Lettera ai Romani 10, 8-17
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La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede che noi annunciamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo."

 

Predicazione tenuta domenica 26 settembre 2021
Testo della predicazione: Lettera ai Romani 10, 8-17
Predicatore: pastore Winfrid Pfannucke
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo. E se uno è sordo? Se non sento, non posso sentire la parola di Cristo e dunque non posso avere fede. E se uno è sordomuto? Non può confessare Gesù come Signore con la bocca; se sono sordomuto non posso invocare il nome del Signore, e dunque non sarò salvato? Mi rimarrebbe ancora la vista per vedere la bellezza dei piedi di quelli che annunziano buone notizie. Ma, certo, potrei rimanere anche cieco. E tutto questo discorso sprofonda nell’oscurità del non senso, e finisce lì.

Lì invece inizia. Inizia nel capitolo precedente, il capitolo 9 della lettera ai Romani, proprio perché qualcuno è sordo e non sente la parola dell’Evangelo, proprio perché qualcuno non confessa Gesù invocando il suo nome, perché qualcuno rimane cieco per la bellezza della predicazione apostolica. Beh, c’è sempre qualcuno che è contro. Ma in questo caso sono i tuoi, gli ebrei come Gesù, come Paolo, fratelli della tua stessa carne. I tuoi fratelli, i tuoi parenti, i tuoi amici, le persone che tu ami sono sorde, mute, cieche, insensibili per quel che tu ami più di ogni altra cosa. Quante storie, quante trame, quanti romanzi, quanti drammi prendono l’inizio da questa sofferenza umana dell’amore non condiviso, non corrisposto, senza risposta, che sprofonda nell’oscurità del non senso. Ma per l’apostolo, per l’amante di Gesù Cristo, il discorso non finisce lì. Lì inizia. Parte da questa sofferenza, passa per tre capitoli sentiti e sofferti, e arriva alla fine a lasciare tutto nelle mani di Dio, alla fine del capitolo 11 affida tutto il discorso, affida noi tutti, credenti e non credenti, ebrei e cristiani, sordi, muti e ciechi, a Dio, al piano, al senso, alla misericordia di Dio.

Parte dall’uomo e arriva a Dio. Parte dal senso degli uomini e arriva al senso di Dio. Vattene via da me, Satana! – diceva Gesù a Pietro, dopo la sua solenne confessione di fede Tu sei il CristoTu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini (Marco 8,33.29). Nella riflessione dell’apostolo Paolo sulla salvezza d’Israele nei capitoli 9, 10 e 11 della lettera ai Romani, si parte dal senso degli uomini per arrivare al senso di Dio.

Qui siamo capitati al centro del discorso, nel bel mezzo del capitolo 10. In cui sentiamo tutta la tensione tra il senso degli uomini e il senso di Dio. Se lo leggiamo con il senso degli uomini rimaniamo imprigionati nel paragonarci fra umani, nel confrontarci se è meglio fare o ascoltare, predicare o servire, se è meglio un credo piuttosto di un altro, se è meglio una religione piuttosto di un’altra. Alla fine è tutto un fare. Anche ascoltare è soltanto un altro modo di fare. Anche invocare e confessare è soltanto un altro modo di fare. Anche predicare è soltanto un altro modo di fare. Opere, salvezza per opere. Alla fine tutto dipende sempre dall’uomo. Alla fine tutto dipende sempre da me. Ecco, che cos’è il senso degli uomini. Uomini religiosi, per carità. Ma sempre uomini. Senza senso di Dio. Senza Dio.

Sì, si può ascoltare, predicare, invocare, confessare, con la bocca, con il cuore, con le orecchie, con gli occhi, con tutto quello che vuoi, ma senza Dio. Senza il senso di Dio. Senza alcun senso.

Se invece leggiamo questo passo centrale del discorso con il senso di Dio, si apre una speranza per Israele, per chi è sordo, muto, cieco. Perché la salvezza non dipende da noi, ma da Dio. Non dipende da un progetto umano, ma dal piano di Dio. Al quale vuole che affidiamo tutti i nostri sensi. Per uscire dal paragonarci, accusarci (Satana vuol dire «accusatore») e condannarci fra noi e diventare sensibili gli uni per gli altri, confrontandoci con Dio. Sentire l’altro, sentire l’altra, non dal punto di partenza, ma dal punto di arrivo, non da un punto di vista umano, ma dal punto di vista del Dio misericordioso.

Certo, il sentire umano non viene cancellato da quello divino. Finché siamo in vita, finché siamo nel bel mezzo della vita terrena, come siamo qui nel bel mezzo di questo discorso di Romani 9-11, il senso di Dio e il senso degli uomini saranno sempre in tensione, sempre si scontrano, come in un campo energetico, un luogo tremendo, ma vivo, che chiamiamo Cristo. Essere in Cristo è essere esposti a questa tensione, a questo scontro tra Dio e l’uomo. Non possiamo anticipare la fine: tanto tutti saranno salvati, a prescindere da quel che fanno. Ma non possiamo neanche soccombere nel principio dell’uno contro l’altro e tutti contro tutti. Siamo in tensione, in lotta, in vita. Bisogna sopportare questa tensione, non c’è la soluzione o l’uno o l’altro, e siamo a posto. Siamo in Cristo, sotto la croce, in attesa della risurrezione. Ma, appunto in questa attesa che ci unisce, Ebrei e pagani, che ci unisce come creature sottoposte alla vanità di questa vita, siamo su una buona strada che percorsa con la predicazione dell’apostolo porta anche noi alla misericordia di Dio.

