II Lettera a Timoteo 1, 7-10
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"Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d'amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, grazie alla potenza di Dio, il quale ci ha salvati e ci ha chiamati con una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma che è stata ora manifestata con l'apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l'immortalità mediante il vangelo"

Predicazione tenuta domenica 27 settembre 2020

Testo della predicazione: II Lettera a Timoteo 1, 7-10

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Quando finirà l’emergenza, la Scuola domenicale preparerà le scene per una grande recita sulla chiesa dei tempi del Nuovo Testamento. Mi dite quali sfondi dobbiamo preparare? Io avrei pensato: primo sfondo, il tempio e la sinagoga, cioè il rapporto con l’ebraismo. Secondo sfondo: l’agorà, la piazza, il foro, la società. Terzo sfondo: la strada romana. I viaggi, i contatti, gli incontri casuali. Quarto sfondo… pensate all’inizio della chiesa cristiana a Roma… l’atrium di una casa patrizia, oppure una stamberga. Chi lo sa? Comunque un’abitazione. Il quinto me lo dite voi. Aiutino? Dove sono state scritte le parole della Bibbia che abbiamo letto questa mattina? In carcere. Il luogo della privazione della libertà in vista della liberazione o dell’esecuzione. Il luogo che sospende il tempo prima della condanna a morte. Il carcere. La chiesa in carcere. La chiesa sotto la persecuzione. La chiesa minacciata di morte. La chiesa martire. Sono tutte realtà che esistono ancora, perché questa è la chiesa di Cristo, ma che noi tante volte non riusciamo a vedere. Non vediamo il rapporto con l’ebraismo, perché per un italiano medio che frequenta una chiesa l’Antico Testamento è una testimonianza arcaica e superata di un dio crudele; non vediamo il rapporto con la società se non nei termini deformati di clericalismo e di laicità; poi la strada, i contatti… ma se il culto è in un’altra chiesa, non ci vado! La casa? Preghiamo con i nostri familiari? Leggiamo la Bibbia con loro, con i nostri figli? Il carcere, cioè la persecuzione, la condanna, il martirio in nome di Cristo? Di queste cose si occupa “gentaccia”, mi è stato detto qualche anno fa, in ambiente di chiesa. Di queste cose si occupa “gentaccia”. Intendendo per “gentaccia” gli evangelici reazionari americani, quelli tra “The Passion” di Mel Gibson e “Mai senza mia figlia”, quel film reaganiano in cui il marito iraniano, che negli Stati Uniti era tato aperto e laico, appena sbarcava in Iran sequestrava moglie americana e figlia. In quell’occasione mi era stato anche spiegato che in realtà i cristiani nel mondo sono perseguitati non in quanto cristiani, ma in quanto erroneamente identificati come portatori dello stile di vita dell’occidente. Cioè, mi era stato detto, la persecuzione non esiste, se la sono inventata i fondamentalisti oppure, se proprio esiste, è frutto di un fraintendimento. Come vedete, non ci sono solo quelli che dicono che il virus non esiste. Ci sono anche le fake news da protestantesimo radical-chic.

Noi siamo qui per aprire la Bibbia, e questo abbiamo trovato, questo troviamo. Troviamo la persecuzione come una delle condizioni della chiesa nel Nuovo Testamento. Persecuzione in nome di Cristo come situazione in cui morte e immortalità, esecuzione e liberazione coincidono. Tempo ed eternità si toccano, si incontrano. Questa è la rivelazione ai perseguitati.

Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore, di autocontrollo. Non ti vergognare di testimoniare il Vangelo e non ti vergognare di me, tuo maestro, soffri anche tu per il Vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Queste sono le parole di un prigioniero che consolano un discepolo, un figlio, che è ancora libero, che leggeva le sue lettere e che forse veniva a trovarlo in carcere. Un prigioniero che esorta e che consola un uomo libero, ancora non inquisito, non incarcerato. È come se tanti credenti che sono oggi in galera o che sono a rischio della vita, che sono evitati e additati come vittime del pogrom prossimo venturo si rivolgessero a noi, che viviamo un tempo di libertà della fede, e ci esortassero non solo a non vergognarci del Vangelo e a non vergognarci di loro, ma a soffrire per il Vangelo, a scoprire anche nella nostra condizione storicamente privilegiata la sofferenza del Vangelo. Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà. Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua? O che darà l'uomo in cambio dell'anima sua? (Matteo 16,24-26)». Portare la propria croce, vuol portare sulle spalle la propria morte, vivere sotto la propria morte per il Vangelo. Al tempo di Gesù, quando passava un uomo che portava una croce sulle spalle, circondato dai soldati, seguito da curiosi e dai familiari in lacrime, tutti sapevano che sarebbe stato torturato e ucciso prima del calare del sole. E questo è l’insegnamento che Gesù ci dà per il discepolato, per la scuola della fede, per seguire lui come maestro e per confessarlo come Signore. Mettersi la propria morte sulle spalle. Solo mediante questo carico di morte maledetta possiamo comprendere la benedizione di essere in Cristo. Solo soffrendo incomprensioni, derisioni, esclusioni, silenzi sdegnosi, morti di rapporti umani, possiamo imparare da Gesù qualcosa dell’immortalità felice che ci promette. E tutto questo dolore non è detto che provenga dal di fuori della chiesa. Nel mondo ci sono ancora cristiani che emarginano e che vessano altri cristiani, e ci sono cristiani sordi anche nelle migliori chiese.  Ci sono ancora cristiani ignoranti o settari, che escludono, denigrano ed emarginano tutto quello che non conoscono. Quindi, anche se non in termini di sangue, la sofferenza del Vangelo è sempre alla portata di ciascuno di noi.

