Vangelo di Giovanni 12, 20-26
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"Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c’erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, ch’era di Betsaida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà»."

 

Predicazione tenuta domenica 14 marzo 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 12, 20-26

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Tutti si preoccupano della vita. Religioni, politiche, scienze, associazioni umanitarie. Tutti che vogliono difendere, prolungare, migliorare la vita. Chi non è dalla parte della vita? Le religioni vogliono fornirti il senso della vita. La chiesa cattolica difende la vita dal suo concepimento alla sua fine naturale. E tutti diciamo che la vita è la cosa più preziosa che abbiamo… Il Vangelo di oggi non annuncia la vita, ma la morte. La morte di Gesù. Questo è il centro del Vangelo: la morte. Il Vangelo è un messaggio di morte, e solo conoscendo questa morte solo confrontandoti con la morte di Cristo, puoi conoscere la vita vera, la vita donata, la vita eterna. Non hai altre possibilità di vita eterna, di vita altra se non confrontarti con questa morte.

La parola di Gesù rovescia quindi tutte le nostre banalità: per avere la vita, devi perderla. Se tenti di conservarla, allora muori. Devi odiarla per averla, e se invece la ami, la perderai.

Il Vangelo di questa domenica comincia con alcuni greci che cercano Gesù. Probabilmente non erano ebrei, ma proseliti, questo è il termine usato nel Nuovo Testamento per i simpatizzanti che però frequentavano la sinagoga – dove al di fuori del territorio d’Israele si parlava soltanto il greco –  credevano nel Dio vivente, ma tecnicamente non erano ebrei perché rifiutavano di farsi circoncidere. Nel mondo greco-romano la circoncisione era vista come una mutilazione crudele e inutile. Greci, che a casa avevano tutto il sapere, tutta la filosofia, l’epica e la lirica, tutta l’astronomia, la matematica, il teatro e anche lo sport. C’era il meglio di tutto quello che l’umanità aveva prodotto, in Grecia. E questi vengono a cercare Gesù! Vengono a cercare il figlio di un falegname, che parlava in dialetto e che non aveva mai scritto nulla. Allora e oggi, ci sono persone che cercano Gesù e che vengono a cercare Gesù. Questa era anche la prova provata che Gesù di Nazareth era ormai diventato una persona conosciuta, diciamo una persona di fama internazionale. Andrea e Filippo sono gli unici discepoli con un nome greco, e quindi fanno, si direbbe oggi, da mediatori culturali, come si direbbe oggi. Forse fanno la traduzione del colloquio tra Gesù e i greci. E questi stranieri, imbottiti della migliore sapienza sull’origine e sul senso della vita e sull’immortalità, ricevono una parola diversa. Non la sublime e sapiente parola di un filosofo greco, ma quella parola che annulla ogni ricerca umana e si lascia cogliere soltanto come parola pazza, come parola paradossale,come parola unicamente rivelata.

«L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato». Noi sappiamo che cosa sia questa glorificazione, ma i greci e i discepoli non lo sapevano ancora. L’”ora” è l’ora in cui il Figlio di Dio viene inchiodato e muore in una maschera di dolore. Abbandonato da Dio, tradito e rinnegato dai suoi discepoli. Dov’è la gloria? Che cosa c’è di glorioso nella tortura e nella morte di un innocente? Soltanto questo: in questo episodio raccapricciante e vergognoso della giustizia umana, Dio rivela la sua giustizia, che è efficace, anzi che è l’unica giustizia che salva. L’ora della glorificazione: autorità religiose e politiche che si scagliano contro Gesù, i suoi discepoli lo abbandonano, ma quella morte è il riscatto, è il perdono, è la salvezza e la vita non solo di noi che ci consideriamo tutti brave persone, ma di quella gentaglia lì. Il mondo pensa che Dio sia umiliato, e invece è glorificato, perché Dio afferma la sua giustizia nella morte di Cristo contro la parodia della giustizia di Caiafa, di Pilato e della folla. La giustizia di Dio salva nell’ora in cui viene umiliata e crocifissa. Questa è la gloria della croce, la gloria della giustizia di Dio che si manifesta in salvezza, perdono e misericordia in modo totale, ineliminabile ed efficace. Questa gloria è manifestata nella croce di Cristo.

