I Lettera ai Tessalonicesi 5, 1-6
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"Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte.  Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro;  perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri."

Predicazione tenuta domenica 8 novembre 2020

Testo della predicazione: I Lettera ai Tessalonicesi 5, 1-6

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Come un ladro nella notte. Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte. Ma i credenti non vivono nella notte. Vivono nel giorno. Vivono già in una luce che non tramonta. Aspettano la manifestazione di Cristo, improvvisa e inevitabile. Aspettano di vedere con gli occhi la realtà di cui hanno ascoltato la parola di vittoria.

La parola greca “parusia” significa venuta, ma significa anche presenza. Quale traduzione scegliamo? Il Signore è presente o il Signore viene? “Io sono con voi fino alla fine del tempo presente” o “Vieni, Signor Gesù”? Non dobbiamo scegliere. Aspettiamo Gesù che è presente; è con noi Gesù che deve venire. Questo vediamo, vediamo in quella luce particolare, unica, che è la luce di Dio.

Quanto ai tempi e ai momenti. Il tempo (cronos) è quello misurabile, quello di: “Ci vediamo tra due ore”; il momento (kairos), è il tempo che si compie, il tempo che matura, come il tempo in cui sbocciano i fiori o il tempo in cui ci si innamora. Si possono sapere i tempi e i momenti della venuta di Cristo? Ci hanno provato i credenti di tante epoche storiche. E noi siamo ancora qui. Perché? Perché non è la Storia che interpreta la Bibbia. Leggiamo questo sul giornale, quindi siamo negli ultimi tempi… C’è la pandemia, quindi siamo negli ultimi tempi… No, la Storia umana non è signora della Bibbia. È successo questo, allora comprendiamo che cosa voleva dire la Bibbia. No. La Storia non rivela, la Parola di Dio rivela. E ci rivela che i tempi finiscono anche senza puntelli storici, catastrofi, bombe atomiche, tsunami e torri gemelle. Il giorno del Signore verrà improvviso e inevitabile, come un ladro nella notte.

Anzi, verrà proprio quando diranno: “Pace e sicurezza”. Quando tanti esseri umani crederanno di aver creato il paradiso, la rovina verrà loro addosso. La rovina che hanno già dentro di loro. Ottimismo in noi stessi, che siamo mortali. Ottimismo nella morte… “Andrà tutto bene!”. C’è un racconto di Edgar Allan Poe, uno dei più inquietanti secondo me, che s’intitola “La maschera della morte rossa”. Una nazione è decimata da una malattia contagiosa mortale, appunto la “morte rossa”, e il re del paese si rinchiude nel castello con la sua corte per evitare il contagio, passando il tempo a mangiare, bere e divertirsi, senza far entrare nessuno dall’esterno. Una sera il re dà una festa in maschera, e nel salone da ballo si presenta una maschera da mendicante malato di morte rossa. Il re si indigna, perché gli autoreclusi al castello volevano dimenticare l’epidemia che infuriava nel paese, e ordina ai gendarmi di arrestare l’impudente. I gendarmi si avvicinano, ma non riescono a trovare il coraggio per toccare la maschera. In quel momento scoppia l’epidemia all’interno del castello, e muoiono tutti di morte rossa. La maschera può personificare l’epidemia, ma può pure rappresentare la rovina che è già sopra il nostro peccato, e che non allontaniamo dicendo a vanvera: “Pace e sicurezza”. Il mondo che costruisce su se stesso e su false sicurezze è un mondo vecchio, è un mondo morituro. È un mondo senza futuro, destinato alla rovina. “Andrà tutto bene”, no, non andrà tutto bene. Il mondo muore attorno a noi e in noi. L’epidemia rivela brutalmente la cappa di morte sul mondo. E per alcuni non è stato e non è ancora sufficiente. “Pace e sicurezza, io non prendo niente, il virus non esiste, è solo un’influenza, ci tolgono la libertà, bisogna continuare a vivere…” Questo è buio! Non vedono! Non vedono un ammalato, non vedono un reparto di terapia intensiva. Non vedono la morte che non è la fine del mondo, ma è la prova che il mondo finisce. Questa è la realtà in cui siamo e che siamo, e che non è eterna. Precipita. Non c’è il progresso, c’è il piano inclinato. Finirà, e poi sarà tutto nuovo.

