Vangelo di Luca 10, 25-37
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Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s'imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all'oste e gli disse: "Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno". Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni?» Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va', e fa' anche tu la stessa cosa».

 

Predicazione tenuta domenica 11 settembre 2022
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 10, 25-37
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

il buon samaritano. Poche parole, poche storie hanno colpito e svegliato la coscienza umana come quella del buon samaritano. La riascoltiamo oggi perché anche la nostra coscienza si svegli da quella sorta di torpore che la avvolge.

Voglio semplicemente rileggere il testo con voi. Il testo ha due parti: il colloquio tra Gesù e il dottore della legge e appunto il racconto del buon samaritano. Bisogna leggerle insieme. Non esiste un buon samaritano senza colloquio con Gesù. Senza dialogo, senza confronto con la verità e la vita. Caino lo evita, evita il dialogo, il confronto con Dio. E si mette in fuga. In fuga da Dio e dal prossimo. Forse anche da sé stesso. Rimuove Dio e suo fratello Abele mezzo morto per strada. Ma Dio non smette di chiamare l’uomo in fuga, l’umanità in fuga dalla sua responsabilità: Dove sei? Dov’è tuo fratello? Ecco, Dio non ha mai smesso di interpellare le nostre coscienze. Fino al giorno d’oggi. Fino a questo preciso momento.

Il buon samaritano nasce dal colloquio con Gesù, dal colloquio tra un dottore della legge e Gesù. Per noi, la coscienza in fondo è questo: il colloquio, domanda e risposta, con Gesù. Entriamo quindi in questo colloquio con Gesù, invocando lo Spirito Santo a mantenere viva la memoria, anzi, a far rinascere il buon samaritano fra noi.

Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova… anzitutto la distanza, per rimanere nella posizione dell’osservatore, di chi vede e giudica, sempre pronto a fuggire, per appunto metterlo alla prova …e gli disse: Maestro, che devo fare per ereditar la vita eterna? La domanda della vita e della verità. Per una vita vera, autentica. E per una verità viva, vissuta. Cosa devo fare, per ritornare, reintegrarmi nella buona creazione, nel giardino di Dio? Per essere felice e per non aver vissuto invano?

Gesù gli disse: Nella legge – cioè nella Bibbia – che cosa sta scritto? Per avere risposta devi leggere la Bibbia. Non è solo l’opinione dei sacerdoti, leviti, protestanti, evangelisti. Questo è il parere di Gesù: attraverso questa Bibbia tu entri in dialogo, in un confronto con me e quindi con Dio stesso.

Ci vorrebbe un nuovo coraggio biblico fra noi. Il coraggio di affrontare i problemi con questa domanda: Nella legge che cosa sta scritto? non in modo freddo distaccato, non come fuga, ma in modo vincolante, personale: tu, come leggi? Egli rispose: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Risposta da catechismo classico a domande e risposte. Ecco il profondo senso di quei catechismi della Riforma: entrare in questo dialogo, in questo confronto con Gesù, dal quale nasce il buon samaritano. Anche Gesù, anzitutto risponde come uno dei tuoi catechisti di allora: Hai risposto esattamente – ma poi aggiunge con disarmante semplicità, con tutta la semplicità del mondo, o meglio: con tutta la semplicità divina: fa’ questo e vivrai…

Inaccettabile questa grandiosa semplicità divina, per questo egli, volendo giustificarsi – come Caino si giustifica rispondendo alla domanda dov’è Abele, tuo fratello? Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello? A distanza, Gesù alla prova, vogliamo sapere come stanno le cose, per vedere come funziona e se funziona. E allora disse a Gesù: E chi è il mio prossimo?

Non accetta, non accoglie la semplicità di Dio. Anche Dio si deve tradurre, trasformare nelle nostre regole. E qui sta la grande sorpresa, la grazia: Gesù non condanna questo atteggiamento. Rimane in dialogo, continua il confronto, raccontandoci il buon samaritano.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto – la prospettiva del racconto è quella di un uomo ferito, di un uomo mezzo morto. Le prime due parole sono decisive per tutto quel che segue: Un uomo. Gesù vuole che ci mettiamo nei suoi panni. Nel suo caso strappati e insanguinati. Vuole che diventiamo umani. Non qualcosa di straordinario o santo, ma semplicemente umani. Questa è la prospettiva evangelica. Empatia. Vedere la vita dalla prospettiva dell’uomo mezzo morto. E soltanto da questa prospettiva la si vede, la vita. Soltanto dalla prospettiva dell’uomo mezzo morto si vede la verità. Si entra in questa prospettiva attraverso il colloquio con Gesù. Chi prega sa mettersi nei panni degli altri. Ma anche la lettura, leggere storie, romanzi è la scuola dell’empatia, della compassione. Amare qualcuno significa saper sentire con l’altro, conoscere i suoi guai come se fossero i tuoi. Sapersi appunto mettere nei suoi panni strappati e insanguinati. Ecco, perché il buon samaritano nasce dal colloquio con Gesù.

