Vangelo di Giovanni 1, 14
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E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

 

Predicazione tenuta domenica 25 dicembre 2022, Natale del Signore
Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 1, 14 (e Vangelo di Luca 2, 1-20)
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

… e noi abbiamo contemplato la sua gloria. Facciamolo. Contempliamo la gloria. Una sola parola. Gloria. E che parola! Quante volte l’abbiamo già pronunciata, cantata, esaltata in questo culto. Qui ci riempiamo la bocca di gloria. Qui ce l’hanno insegnata quella parola gloria. Fin da piccoli.

Gloria. Una grande emozione. Per esprimere una grande emozione ci vuole una parola grande. Gloria. Il cuore s’innalza. La parola gloria apre il cuore a Dio. La parola gloria crea gioia.

Ma suscita anche paura. Con la gloria si va oltre, si tocca il pericolo. La sapienza dei proverbi dice (18,12): Prima della rovina, il cuore dell’uomo s’innalza – e aggiunge: ma l’umiltà precede la gloria. Con la parola gloria il cuore dell’uomo s’innalza. Diventa orgoglioso. Bisogna essere prudenti con l’uso della parola gloria. Ecco, troppa gloria fa male. Fa paura. Il fascino della parola gloria fa tremare. Gloria fa paura. Quando diventa la gloria di uno stato, di una nazione, di un impero, la gloria di un esercito, la gloria di un’ideologia, la gloria di una dittatura, la gloria di un idolo. Uno splendore che diventa un fuoco che uccide. Soprattutto i più deboli, quelli creduti meno gloriosi.

Questa gloria, la gloria umana, che si acquisisce sul campo della battaglia della guerra, dimentica i bambini nelle mangiatoie e le loro madri, anzi, li uccide.

Gloria è una parola che fa paura. Ma gloria è allo stesso tempo una parola che crea gioia. Senza gloria non si può vivere. Ma è difficile vivere con gloria… e noi abbiamo contemplato la sua gloria.

Nell’Antico Testamento gloria traduce la parola ebraica qabod. Qabod significa peso. Il qabod di una persona è il suo peso. Non in senso corporale, ma di reputazione, fama, ricchezza, influenza, onore. Una persona di peso è una persona importante. La gloria è il tuo peso, la tua importanza. Che cos’è che ti dà peso, importanza, onore? Qual è la tua gloria? E qui siamo di nuovo capitati su un terreno difficile, pericoloso. C’è il rischio di sopravvalutare la propria gloria. Ma c’è anche quello di sottovalutarla. Ci sono persone che creano gioia. Ma ci sono anche persone che fanno paura. È pericoloso contemplare la propria gloria. La parola che stiamo contemplando dice: … e noi abbiamo contemplato la sua gloria. La sua gloria. Non la nostra. Ma la sua.

Quant’è difficile vedere, contemplare, conoscere, riconoscere la gloria, l’onore, l’importanza di un’altra persona. Siamo troppo occupati – e forse preoccupati – per la nostra propria gloria. Ci va un momento di contemplare non la nostra, ma la gloria dell’altro. Bisogna impararlo. La Bibbia ce lo insegna: … e noi abbiamo contemplato la sua gloria.

E quella sua gloria, in origine, intende qualcosa di straordinariamente bello. Luce. Fuoco. Un temporale. Un vulcano. Un cielo stellato. Bellezza pura. Luminosa.

Senza gloria non possiamo vivere, ma vivere con gloria è difficile, è come Dio stesso: senza Dio non possiamo vivere, ma vivere con Dio… non possiamo innalzarci nell’orgoglio, ma non possiamo nemmeno abbassarci nell’insignificanza, nella mediocrità, nel menefreghismo o nella depressione.

La gloria è quindi, in origine, il modo di apparire, il modo di essere di Dio. Talmente bello, talmente splendente, talmente caldo, che non si può vedere senza morire. Bello da morire. Mosè non può vedere che un pallido riflesso della gloria di Dio, da dietro. Da dietro. Dopo. Dopo un po’ di anni cominciamo ad intravedere qualcosa… ma un giorno si vedrà appieno, a faccia a faccia, la gloria del Signore in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.

