Vangelo di Giovanni 11, 17-27
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"Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa.  Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»  Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo»."

 

Predicazione tenuta domenica 14 febbraio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 11, 17-27

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Un amico di Gesù morto, vicino a Gerusalemme. Morto da quattro giorni. Le sorelle in lutto ricevono le visite di condoglianza. Tante volte abbiamo assistito a situazioni simili. Qui siamo dopo il funerale, dopo la chiusura del sepolcro con una pesantissima pietra. È tutto finito. C’è solo tanto vuoto, tanto dolore. Sembra un incubo, non può essere vero, forse le sorelle provano ancora a chiamarlo a mezza voce… Nulla. Nessuna risposta. La morte non dà risposte, la morte non è una risposta.

Il Signore Gesù Cristo dice: «Io sono la resurrezione e la vita» Resurrezione, risveglio, non conservazione. Gli occhi si aprono come nel primo giorno di vita. La resurrezione non è conservazione della vita, è una nascita, una nuova nascita della vita.

La morte nella Bibbia non è la fine della vita biologica. La morte è la fine del rapporto con gli altri e del rapporto con Dio. Morto è colui che non comunica più. Il padre misericordioso dice del figlio prodigo: «Questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita» (Luca 15,24) non intendendo che era come morto, che era morto spiritualmente… no, era davvero morto perché non aveva più rapporti, non era più in relazione con lui. Ovviamente, la morte fisica comporta anche la cessazione dei rapporti, delle relazioni. E tutto questo era tragicamente evidente nel momento più difficile della sepoltura, cioè la chiusura del sepolcro con una grossa pietra, così come lo è oggi per noi nel momento in cui la bara viene chiusa e sigillata. In quel momento ci rendiamo conto che tra noi e il nostro caro c’è una barriera che nessuna forza umana può abbattere. Questo trova Gesù a Betania. Lazzaro, suo amico, è morto e sepolto. Non è una situazione che aspetta il lieto fine. Gesù piange sulla tomba dell’amico. Non ci sono illusioni, non ci sono le frasi banali che sentiamo e diciamo ai funerali, quelle che consolano noi, non quelli che piangono, “Sono sempre i migliori che se ne vanno”, “Sarà sempre vivo nei nostri ricordi”. No. La morte è una cosa seria. Gesù ha pianto sulla tomba di Lazzaro.

Il Signore Gesù dice a Marta: «Tuo fratello resusciterà». La risposta di Marta poi rimanda questo evento all’ultimo giorno. Gli ebrei credevano che Dio avrebbe risvegliato i morti, ma appunto sarebbe stato nell’ultimo giorno, nel giorno del giudizio. E ora? La risposta giusta del catechismo, “risusciterà nell’ultimo giorno” non è di consolazione alla donna, esattamente come un annuncio formale della resurrezione non produce consolazione. “Tua madre, tuo padre, tuo figlio risusciterà”, parliamoci chiaro, questo on ha mai consolato nessuno e non consola. È il tentativo di rinviare sine die il pacco di domande e di angosce che una persona colpita dal lutto legittimamente esprime. È corretto dire che resusciteremo nell’ultimo giorno, ma non consola. E Gesù non voleva affermare questo. Certo, Gesù afferma la resurrezione, ma non quella dell’ultimo giorno. Afferma la resurrezione che avviene quando Gesù farà udire ai vivi e ai morti la sua voce, afferma la resurrezione, il risveglio, la vita nuova che avvengono nell’aldiquà, e che si presentano come anticipi di un dono eterno.

