Lettera ai Romani 14, 10-13
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"Ma tu, perché giudichi tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto: "Come è vero che vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua darà gloria a Dio”. Quindi, ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio. Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un'occasione di caduta."

Predicazione tenuta domenica 15 novembre 2020

Testo della predicazione: Lettera ai Romani 14, 10-13

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Perché giudichi tuo fratello? Perché disprezzi tuo fratello? Il fratello, la sorella, la chiesa sorella? Perché?  In ogni tempo e in ogni chiesa, la risposta a queste due domande dell'apostolo Paolo è una sola: un silenzio imbarazzato, un silenzio assordante. In questo vostro, nostro silenzio c’era un ascolto, un’attenzione, ma c’era anche un imbarazzo.

Perché? Domanda che non è sull’agire dei credenti di Roma del secolo di Gesù Cristo e di tutti i credenti di venti secoli, è una domanda sull’essere, sulla strada della vocazione. Perché disprezzi il fratello vuol dire perché non sei, non vuoi essere nel posto dove Dio ti ha chiamato?

Giudicare non significa avere o esprimere un'opinione, significa emettere una sentenza su un fratello. Il giudizio e la maldicenza, dal I al XXI secolo, sono peccati di cui le chiese grondano. Oggi continuiamo a farlo, forse con più mestiere, con più ipocrisia. Dopo il nome di un assente, un’alzata di muso, un ondeggiamento di capo e l’emissione di un verso che nulla ha di umano: “Hmmmm!”. Carriere finite e vite rovinate da una cosa del genere! Oppure la frase capolavoro dell’ipocrisia: "Non dire niente a lui, a lei a loro, perché non capirebbero, allora di questo, guarda, non diciamo niente a nessuno…", ecco un giudizio inappellabile su un fratello su una sorella, su una comunità, sulla loro intelligenza e sulla loro maturità, mascherato con l'ipocrisia e con la falsità, come ci capita sovente di dire e di sentire. Ma ciò che conta non è l'azione, è la posizione. Quando parliamo così, allora prendiamo un posto che non ci spetta, ci allontaniamo dal fianco del fratello per metterci di fronte a lui, nella posizione che spetta al giudice in tribunale e quindi a Dio soltanto e nella quale non possiamo e non dobbiamo arrivare. Un cristiano che giudica è un cristiano al posto sbagliato, allora la parola del Signore lo riprende e lo rimette al suo posto, in modo che Dio sia Dio e noi siamo a fianco del nostro prossimo, in modo che noi non dimentichiamo mai che, anche se ciascuno è diverso dal proprio prossimo, Dio vuole trattarci da uguali e farci camminare assieme nella strada della sua misericordia, nella strada che ci conduce a Dio stesso.

Alla fine di questa strada, ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio, all'unico giudice. Ogni ginocchio si piegherà davanti a Dio, ma nel riconoscere la sua maestà siamo liberati dal peso del giudizio sugli altri e su noi stessi. Ogni giudizio sugli altri comporta anche un giudizio su se stessi. Un professore di scuola, se è serio, quando deve bocciare uno studente sta male, perché si interroga se il primo bocciato è lui, il suo insegnamento inefficace e fiacco, la sua impotenza e la sua impreparazione non gli hanno permesso di interessare tutta la classe alla materia. Per noi è bene ricordare che qualsiasi tipo di giudizio, anche quello che consideriamo inoffensivo e innocente, ha una conseguenza di condanna sugli altri e su noi stessi, di sofferenza e qualche volta di rottura dei rapporti fraterni. Ma Dio, che assume su di sé ogni giudizio, ci libera da questo peso e ci permette di presentarci davanti a lui per ricevere il giudizio della verità, il giudizio che si è adempiuto nella persona di Cristo e che getta su di noi un fascio di luce che fa sparire l’ombra della nostra vita. La morte di Cristo è il giudizio di Dio sul mondo, sul peccato del mondo. Se comprendiamo per fede questo giudizio che ci libera, allora perché? Perché giudichiamo? Perché giudichiamo il fratello, la sorella, la comunità quando il giudizio è stato portato da Gesù Cristo sulla croce? O crediamo, o giudichiamo! Da che parte vogliamo stare? Se stiamo da quella del giudizio, allora ci stiamo allontanando dalla croce di Cristo, allora stiamo sbagliando strada.

