Vangelo di Luca 1, 46-55
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"E Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore, perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva. Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatte il Potente. Santo è il suo nome; e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su quelli che lo temono. Egli ha operato potentemente con il suo braccio; ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore; ha detronizzato i potenti, e ha innalzato gli umili; ha colmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servitore, ricordandosi della misericordia, di cui aveva parlato ai nostri padri, verso Abraamo e verso la sua discendenza per sempre»."

 

Predicazione tenuta domenica 19 dicembre 2021
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 1, 46-55
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

l’anima mia magnifica il Signore: il Magnificat, il cantico di Maria. Maria ha fatto un’esperienza con Dio. Molto personale, molto intima, unica, tutta sua. Una parola angelica, evangelica l’aveva turbata. La stessa parola è diventata realtà, si è fatta carne, ha cambiato la sua vita. Elisabetta è venuta a visitarla. Ha condiviso questa parola, quest’esperienza di Dio con lei, gliel’ha confermata. E ora Maria canta: l’anima mia magnifica il Signore.

Non è un cantico spontaneo, nuovo, originale. Maria canta quel che aveva imparato: le viene in mente l’episodio biblico in cui ritrova la sua esperienza, quello di Anna che finalmente avrà un figlio, Samuele. A differenza di Anna, Maria non era né vecchia né sterile, ma una semplice giovane ragazza che avrebbe potuto fare figli con suo marito Giuseppe, e ha fatto parecchi altri figli oltre a Gesù. Ma poco importa, le parole del cantico di Anna ora le vengono in mente e le canta. Anche altre parole, salmi, insomma, le parole bibliche che la mettevano in comunicazione con quel Dio di cui parla la Bibbia, con quel Dio che per mezzo della Bibbia parla. È come se tu, per rispondere a un’esperienza personale, intima, unica con Dio, canteresti pezzi degli inni che cantano dentro di te. Come se avessi preso l’innario e cantato un inno. Gli inni del nostro innario sono esattamente questo: in qualche modo fanno riferimento a un testo biblico, a una storia biblica, riprendono espressioni bibliche di salmi e riformano in tal modo un cantico nuovo, che non è nuovo, né originale né spontaneo. Originalità e spontaneità sono categorie moderne, invenzioni nostre: quando un cantico è nuovo, spontaneo, originale, allora sì che è ispirato da Dio; invece, se uno per cantare deve prendere l’innario, non è un vero credente, se uno per pregare deve prendere la Bibbia, recitare un Padre nostro o un salmo, non è un vero credente: sono i dogmi del culto dell’uomo che con Dio non c’entra più niente. Anime che magnificano sé stesse, che esultano in sé stesse. Ma non in Dio.

La semplice ragazza evangelica Maria, dopo un’esperienza penetrante di Dio, cosa fa? Prende la sua Bibbia e l’innario, prega e canta a Dio, come ha imparato a fare, come si è sempre fatto nel popolo d’Israele, fin da Abraamo.

Lo dico, non per sminuire la grandezza del Magnificat, non per sminuire la «Madre di Dio», ma per dirti, che questo cantico non è stato scritto per essere il cantico di Maria, ma per diventare il tuo cantico. Per dare le parole, per dare voce, spirito, anima, mente e forza alle tue esperienze personali, intime, uniche con Dio. Il Magnificat non vuole istituire il culto di Maria, ma il culto evangelico o, se vuoi, cattolico, in senso di tutti e di tutte noi, semplici esseri umani, fertili e sterili, giovani e vecchi, per nulla nuovi, originali o spontanei. Il cantico di Maria celebra il rapporto diretto, personale, intimo, di ogni essere umano con Dio. Senza mediazioni. Fra te e Dio non c’è nessuna chiesa, nessun santo, nessuna santa, nessuna Madonna: L’anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore…

…perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva. E qui siamo al perché, al profondo perché del cantico, della preghiera, della gioia, del rapporto con Dio: Dio ha guardato alla bassezza della sua serva. Ora possiamo dire: Dio ha guardato alla bassezza di tutti noi.

Ecco, lo sguardo di Dio. Penetrante. Uno sguardo che non guarda solo, ma feconda, concepisce, crea vita. Uno sguardo che non solo ha qualcosa di Dio, ma in cui c’è Dio stesso, un’attenzione che impegna, dona tutta sé stessa. Ma con un chiaro obiettivo davanti agli occhi: la nostra bassezza.

Si potrebbe tradurre questa bassezza anche con umiltà. Più avanti gli umili che Dio innalza sono della stessa pasta, della stessa bassezza. Non sono persone che si atteggiano come umili, non sono persone brave e perbene, ma – come dirà più avanti – affamati. Persone che non sanno di essere umili. Persone piuttosto umiliate. Maria non dice: finalmente Dio ha visto la mia umiltà, cioè: finalmente Dio ha notato che sono una brava ragazza, finalmente si è accorto che sono una vergine, la vergine Maria. Hai visto, Dio, quanto sono umile? Hai finalmente notato, Dio, che sono vergine, puro, innocente? Questa è l’interpretazione che si dà da secoli a questo brano. Quest’interpretazione ha riempito le nostre chiese, le nostre città, le nostre gallerie d’arte di una infinità di Madonne con o senza bambino che mettono in mostra la loro purezza e innocenza. Quando Caravaggio ha dipinto la sua Morte della Vergine con una donna matura difettosa umana, il suo quadro è stato censurato dalla Controriforma. Questa immagine dell’innocenza, della possibile purezza umana, ce l’abbiamo dentro di noi, e ci comportiamo anche così: hai finalmente visto, o Dio, che prego che canto che credo che faccio, faccio, faccio, che sono bravo? Hai finalmente capito, fratello mio e sorella mia, che io non ho mai fatto del male a nessuno? Hai finalmente visto la mia umiltà? Qui, un po’ di sana distruzione delle immagini interiori ci vuole.