Il Signore Gesù dice: «Io sono la resurrezione e la vita». “Io sono” è la cosiddetta autopresentazione, tipica del Vangelo di Giovanni, ma qui soprattutto è la resurrezione declinata al presente. Passiamo da “risusciterà” a “io sono la resurrezione”. Cristo si presenta non come la resurrezione futura, ma come la resurrezione presente. E perché il Cristo si dichiara “la resurrezione e la vita” e non “la vita e la resurrezione”. La resurrezione non è l’accanimento terapeutico di Dio, così come la vita eterna non è lo stiracchiamento infinito della nostra situazione, non è l’elastico che si tende tantissimo e non si rompe mai. La resurrezione precede la vita. Noi pensiamo che si vive, si muore, e poi c’è la resurrezione, forse, e invece davanti a Cristo troviamo prima la resurrezione e poi la vita. E siccome la resurrezione segue la morte, questo significa che, con Lazzaro, tutta l’umanità si presenta a Cristo resurrezione e vita con un carico di morte. Noi ci definiamo viventi, esseri viventi. In realtà siamo morenti, siamo tutti esseri morenti, perché tutti dobbiamo morire. Siamo morituri, come i gladiatori che combattevano nel Colosseo, a mezzo chilometro da qui. Ma siamo imbrogliati da chi fissa la nostra attenzione sulla vita biologica “dal suo concepimento fino alla sua fine naturale” e da chi nasconde la morte che ci portiamo dentro con distrazioni e divertimenti a poco prezzo. Gesù Cristo dice: «Io sono la resurrezione e la vita, e chiunque crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà mai». Questa è la parola del Cristo, oggi, alla nostra umanità che è l’umanità morente.

E noi siamo davanti alla parola di Cristo, e in ciascuno di noi c’è Marta e c’è Lazzaro. C’è Marta in tanti che piangono per una morte. Vicina o lontana nel tempo, piangono forte, o peggio, piangono in silenzio. Per la morte di una persona cara, per la morte di un rapporto, per la morte della giustizia, per la morte dell’amore, per la morte della speranza. E non c’è nessuna parola umana che può far risorgere questi morti. E c’è Lazzaro in tutti noi, nella nostra condizione. La condizione di chi è morto, perché produce la morte e subisce la morte. L’umanità che inquina il mondo in cui vive, e che perciò muore di inquinamento. L’umanità che mal distribuisce le risorse e che muore di fame o muore di obesità. La morte che può arrivare da un’altra persona, da un nostro caro, in un tempo di pericolo sociale che ci impone distanziamento e prudenza. Ecco, la parola “morte” fa paura a tanti, ma tutti noi la produciamo e la subiamo. Questa è la nostra condizione. E a questa umanità il Signore Gesù dice: «Io sono la resurrezione e la vita». Gesù è il risveglio dalla nostra sciagurata condizione e il cammino verso una condizione nuova. Non sarà. È. Lo è in tutti i modi in cui ciò che è morto si risveglia alla vita attorno a noi e in noi. Lo è quando si risveglia una speranza perduta, lo è quando due che non si parlavano ricominciano a parlarsi, lo è quando un nostro atteggiamento arrogante muore e risorge come atteggiamento umile, lo è quando una piccolissima luce in mezzo al nostro buio pesto basta a farci coraggio. Aspettiamo la resurrezione definitiva nell’ultimo giorno, ma in Cristo l’abbiamo già conosciuta. Queste esperienze umane sono belle, sono importanti ma non sono il fondamento. Perché il fondamento è Cristo, il crocifisso e risorto dai morti, che si fa presente davanti a noi come resurrezione e vita. Questa è la roccia. Le nostre esperienze sono pietruzze, e ci sono grazie alla roccia. E se sperimentiamo in noi frammenti di resurrezione, frammenti di nuova vita, è soltanto grazie al Signore risorto.

Bisogna avere più fede? Bisogna avere moltissima fede? Bisogna far fatica per credere tutto questo? No, l’autopresentazione di Gesù a Marta e la sua domanda: «Credi tu questo?» hanno un fondamento fuori da Marta e fuori di noi. Happy end e nessuno paga il conto? Dio ti ama gratis? Amore per tutti che non costa niente? Scegli Gesù e tutto diventa bello? Come finisce il capitolo? Dopo questo miracolo i farisei decidono di farlo morire. Dopo, non prima. Il prezzo della vita di Lazzaro è la vita di Gesù. Lazzaro può vivere perché il Signore Gesù va a morire. Omettere questo, non proclamare Cristo crocifisso quando si annuncia la salvezza significa dimezzare il Vangelo. Oggi è il Cristo morto e risorto, il Cristo che non ha lasciato ossa secche su questa terra, il Cristo vivente, il Cristo che è lui stesso resurrezione e vita, il Cristo che ha fatto e che ha dato tutto per la tua vita eterna che ti chiede: «Credi tu questo?».

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  • Data: Febbraio 14, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Giovanni 11, 17-27