… e noi abbiamo contemplato la sua gloria. L’abbiamo vista. Non solo vista, ma vista bene. Contemplata. Vista in profondità. Vista con il cuore. La sua bellezza ci ha toccati. Siamo rimasti affascinati. Ce ne siamo innamorati. Ecco, cosa vuol dire contemplare. Non guardare, ma vedere. Gesù diceva: guardate, ma non vedete. Facciamo i guardoni oggi. Guardiamo le persone, senza incontrarle, senza parlare con loro. Guardiamo nelle loro intimità. Intanto non si stabilisce nessun contatto. Nessun affetto. Nessuna amicizia. Guardare senza impegno. Guardate, ma non vedete. Contemplare è un profondo vedere. Con il cuore. Con impegno. Con affetto. Si stabilisce un rapporto. Anche scientificamente è così: la luce è materia. Quel che guardi lo tocchi. C’è un rapporto fine fine fine tra te e quel che guardi. Fine fine fine. Ma c’è. E di nuovo la gloria: non troppa, ma neanche troppo poca! Vivere con gloria. Nel nostro piccolo. Vivere con gloria, anche se si vive in una stalla. Perché anche la vita nella stalla ha la sua bellezza, la sua gloria.

Dio, la sua gloria, l’ha messa in una mangiatoia. Dio, la sua gloria, la si vedeva in Gesù. Cioè non la si vedeva. Era nascosta in un falegname di Nazaret. In una persona che leggeva la Bibbia, rifletteva la parola, pregava, guariva e moriva alla croce. L’evangelista dirà: veniva glorificato alla croce. Là, alla croce, si vedeva la sua gloria. La bellezza, il fuoco, lo splendore del suo amore. Laddove noi non l’avremmo mai cercata. La gloria di Dio si contempla nelle persone alle quali è stata negata ogni gloria.

Ed ecco qual è il nostro compito: glorificare. Anche qui basta una sola parola. Glorificare. Dare gloria a chi è stata negata ogni gloria. Dargli gloria. Dobbiamo gloria a coloro ai quali è stata negata la gloria: a Dio e al mio prossimo. E chi gliel’ha negata? Io. Una sola risposta è possibile: io.

Quando i pastori stavano lavorando e guardando il loro gregge, si presentò l’angelo, l’annuncio della parola di Dio a loro, e Luca racconta (2,1-20): la gloria del Signore risplendé intorno a loro. Poi sono gli angeli a cantare: Gloria a Dio! E, alla fine, dopo aver visto tutto quello che l’angelo gli aveva annunciato, i pastori tornarono indietro, glorificando Dio. Probabilmente cantando il canto degli angeli che non riescono più a togliersi dalla testa e dal cuore.

Così anche voi, cari pastori. Sì, pastori siete. Non pecore, ma pastori. Abbiate cura della parola. Della parola gloria. Che risplenda intorno a voi. Non fatela mancare a chi viene in contatto con voi. Intanto la gloria del Signore non la si può tenere né consumare per sé. Perché è un fuoco che brucia.

Gloria, all’origine significava: peso. Qual era già la legge di Cristo? Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete la legge di Cristo. Oggi ti è stata affidata la gloria di Dio e la gloria del tuo prossimo. La tua gloria, l’hai affidata a Dio, e al tuo prossimo. Con la gloria è come con i pesi, come con i doni dello Spirito: la mia gloria, non ce l’ho io, ma tu. Tu hai la mia gloria. E la tua gloria, non ce l’hai tu, io ho la tua gloria. In questo senso corale (il coro degli angeli e i pastori tutti insieme) sei un pastore, una pastora, un ministro della parola gloria. Un ministro della gloria. Un messaggero, in greco: un angelo della gloria. Un angelo non si fa pesare, non mira alla gloria propria. Tu sei un angelo della gloria di Dio. Non di più. Ma neanche di meno. Tu sei un figlio, una figlia di Dio. Non di più. Ma neanche di meno. È davvero un compito glorioso, anzi una vita gloriosa, spesa per farlo sentire a qualcuno – forse a chi non è stato detto mai: tu sei un figlio di Dio, tu sei una figlia di Dio! Tu sei un angelo di Dio! In Cristo Gesù. Amen.

Dettagli
  • Data: Dicembre 25, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Giovanni 1, 14