Vangelo di Giovanni 2, 1-11
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Tre giorni dopo ci fu un matrimonio in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era là. Anche Gesù fu invitato con i suoi discepoli al matrimonio. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

 

Predicazione tenuta domenica 15 gennaio 2023
Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 2, 1-11
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

… e i suoi discepoli credettero in lui. Per credere in lui noi oggi non dobbiamo più cercare segni e miracoli. Basta semplicemente rileggere il testo. Infatti, l’evangelo secondo Giovanni termina con la nota: Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome (Gio 20,30).

Niente segni e miracoli dunque. Per credere, bastano quelli scritti. Questa parola è sufficiente. La Parola basta e avanza. Per avere vita. Non solo per sopravvivere in extremis, ma per avere vita, nel pieno senso della parola: per avere vita. Basta poco. Questa parola basta.

Invece prevale in noi il pensiero che Dio manifesti la sua gloria solo in avvenimenti straordinari. In grandi eventi significativi. Forti emozioni, forti sensazioni. Forse è questa la ragione per cui crediamo di sentire Dio così poco… Questo vale altrettanto laicamente per il prossimo: viviamo in una società di eventi, se non organizzi eventi non ci sei, nessuno ti ascolta, se non crei forti emozioni, forti sensazioni. Risultato: i rapporti diventano più freddi, aumenta l’indifferenza… Dio dev’essere per forza negli eventi straordinari, nelle emozioni, nelle sensazioni forti, Dio ha sempre delle cose più grandi di cui occuparsi, di cose più importanti, di cose più utili… allora smettiamo di pregare, per non disturbarlo con le nostre piccolezze quotidiane… le nostre piccole mancanze… è venuto a mancare il vino! – e pazienza, non casca mica il mondo…

Ed ecco il primo miracolo di cui leggiamo in questo libro. Acqua trasformata in vino. Anzi, in vino buono. Qualcuno l’ha chiamato un «miracolo di lusso». Più futile che utile. In effetti, un miracolo che, più di ogni altro, si presta a delle caricature, più di ogni altro, sì, fa anche ridere… ecco, Dio entra nel mondo, e fa ridere: il grande Dio nel nostro mondo piccolo!

Questo è lo scandalo, la croce: un Dio che fa ridere. Che entra nel mondo pieno di grandi preoccupazioni, grandi problemi, grandi conflitti e dolori, dando un piccolo aiutino per superare un imbarazzo umano, durante una festa in famiglia…

Aliochka, nel capitolo terzo dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, dice: «questo è un passo che mi piace tanto: è il passo delle nozze di Cana, il primo dei miracoli… Ah, questo miracolo, è un così caro miracolo! Non il dolore, ma la gioia degli uomini ha commosso Cristo, questa prima volta che compieva un miracolo: alla gioia degli uomini volle cooperare… chi ama gli uomini ama anche la loro gioia…» Lo dice davanti alla bara aperta della persona più importante della sua vita, la sua guida spirituale nel convento, che tre giorni dopo, lascerà per «stabilire la sua dimora nel mondo». Cristo commosso non solo dal dolore, ma prima di tutto dalla gioia degli esseri umani. Cristo commosso dalla gioia degli esseri umani. Farsi commuovere dalla gioia…

Il moralista ama la serietà mortale, e morirà di serietà mortale. Scandalizzato. Mentre Gesù è a tavola, in allegria, con gli allegri…

Tre giorni dopo… queste tre parole ci bastano per sentire il sottofondo gioioso della risurrezione. Il terreno sul quale sono cresciuti i testi evangelici non è quello in cui saremo sepolti, ma è la nuova terra, la risurrezione, la gioia. «Senza gioia la vita è impossibile».

…ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea… Cana di Galilea tradotto vuol dire: «zelo di confine», il limite dello zelo, il limite dell’industria, il limite delle possibilità umane, il limite della legge, simbolicamente presente con i recipienti d’acqua, per lavarsi e purificarsi. Ecco qui si «adempie» la legge: vengono «riempiti» con l’umanità di Dio, ecco, ancora una volta è Natale:

…e c’era la madre di Gesù… Dio stabilisce la sua dimora nel mondo… e Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze… Gesù, un semplice invitato alle nozze, capitato in mezzo alla vita, in mezzo alla gente, con sua madre…