E solo questo Gesù può ribaltare il concetto umano della vita. Per l’umanità la vita è essenzialmente affermazione e possesso, per il Signore Gesù la vita è relazione e dono. La vita dell’umanità è semplicemente “vita”, segue i criteri dell’affermazione e del possesso; la vita di Gesù Cristo, la vita che Gesù Cristo rivela è vita eterna, e segue i criteri della relazione e del dono. “Vita eterna” non significa vita dilatata nell’infinito del tempo, significa vita completa, vita piena, vita che non tramonta mai. Chi ama la sua vita conosce solo la vita umana, e la perderà nel silenzio assordante della morte. Chi la odia, cioè giudica i criteri del nostro vivere che sono quelli di affermazione e possesso, e se ne distanzia, conoscerà l’altra vita, la vita eterna, la vita di relazione e di dono. E per avere questa vita devi seguire il Signore Gesù, devi accettare di essere rivestito delle sue ferite, del suo dolore, del suo disonore, della sua disperazione e della sua morte sulla croce. Se servi Gesù, allora devi essere proprio lì dove Gesù è e andare proprio lì dove Gesù va. Per servire Gesù devi portare la croce ed essere in croce, e Dio ti darà l’onore di partecipare alla gloria che ha manifestato nel suo Figlio. Questo è il percorso di Cristo e di tutti quelli che vogliono portare il suo nome, il nome di cristiani. Conoscere la sua vita e accettare l’invito a parteciparvi, odiare la vita vecchia e i suoi criteri di morte per vivere nella completezza della giustizia e della gloria di Dio.

Il mondo può pensare di essere nella vita, e poi verrà la morte. Così pensiamo tutti. Adesso siamo nella vita, un giorno, speriamo molto lontano, la morte. Allora, niente di più sbagliato. Perché in realtà noi definiamo “vita”, un mescolamento ambiguo di aspirazione alla vita e di realtà di morte. Pensiamo per un momento quanto la morte è presente in questa nostra vita. Non la morte fisica, ma la morte della giustizia, la morte dell’ascolto, la morte dell’amicizia, la morte dell’amore, la morte della speranza. Queste realtà di morte noi le viviamo quotidianamente, e di queste morti noi siamo complici e allo stesso tempo vittime, e comunque determinano, incidono la nostra vita. La vita umana perciò non è sacra. Non ha nessun senso definirla sacra. È mortale, è problematica, è tragica. Quindi, possiamo dire che in questo senso noi non siamo “viventi”, ma siamo “morenti”, perché la morte della nostra vita è presente già adesso. Ora, c’è soltanto una possibilità per ribaltare lo stato di cose: essere in Cristo, trovarsi in Cristo. Quindi morire in Cristo, fare nostra la morte di Cristo, la morte già avvenuta in cui la nostra umanità vecchia può morire per risorgere con Cristo nella vita eterna. Lasciando che la nostra umanità vecchia sia crocifissa con Cristo e che la nostra umanità sia la sua, quella che si è risvegliata con lui il mattino di Pasqua. Essere dove Cristo è. Sulla croce con la nostra morte, nei cieli con la nostra vita eterna. E in effetti, sia il centro della predicazione degli Apostoli: scrive l’apostolo Paolo: “Noi predichiamo Cristo crocifisso” (I Cor. 1,23) sia il significato comunicato dai Sacramenti del Battesimo e della Cena sono prima di tutto morte. La morte di Gesù che non puntella la nostra vita vecchia, ma che risveglia la nostra vita nuova. Siamo chiamati a Cristo, cioè a odiare questa vita mortale in tutti i sensi, nel senso che provoca morte attorno a sé e nel senso che muore essa stessa, e a trovare la vita eterna in lui. Ma com’è questa vita eterna? Possiamo conoscerla? Sì! Questa vita eterna ha regole diverse dalla vita mortale. Primo, non è affermazione, ma relazione. Secondo, non è possesso, ma dono. Non è affermazione perché non esiste da sola, esiste in Cristo e con gli altri. Non è possesso perché la vita eterna non può altro che essere ricevuta in dono ed essere donata. Il Signore Gesù Cristo l’ha ricevuta e l’ha donata, noi la riceviamo da lui e la condividiamo con altri. Relazione e dono. Noi conosciamo queste parole, ma le associamo alla fragilità e all’umiltà, perché la nostra vita mortale è basata sull’affermazione e sul possesso. Ma proprio la relazione e il dono, cioè i frammenti che la nostra vita mortale rifiuta, combatte, disprezza, vengono salvati in vita eterna, e non solo salvati, ma anche esaltati, glorificati, portati in trionfo. Nella vita mortale perdiamo relazioni, doni, speranze. Ogni giorno. La vita eterna è il recupero vittorioso della relazione con Dio e con il prossimo, è il trionfo della vita ricevuta e data in dono. Questo onore siamo chiamati ad accettare e a condividere.

Chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna, chi uccide in Cristo la propria esistenza di morte conosce qui e ora la vita eterna e migliore alla quale è chiamato in Gesù con tutti quelli che hanno parte a lui per mezzo della fede. Senza la sua morte (e senza la nostra morte nella sua), per noi non ci sarebbe alcuna vita nuova. Il Signore Gesù è morto, per noi, e per noi la vita nuova c’è.

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  • Data: Marzo 14, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Giovanni 12, 20-26