si era rivolto il capo della sinagoga rimproverandola di non osservare il sabato, quasi a dire che quello non era il turno giusto per rivolgere la propria preghiera a Dio, ebbene quella stessa folla di fronte alla misericordia di Gesù gioisce perché comprende di essere accolta da Dio con i propri limiti, le proprie difficoltà e il proprio peccato per esserne liberata.

Gesù libera dalla schiavitù del peccato: scioglie da tutto ciò che lega e trattiene gli uomini e le donne impedendogli di alzare lo sguardo a Dio. Nell’ebraismo uno degli aspetti che rende sacro il sabato è proprio il ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Un aspetto da cui deriva anche l’anno sabbatico, un periodo stabilito dalla Legge per la liberazione dai debiti economici e dalla condizione di schiavitù che ne consegue. Alla luce di questo capiamo che Gesù non ha trasgredito il sabato, ma gli ha restituito il suo significato originario di liberazione dalla schiavitù. D’altra parte, Gesù stesso nel suo discorso della montagna – lo abbiamo ascoltato oggi – dice: “Non dovete pensare che sono venuto a sciogliere i vincoli della Legge e dei Profeti; non sono venuto a sciogliere i vincoli, ma a dar loro pieno significato”. Egli non propone una riforma della Legge, ma le restituisce il suo pieno valore mettendo al centro gli uomini e le donne perché essi sono il centro dell’amore di Dio.

Per questo la folla è entusiasta e convinta della corretta applicazione della Legge da parte di Gesù. Chi, invece, lo contesta mette al centro la Legge per continuare a mettere al centro il proprio piccolo potere che non lascia spazio né a Dio né al prossimo.

L’evangelista li chiama “avversari” e il termine greco antikeímenos significa letteralmente “colui che si oppone”, “colui che è ostile”, un significato piuttosto vicino a quello della parola ebraica Satana. Colpisce, allora, che gli avversari di Cristo che si trovano tra la folla siano messi sullo stesso piano di Satana che aveva tenuto legata quella donna attraverso la malattia e che si era opposto alla sua relazione con Dio, impedendole di vivere la gioia di quell’incontro.

Chi si oppone a Dio cerca di porre un ostacolo al suo sguardo di misericordia verso gli uomini e le donne perché in quello sguardo c’è la nostra salvezza, mentre il giudizio dei nemici di Dio schiaccia e condanna la nostra vita.

Quanti sono ancora oggi gli uomini e le donne marginali sui quali pesa la nostra condanna, la nostra indifferenza, ma siamo troppo occupati a giudicare per poterci accorgere che così facendo ci allontaniamo da Dio e decretiamo anche la nostra stessa condanna. Quante sono le donne che ancora oggi nel mondo subiscono la stessa emarginazione della donna curva, sono vendute come viene venduto il bestiame e tutto questo è globalmente noto, eppure rimangono invisibili. Molte di loro per tutta la durata della loro vita. Stiamo attenti ad abituarci a tutto questo o finiremo come coloro che si erano abituati alla presenza della donna curva nella sinagoga senza più interrogarsi, fino a smettere di vederla. E di recente abbiamo avuto la prova di come lo sguardo disinteressato e inerme della folla abbia contribuito all’uccisione di un uomo malato in mezzo alla strada. Uno straniero la cui condizione oggi, nella nostra società involuta, è ben paragonabile a quella delle donne al tempo di Gesù. Donne di cui Gesù vede il dolore, la fatica e l’infelicità e proprio per questo vuole restituire loro quella dignità di figlie di Abramo, di figlie di Dio, che nessun essere umano dovrebbe mai osare togliere a un altro essere umano. Nel Talmud, una raccolta di tradizioni orali ebraiche, si legge: “Attenti a far piangere una donna perché Dio conta le lacrime delle donne”. Il contare, da parte di Dio, anche i dettagli più piccoli che caratterizzano la vita umana si trova anche nel Salmo 56 (v. 9): “I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?” E anche Gesù nel vangelo di Matteo (10,30) afferma in modo simile: “Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio entra nei dettagli della nostra vita, non tralascia nulla e il poter contare ciò che per tutti noi è impossibile da contare esprime la grandezza della sua misericordia. In ebraico, la misericordia di Dio è resa dal sostantivo plurale rachamim che letteralmente significa “uteri”. L’estensione del significato della parola utero alla misericordia di Dio che ci custodisce, proteggendoci e nutrendoci, rappresenta bene il grande amore di Dio per l’umanità. Capite ora la gioia di quella folla nel tempio di fronte a un amore e a una misericordia così grandi?

Infine, c’è un’altra cecità da cui ci mette in guardia questo brano evangelico, ossia quella causata dalla gelosia della guarigione del proprio fratello e della propria sorella, qui attribuita al capo della sinagoga, ma molto simile a quella descritta da Gesù nella parabola in cui il fratello maggiore è geloso della misericordia del Padre verso il figlio che si era perduto dietro a sé stesso. Una cecità che distoglie e allontana dallo sguardo paterno di Dio.

L’ascolto della Parola di Dio, sorelle e fratelli, è il nostro sabato durante il quale lo sguardo del Padre, attraverso Gesù, si posa sulla nostra vita appesantita e affaticata e assolutamente incapace di slegarsi da sola dai vincoli del peccato. Il Culto è quel luogo di libertà in cui finalmente il nostro sguardo incontra quello di Dio che ci viene incontro e ci tocca, uno per uno anche se siamo confusi fra la folla, sia che siamo ricurvi su noi stessi a causa della durezza della vita e del peccato, sia che siamo ipocritamente convinti della correttezza del nostro rigorismo religioso.

La condanna, semmai, è data da dove decidiamo di stare dopo l’incontro con lo sguardo misericordioso di Dio. Sì, perché è la gioia che conclude questo evangelo e non la tristezza del nostro essere sempre uguali. Una gioia donata a tutti, anche agli avversari, ed è anche qui in mezzo a noi e, soprattutto, nonostante noi. Non è la felicità effimera di un piccolo e misero momento di potere personale, ma è la gioia vera del progetto di una vita intera con Dio. Un progetto da custodire, coltivare e condividere sempre perché non è il nostro e non lo possediamo. Per farlo, è necessario uscire dalla logica della contrapposizione con la quale spesso leggiamo e interpretiamo anche la scrittura perché – come abbiamo visto – è una logica di separazione che ci fa vivere isolati, giudicando tutto e tutti, inclusi noi stessi.

Allora, tornando alla domanda iniziale, cosa fa veramente Gesù quel sabato in sinagoga? Cosa fa qui oggi? Riconduce tutti davanti allo sguardo misericordioso del Padre, per essere insieme figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle, salvati da lui e per questo rafforzati davanti ai tanti e diversi avversari che minano la nostra vita, ma che non possono strapparci dall’amore di Dio.

Amen.

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  • Data: Agosto 21, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 13, 10-17