Capita che perdiamo questo dialogo, questo confronto. La lettura, la preghiera. Che perdiamo Dio. Anche con buone ragioni, come Caino e il dottore della legge, siamo quelli che vogliono costruire, educare, «migliorare il mondo», «stare dalla parte dei più deboli», ci dichiariamo solidali, per lavarci la coscienza. Ma non siamo buoni samaritani. Spesso ci riempiamo la bocca con il povero, ma non lo sentiamo. Come ci riempiamo la bocca di Dio senza sentirlo.

Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto – la parte più delicata e più affascinante della parabola è, allo stesso tempo, la più pericolosa: qui si può sbagliare, cioè di fissarci sul sacerdote e sul levita. Il nostro anticlericalismo lo vorrebbe, ma il testo biblico non ha nessuna intenzione di squalificare sacerdoti o leviti tout court. Dobbiamo fare attenzione a non perdere di vista l’uomo ferito. La prospettiva dell’uomo ferito. Non bisogna scandalizzarsi del peccato altrui e dimenticare la propria prospettiva, la propria posizione evangelica in questa storia. Quella dell’uomo mezzo morto. Il sacerdote e il levita lo vedono. Ma lui stesso, forse non si è nemmeno accorto né del sacerdote né del levita. Passavano appunto dal lato opposto. Lasciamoli passare.

Quel che nota il nostro uomo mezzo morto è un altro, perché questo non rimane a distanza, non si dà alla fuga, ma gli passa accanto, si fa prossimo: un samaritano – proprio un samaritano, i più grandi nemici del popolo dai quali bisogna tenersi lontani – che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà – lo vede e lo sente. Sa mettersi nei panni strappati e insanguinati di un altro essere umano. Non in senso che la sofferenza dell’uomo ferito diventi la sua. No, la sofferenza è personale, rimane la tua, e la mia rimane la mia. La mia sofferenza non la capirai mai fino in fondo, se non l’hai provata, e della tua non ne capirò mai abbastanza, se non l’ho provata sulla mia pelle. Ecco, la sofferenza dell’uomo mezzo morto non diventa quella del samaritano, ma diventa il Signore del samaritano. L’autorità che comanda. Il governo della sua vita. Ecco, la sofferenza di un altro può diventare il governo, il Signore della tua vita. La massima autorità della vita è quella della vittima della storia.

E qui il racconto non rimane generico, del tipo: «e l’aiutò». Adesso Gesù racconta dettagliatamente – direi con amore – tutti i passi successivi: avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’oste e gli disse: Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno – tutto questo è importante. Non importa solo che vuole aiutare, importa anche che l’aiuto sia efficace. Non importa soltanto il fatto che aiuta, ma importa anche il modo come aiuta. Il samaritano aiuta, ma non si sacrifica. Non si sacrifica, ma non si risparmia. Il suo aiuto è ben limitato. Definito. Fa quel che può fare. Ma quello lo fa. Mentre, nel doppio comandamento d’amore, l’amore verso Dio è illimitato: con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua ecc. l’amore verso il prossimo è ben limitato, ben definito: come te stesso. Questa è la misura. Il prossimo non è Dio. Ma è pur sempre il prossimo. Se il samaritano l’avesse amato con tutto il cuore e con tutta l’anima, avrebbe dovuto spendere più di quattro ore, più di un po’ di vino e olio, più che fasciare e lasciare due denari. No, non bisogna sacrificarsi. Questo l’ha fatto Gesù. E finché crediamo che la Bibbia dica di doversi sacrificare per altri non faremo mai nulla di buono. Ma non dobbiamo neanche fare meno del buon samaritano. Qui la Bibbia è molto precisa, vincolante, personale: bisogna fare come il buon samaritano. Né di più né di meno. Coloro che si vogliono risparmiare perdono il meglio della vita. Coloro che si vogliono sacrificare perdono ugualmente il meglio della vita. E che cos’è questo meglio della vita? La comunione, la partecipazione, la condivisione. La prospettiva dell’uomo ferito e lasciato mezzo morto per strada, che quel samaritano non dimenticherà mai più.

Adesso cogliamo il profondo senso della domanda finale di Gesù: Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni? Il prossimo del dottor della legge è il suo avversario: il samaritano. Chi si mette nei panni degli altri può ricevere l’amore dal proprio avversario. E quell’amore, dal punto di vista umano (Caino), è l’amore di Dio. Alla fine della predica il dottor della legge lo deve riconoscere: Il mio prossimo è colui che gli usò misericordia, cioè il samaritano, il mio avversario. Gesù gli disse: Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa…

Pregare, dialogare, confrontarci con la parola di Dio che ci insegna a metterci nei panni altrui. Preghiamo per non perdere mai la prospettiva dell’uomo ferito che il buon samaritano non dimenticherà mai più in vita sua.

Amen.

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  • Data: Settembre 11, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 10, 25-37