Dio ci ha chiamati con una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e grazia che ci è stata fatta in Cristo fin dall’eternità. La salvezza à stata decisa con un decreto di Dio che si manifesta nella Storia, ma che è fondata sull’eternità. Qui la vediamo dal punto di vista del credente in catene, del credente che sa che il tempo non gli appartiene più, del credente che aspetta la sua condanna o la sua liberazione, del credente che non sa per quanto dovrà aspettare in quell’assurdo paradosso del tempo che vive chi è in carcere, ma che proprio in questa sua condizione è sicuro che per lui, chiuso tra le sbarre, per lui in catene, c’è il progetto vincente, c’è il decreto di Dio dall’eternità e per l’eternità, per applicare a lui personalmente un’eterna giustizia e salvezza, per sola grazia e per i soli meriti di Cristo. Nel carcere la libertà del tempo è umiliata, ma proprio per questo il credente scopre l’eternità, scopre il decreto eterno di Dio che ha stabilito la sua salvezza e che è e sarà efficace qualsiasi cosa accada.

Ma questo decreto eterno tocca la nostra Storia non direttamente nella nostra vita, ma nella persona e nell’opera di Cristo. La salvezza è stata ora manifestata con l'apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, che ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l'immortalità mediante il vangelo. La storia del nostro Salvatore è la storia per noi, è la storia della nostra salvezza. Sono la morte e la resurrezione di Cristo che hanno distrutto la nostra morte e hanno messo in luce la vita e l’immortalità, e il Vangelo ce ne dà piena assicurazione e illumina la nostra vita di questa luce. È solo per la vittoria di Cristo sulla morte che l’autore di questa lettera e poi migliaia di martiri dopo di lui sono andati al luogo della loro esecuzione letteralmente cantando vittoria. Appartenevano e appartengono a Cristo e non al carnefice, e la presenza di Cristo e del suo regno era vista così prossima che la loro certezza non si riposava sulla futura resurrezione dei morti, ma sulla vita e sull’immortalità che erano proprio lì, vicino a loro, accanto a loro. Le ultime parole di Dietrich Bonhoeffer, il più famoso martire della fede del XX secolo, ucciso nella Germania nazista. “È la fine. Per me è l’inizio della vita”. L’odio contro il regno di Cristo ti toglie prima il tempo e poi la vita, ma Cristo è con te, perché tu predichi, tu annunci la sua croce, la sua tortura, la sua morte con il tuo corpo. Cristo è con te, e mentre il carceriere ti toglie il tempo, Cristo ti dà l’eternità. Mentre il boia ti toglie la vita terrena, Cristo ti dà la vita eterna. Perché la tua persona è conformata a Cristo nella morte. Questa è la rivelazione che ricevono i perseguitati per amore del Signore. Molto forte, consolante, vincente, ma incomprensibile da parte del cristianesimo in pantofole. Chi pregherebbe così, qui?

Ancora di più ti raccomandiamo i nostri poveri fratelli che vivono dispersi sotto la tirannide dell’Anticristo, depauperati dal cibo di vita spirituale e privati della libertà di invocare il tuo nome apertamente, e per tutti quelli che sono messi in carcere o in qualsiasi altro modo sono oppressi dai nemici del tuo Vangelo, affinché tu, Padre indulgentissimo, ti degni di sostenerli con la forza del tuo Spirito, affinché non si perdano d’animo, ma rimangano con costanza nella tua santa vocazione. Distendi la tua mano su di loro, poiché hai cominciato a condurli, voglia tu che siano consolati nelle avversità e, raccolti sotto la tua tutela, difesi dalla rabbia dei lupi, e arricchiti di tutti i doni del tuo Spirito, affinché la vita e la morte loro siano alla tua gloria.

Liturgia di Ginevra, 1559. Quasi un terzo di stranieri in città e in chiesa, tutti questi profughi a motivo della fede. Gente che sapeva di che cosa si sta parlando. Come lo sa quel fratello che viene a pregare qui, in questa chiesa, che è fuggito dal suo paese, perseguitato solo perché cristiano, senza contatti con i suoi cari e che mentre era nascosto ha ricevuto un bigliettino scritto dal figlio con scritto: “Papà, sta’ attento”. E poi più nulla. Lui, che prega per le sorelle e i fratelli nel suo paese, sa che si può e si deve chiedere a Dio che “siano consolati nelle avversità, raccolti, difesi, arricchiti affinché la vita e la morte loro siano alla tua gloria”. Interroghiamoci su quanto comprendiamo chiaramente queste parole noi, in Europa, che siamo quelli che “non vengo perché ho avuto da ridire”, siamo quelli che c’è meno gente al culto se piove.

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  • Data: Settembre 27, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: II Lettera a Timoteo 1, 7-10