La chiesa trionfante continua a dipingere le Madonne luminose che guardano con uno sguardo angelico in alto, mentre sotto i loro piedi schiacciano i rispettivi eretici della propria epoca, di norma: Lutero, Calvino, Maometto e il diavolo stesso.

Lutero, nella sua celebre esegesi del Magnificat mette il dito proprio sul perché, sul profondo perché di Dio: Dio ha guardato alla bassezza della sua serva, e parla della falsa umiltà. Mentre re, governi, ricchi, sfruttatori e quant’altri, vengono prima o poi detronizzati e dispersi, i religiosi che si credono credenti, che pensano di aver studiato e capito tutta la Scrittura, che hanno sempre rinunciato, pregato, fatto tutte le buone opere, da credersi, se non umili, ma più umili di altri, se non beati, comunque più beati di altri, se non già santi, in ogni caso un po’ più santi di tanti altri, forse anche negandolo ad alta voce, dichiarandosi peccatori, ovviamente quelli più grandi di tutti: questi, sarà difficile che cambino.

Dio ha guardato la nostra bassezza. Dio guarda in basso. Mentre l’uomo guarda in alto. Lo sguardo di Dio è attratto dalle cose piccole, minime, disprezzate. Lo sguardo dell’uomo è fissato su ciò che è grande, esaltante, apprezzato. Lo sguardo di Dio guarda l’inguardabile. Lo sguardo di Dio vede quel che l’uomo non vede e non vuole vedere. Il nostro sguardo infatti è come quello della Madonna che guarda in alto mostrandosi davanti a tutti umile e innocente e, in basso, sotto i suoi piedi schiaccia tutti coloro che lo mettono in dubbio.

Certo questo sguardo di Dio fa paura: penetra nelle zone d’ombra, nel subconscio, nei nostri traumi, nelle nostre ferite, nel nostro darkweb. Vede l’umanità così com’è, ma guardandola la trasforma: detronizza, disperde. Sempre agisce così, da sempre agisce così: detronizza, disperde l’uomo che guarda in alto, che punta in alto: tutto dev’essere perfetto, spettacolare, puro e santo, sì anche umile. Dopo questa illusione umana, ci sarà la delusione e, infine, l’abbandono, un rimando a mani vuote.

Dio vede tutto. Il rapporto diretto con Dio fa paura, fa temere. In questo tremendo, penetrante sguardo di Dio, e solo in esso, c’è la diagnosi giusta, la cura che mi libera dai traumi e dalle ferite che creano le frustrazioni, i risentimenti e le recriminazioni della mia povera esistenza che, in un modo o l’altro, riverso sugli altri. In questo sguardo tremendo del santo Iddio, e solo in esso, sperimenti la misericordia che innalza e colma di beni la tua esistenza. Di certo, non perché tu li rinneghi, facendo finta di non averli mai ricevuti per apparire più umile. Ma perché ti apri con riconoscenza e gioia, pregando e cantando con Maria, cioè con la Bibbia e l’innario, con Elisabetta che viene a trovarti, con tutta l’umanità e tutte le creature amate da Dio: l’anima mia magnifica il Signore… perché ha guardato la mia bassezza.

E così abbassa anche il mio sguardo. Mi rende attento a ciò che è basso, mi fa trovare Dio in ciò che è basso, sotto i miei piedi, perché abbassato, umile perché umiliato – da me! –, disprezzato dallo sguardo – dal mio sguardo! - umano altezzoso. Le grandi cose me le ha fatte il Potente, Non le devo più cercare io. Non devo più cercare di farle io. Mi posso dedicare a quelle piccole, poco spettacolari, quelle che non si lasciano nemmeno più vendere come «umiltà» sul buon mercato cristiano.

Il grande problema del cantico di Maria, il grande problema dell’anima che magnifica Dio, il grande problema della nostra vita dopo un’esperienza magnifica, esaltante, è il domani: domani, che cosa farò? Che cosa faranno gli umili, oggi innalzati, domani? Che cosa faranno gli affamati, oggi colmati di beni, domani? Che cosa farà Maria domani?

Domani anche Maria avrà dei momenti molto bassi. Lo stesso Gesù non magnificava ed esultava sempre in Dio, ma piangeva, soffriva e moriva anche. Maria, oggi la «Madre di Dio», domani deve accettare di essere «solo» una discepola fra tante, «solo» una testimone fra tanti, «solo» una comune mortale fra tanti altri peccatori. Domani deve fare un passo indietro, senza cadere in depressione. E lo fa. E questa è la grandezza della sua fede. Non la sua verginità, ma la sua fede, questa sì che sarà importante per noi. Non il culto della Madonna, ma la fede di Maria amata da chi ama l’evangelo di Cristo. La fede che non guarda in alto, ma la fede guardata da Dio, quella va avanti anche domani, senza farsi abbattere, senza esaltarsi da grandi ambizioni ed emotività, sentimentalismi o radicalismi religiosi: dentro di te non c’è l’immagine della grandezza umana, ma Gesù Cristo, l’immagine di Dio, alla quale siamo stati creati.

E ricordati: questa fede di Maria non è delegata alla Madonna, ma è la tua fede. D’ora in poi sarai tu a essere chiamata beata, sarai tu a essere chiamato beato. Beati ci chiamerà Gesù a seguirlo, passo per passo, parola per parola, sui suoi passi, sulla sua parola, sulla via del suo evangelo. Sotto lo sguardo di Dio.

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  • Data: Dicembre 19, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 1, 46-55