Gli ebrei della Roma di Nerone avranno letto questo passo della lettera senz’altro in maniera diversa da come lo leggiamo noi cristiani di oggi: per loro la parte più difficile da accettare sarà stata la mancanza di distinzione tra Giudei e Greci, l’apertura, l’universalità di Dio che è lo stesso Signore di tutti. Che fa tutto dipendere da Dio.

Per la nostra sensibilità evangelica oggi invece sono più difficili gli elementi piuttosto umani che suonano come una condizione della salvezza: se invochi, se confessi, se credi - hanno il sapore di una certa chiusura. Che lascia ancora dipendere troppo da noi.

Finché siamo in questa vita saremo sempre in questa tensione tra chiusura e apertura, tra il senso umano e il senso di Dio, tra terra e cielo, tra l’uomo e Dio. Ma quel che importa è la dinamica, il movimento, la direzione, il senso della parola: va dall’uomo a Dio, va dalla chiusura all’apertura. Questa è la dinamica dello Spirito di Dio. Uno Spirito che apre anche se noi con tutte le nostre forze umane cerchiamo di chiudere, di concludere il discorso. Alla fine ci dobbiamo arrendere a questo Spirito di Dio che apre. Ed è questo Spirito che soffia sulle antiche pagine della Bibbia e sulle vecchie pagine della nostra biografia. Lo stesso Spirito con il quale Dio ha creato ogni cosa e risuscitato Gesù dai morti.

Non a caso l’apostolo qui parte dalla torà, dal Deuteronomio:

La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore: è, non «dovrebbe essere», ma è vicino a te. Su questa parola soffia appunto la parola del profeta Gioele, che parla dello Spirito di Dio che si spanderà su ogni essere umano: chiunque crede in lui non sarà deluso. Ed è questo Spirito della Pentecoste che dà il senso alla torà che ora viene predicata come predicava Isaia, con tutta la bellezza della sua poesia: Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone notizie! e con tutti gli ostacoli che ha trovato su questa via: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? Tutto si muove dentro la parola, all’interno dei confini della parola, della Bibbia ebraica: non se ne esce di un millimetro, la via è questa.

Ma il movimento, la direzione, il senso porta sempre dall’uomo a Dio, dalla chiusura all’apertura, dalla sofferenza all’affidamento alla misericordia di Dio.

Troviamo la stessa dinamica, lo stesso movimento, quando l’apostolo domanda: come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Si parte dall’uomo, dal nostro invocare, e alla fine si arriva al mandante, alla fine si arriva a Dio. Ed è questo Spirito che ci anima, rendendoci apostolici, universali, santi e uno. Ci apre, ci spiega le scritture, con le scritture ci spiega e ci apre all’attesa di Dio, all’affidamento a Dio in ogni cosa che pensiamo, diciamo e facciamo.

Infine vi lascio con due esempi pratici e pastorali, uno riguarda la nostra fede, e l’altro la nostra predicazione.

La nostra fede. Pensiamo subito a qualcosa di nostro, qualcosa che facciamo noi: credere. E dimentichiamo che credere vuol dire anzitutto avere fiducia. Fiducia in una persona. E di nuovo ci tormentiamo: come faccio ad avere fiducia? Come se la fiducia dipendesse da me stesso. Un padre o una madre chiama il bambino di appena un anno, ancora non cammina: vieni! Su questa parola il bimbo parte, non sa camminare, ma parte, sulla parola del padre, sulla parola della madre; e poi cammina veramente, cade ancora qualche volta, ma alla fine cammina. Tutto dipende dalla loro parola. Dall’affidabilità della loro parola. La fiducia non dipende da me, ma dalla persona che pone fiducia in me, per mezzo della sua parola. E se sono sordo, sordomuto o cieco, mi prende per mano.

Inutile, quando temo di perdere o di aver perso la fede, guardare di qua o di là: devo riaprire la parola, cercare nelle scritture, leggere la Bibbia. Anzi, devo trovare qualcuno che me la legge, che mi spiega, e mi fa ripartire come il bimbo sulla parola. Sì, cadrò ancora, ma la direzione, il senso è questo.

E il secondo esempio che vi voglio lasciare alla fine riguarda la nostra predicazione. Anche qui pensiamo subito a qualcosa di attivo, qualcosa che facciamo e che dobbiamo fare noi, magari in competizione, uno meglio dell’altro. Ma la parola per «predicazione» che troviamo qui è la stessa parola che significa: «ascolto». La fede viene da ciò che si ascolta, dalla predicazione. La predicazione non è tanto un parlare quanto un ascoltare. Ascoltare il testo biblico, ascoltare le persone a cui si rivolge, che cerca di accogliere. E tu, ti senti accolto, ti senti accolta, nella misura in cui sei ascoltato, ascoltata, ti ritrovi nelle parole pronunciate. Andare per via del Corso è proclamare che Gesù è il Signore contro i signori e imperatori di oggi non è una predicazione. La nostra missione è sostanzialmente ascolto. È fatta di parole e gesti che ascoltano e come tali parlano, altrimenti non dicono niente, sprofondano nell’oscurità del non senso.

Noi ci affidiamo a questo Spirito evangelico che apre, stura orecchie e fa parlare bene, che si rivolge con rispetto e fiducia alle persone, partendo dalla consapevolezza che la Parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore. Soprattutto a noi sordi, muti, ciechi e zoppi. Parola di Cristo.

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  • Data: Settembre 26, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Romani 10, 8-17