Ma voi non sarete sorpresi, perché siete figli della luce e figli del giorno. Non appartenete alle tenebre e alla notte, ma alla luce. Ora, nel mondo antico la differenza tra giorno e notte era una differenza netta di vita della gente. La notte era per il sonno delle persone, per i festini e i bagordi dei ricchi, che potevano uscire con le guardie del corpo, e la notte era per i criminali. Non solo non c’erano attività notturne, ma non c’era illuminazione e non c’era controllo del territorio. La Roma imperiale, dominava il mondo, ma dal tramonto all’alba era a sua volta dominata da bande di criminali o da cortei di patrizi in portantina con gli schiavi armati come scorta. La gente normale dormiva. C’era un perpetuo e naturale coprifuoco. Essere figli della luce e figli del giorno voleva dire  avere conoscenza di Dio e fiducia in lui. Avere chiara la situazione, sapere in che mondo viviamo, sapere che cosa e chi stiamo aspettando. Sapere che non aspettiamo il mondo, ma aspettiamo il Signore. Figli del giorno e della luce perché abbiamo ricevuto la rivelazione di Dio. Dio si è rivelato a noi, si è fatto conoscere nella persona del suo Figlio Gesù Cristo. Per questo siamo sempre nel giorno, perché viviamo di questa rivelazione di Dio e non del suo oscuramento, perché il nostro rapporto con Dio è un Cristo, cioè è alla luce del sole, nella parola chiara che ci rivolge, e non nei misteri di maghi e di superstizioni. Essere figli del giorno e della luce significa sapere la nostra vita non è soggetta al destino, ma che procede secondo il piano di Dio. Noi non siamo illusi e sciagurati ottimisti, la vita non è il gioco dove si vince sempre. Qualche potente o qualche superpotente ha imparato in questa settimana che la vita non è il gioco in cui si vince sempre. Ma non siamo più in balia di forze oscure che ci governano dandoci l’illusione di governare noi. Siamo affidati alla luminosa potenza del Signore. Ed è luminosa, perché si è rivelata, perché l’abbiamo vista, perché la conosciamo, perché tanti credenti prima di noi e con noi ne hanno dato testimonianza. Siamo affidati alla luminosa potenza del Signore.

Arriviamo all’esortazione, che ci fa capire tutto il resto. Vegliare ed essere sobri, lucidi. Cioè meditare, pregare, riflettere, pensare. Per comprendere. Per comprendere, per comprendere l’aspetto più importante della vita cristiana, della vita oggi e della vita eterna. Cioè comprendere la presenza di Gesù Cristo nel mondo e allo stesso tempo l’assenza di Gesù Cristo nel mondo. Comprendere la parolina “parusia” che significa tanto “presenza” quanto “venuta”. Noi aspettiamo che venga quel Gesù che è presente. Ma è presente non nell’evidenza, ma nella rivelazione. Occorre conoscenza e fiducia per comprendere la presenza di Gesù tra noi. Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Ancora un po', e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” (Giov. 14,19). Chi vive per fede vede il Vivente. Ma questa vita per fede, questa veglia e questa sobrietà, questa lucidità purtroppo non ci accompagna in tutti i momenti della nostra vita. Gesù, dopo aver pregato al Getsemani, trovò i discepoli addormentati. E anche noi ci addormentiamo, invece di vegliare e di rimanere sobri. E il sonno, il sonno della coscienza, il sonno della conoscenza, il sonno della fiducia, il sonno della fede, e questo sonno ci induce ad amare la notte, a non vedere con gli occhi della fede e a sognare sciaguratamente un mondo eterno così com’è, noi stessi eterni così come siamo. Per non credere in un futuro che sia soltanto una sciagurata e imbellettata proiezione del nostro presente occorre preghiera, meditazione, riflessione, ascolto. Occorre essere vigili per comprendere l’opera di Dio che in Cristo salva il mondo. Ma anche in questa luce di fede sorge un problema. A volte vediamo la presenza di Gesù nella nostra vita, nella vita della nostra chiesa e altre volte questa presenza non la vediamo, e ci manca, ci manca da matti. Facciamo i conti con le nostre tragedie, con le nostre malattie, con il nostro dolore, e il Signore Gesù ci manca. Lo vorremmo più vicino e più forte. Parusia, presenza e venuta. Credo che la fede sia saper dire: “Sei con noi, Signore Gesù” ma sia anche saper dire: “Ci manchi, Signore Gesù!”. Dire: “Hai già fatto tutto per il nostro bene”, e dire: “Vieni, vieni sempre più vicino a noi”. Tutta la vita cristiana è vigilanza, preghiera, riflessione per comprendere che avere Gesù significa aspettarlo. E che aspettare Gesù significa già averlo nella propria vita.

Noi siamo qui, e non sappiamo se domenica prossima o se fra due domeniche potremo ancora ritrovarci. Come saranno i nostri prossimi giorni? Li affrontiamo con prudenza e con fiducia, sapendo che il giorno ci sarà. Improvviso e inevitabile arriva il giorno che noi conosciamo e che tutti conosceranno. Il giorno che non avrà una fine, il giorno del Signore che invochiamo e che attendiamo.

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  • Data: Novembre 8, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: I Lettera ai Tessalonicesi 5, 1-6