Venuto a mancare il vino… potrebbe segnare la fine anticipata della festa. Ed ecco il gran momento della piccola Maria: la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. Maria prende attivamente parte alla gioia della sua gente e si prende carico dell’imbarazzo dei suoi, come interprete della realtà. Porta la nostra mancanza davanti a Gesù… e Gesù le disse: Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta. Nella mancanza sentiamo Dio duro, freddo, quasi ostile. Nessuna eccezione, nessun privilegio, nemmeno quello del sangue, nemmeno per la madre di Dio. Ma appunto: questo è il gran momento della piccola Maria: nella mancanza, nell’imbarazzo, nel sentire Dio lontano, duro, freddo, quasi ostile, Maria non si scandalizza. Pur provando probabilmente del dolore, rimane aperta e attiva, positiva e propositiva.

Sua madre disse ai servitori: Fate tutto quel che vi dirà. Maria sente diversamente da come crede. Non si affida ai suoi sentimenti, non si fida dei suoi sentimenti. La sua fede non dipende dal suo sentire, ma dalla Parola di Cristo. Sentire e credere sono cose diverse. Maria sa: Dio comunque è amore. La fede non è il nostro sentire, ma il sentire di Dio.

C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure… ca. 600 litri. È una grande festa, una grande tradizione. La grande tradizione ebraico-cristiana, un po’ svuotata, annacquata, in un’epoca liquida. Cristo è diventato un recipiente vuoto e ognuno ci mette quel che si sente di mettere, ma è sempre acqua, regole di comportamento, utilità, sopravvivenza, chiesa, religione, e ancora chiesa. Qualcuno la scalda con entusiasmo, balli, canti, ma ti puoi girare come vuoi, acqua rimane sempre acqua, acqua calda (meglio che fredda), ma sempre acqua è, senza sapore. Le nostre antiche chiese storiche assomigliano a quelle cisterne screpolate, ai nostri acquedotti con tante perdite.

Ma i servitori vanno avanti, perché continuano ad ascoltare Gesù, come Maria va avanti: Dio è amore anche se mi castiga, Dio è amore anche se non lo sento…

Gesù disse loro: Riempite d’acqua i recipienti… andare avanti con quel che abbiamo: con acqua e fatica. Ma con la sua Parola. E basta. Il lavoro, la fatica quotidiana della Parola, ma fatta bene: Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: Adesso ne attingete e portatene al maestro di tavola. Ed essi gliene portarono. Gesù sceglie un testimone neutro, laico. Uno che però si intende di vino. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua)…i servitori, coloro che vivono secondo la Parola, conoscono il donatore. Ma coloro che non praticano la Parola possono riconoscere il dono, la qualità del dono, la bontà del dono… che i religiosi talvolta si perdono… perché non ascoltano, non considerano i maestri di tavola del mondo, non amano il mondo come Dio l’ha amato.

… chiamò lo sposo e gli disse: Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora. Il testimone laico riconosce la bontà, l’autenticità e l’onestà del dono – contro la sua esperienza del come-fanno-tutti…

Questo primo miracolo in mezzo a un semplice imbarazzo umano di cui ce ne sono a migliaia, Cristo apre uno spazio di libertà, quello dell’arte, della cultura, dell’amicizia, del gioco, del gusto (tutti i nemici dei fondamentalisti)… Non è solo vino che serve, che è utile, per continuare la festa. Ma vino buono, più buono di quello che c’era. Non siamo qui perché abbiamo assaggiato l’utilità della fede, ma perché abbiamo gustato la sua bontà.

Questo è credere: farsi commuovere – come Cristo – non solo dal dolore ma, prima di tutto, dalla gioia degli esseri umani. Perché il nostro destino sarà immancabilmente la gioia. Il buon vino ci sarà alla fine: la gioia più grande ci sta sempre ancora davanti. Siamo predestinati alla gioia. Prima o poi la sentiremo, prima o poi la saremo quella gioia. Gesù propende per il prima. Perché era il primo miracolo che ha fatto. Ecco, il primo di tutti i miracoli, è che tu possa dire con tutto il cuore: Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano (Salmo 4,7).

E come avviene questo miracolo? Basta questa parola. Serbarla in te – come Maria – meditandola in cuor tuo, per stabilire in tal modo anche tu la tua dimora nel mondo tanto amato da Dio.

Dettagli
  • Data: Gennaio 15, 2023
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Giovanni 2, 1-11