D’ora in poi la nostra cura e la nostra attenzione per il prossimo vanno poste in modo diverso: non mettendoci più fuori e davanti alla vita del nostro prossimo, ma sostenendolo al suo fianco, dentro la sua vita. Non è più con nostro giudizio che ci rapportiamo a lui, ma con la nostra condivisione, con il nostro aiuto, talvolta con la nostra sola presenza accanto a lui. Perché tante volte l’esserci vale più di tante parole e di tanti fatti. Tutto questo per avere l'attenzione di non ostacolare il nostro prossimo, per avere la cura amorevole per non farlo cadere. Allora il posto in cui siamo è fondamentale: non più di fronte come i giudici, ma accanto come i fratelli; non sopra il nostro prossimo ma con il nostro prossimo, allo stesso suo passo, senza intralciarlo, senza sgambettarlo, senza dire "no" a tutto quello che dice e che fa, senza accusarlo e denigrarlo, men che meno in sua assenza. Perché gli sgambetti al prossimo indicano che c'è concorrenza tra di noi, una concorrenza che nella chiesa è assurda, perché Dio ha già stabilito il posto di ciascuno di noi, il posto alla tavola del banchetto del Regno. Quindi non si tratta di arrivare da soli, né di arrivare primi. Quello che ci è chiesto è di arrivare insieme.

All'inizio accennavo al fatto che Dio ci pone in una strada, la strada che ci porta a lui. La strada ha le seguenti regole.

Prima di tutto, il codice della strada è la parola di Dio e non la personale opinione di ciascuno. “Tutti compariremo davanti al tribunale di Dio”: il giudice di gara è il Signore. Questo contraddice il comportamento di chi abbandona la gara, cioè la vita comunitaria, perché non è d’accordo. Non si corre in gara e nello stesso tempo si fa anche il giudice di gara. Il disaccordo su un punto che non riguarda la confessione di fede non può e non deve rompere l’unità e la fraternità. Non giudicare gli altri che corrono con te, non giudicare nemmeno te stesso. Se invece giudichi, questo non è un problema tecnico o amministrativo. Se giudichi i fratelli o anche te stesso, se ti allontani, se non partecipi alla vita della chiesa hai un problema spirituale, perchè non sai distinguere l’essenziale dal secondario e non vuoi essere giudicato, ma vuoi essere tu il giudice. Il Signore ti chiede di restare al tuo posto, di vivere gioiosamente nella comunità dei credenti che Lui di ha dato, di accettare di servire e di essere servito.

Secondo: nella corsa la strada è affollata. Non sei solo. Sei inserito in una comunità-comunione. E quindi, non si procede per sorpassi, ma si marcia per file parallele. Il premio è abbastanza grande per tutti quelli che arrivano. Quindi niente manovre spericolate, niente sorpassi a destra o a sinistra, niente rumori da formula 1 o da gara di dragster, niente tagli di strada, “decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello”. La ricerca del prestigio personale per arrivare primi è una condotta che guasta la gara. Se vuoi arrivare primo, hai perso. Vinci solo se vuoi arrivare assieme agli altri e imposti di conseguenza la tua condotta di gara.

Terzo, si guida con i finestrini aperti. Non per avere aria, ma per essere in grado di ascoltare gli altri. Questa forse è la cosa più difficile. Qualche volta, anche con i finestrini aperti, siamo troppo concentrati sulle nostre cose per riuscire ad ascoltare veramente quelli che sono accanto a noi. È fondamentale tenere i finestrini aperti, è fondamentale non chiudersi in una marcia diritta e sorda, è fondamentale imparare a farsi cambiare dalle esigenze dei fratelli, delle sorelle, delle comunità che sono in cammino con noi. In questi mesi, credo che lo abbiamo fatto. Io credo che abbiamo saputo farlo. Che cosa sarebbero questi difficili mesi, che cosa sarebbe stato questo difficile anno se non fossimo stati fianco a fianco? Se ogni domenica, qui, non ci fossimo sostenuti gli uni con gli altri con l’ascolto, con la preghiera, con il canto, con la presenza? In questi mesi, insieme, noi non abbiamo raddoppiato, noi abbiamo moltiplicato la nostra forza mentre stiamo camminando in mezzo alla morte. Siamo qui, spalla a spalla, non guardando gli uni verso gli altri, ma guardando tutti dalla stessa parte.

Quindi alla domanda iniziale: “Perché giudichi tuo fratello?” c’è una sola risposta: perché sono al posto sbagliato. Perché sono davanti e contro di lui e non con lui e per lui. Ma la parola del Signore è così efficace che ci rimette al nostro giusto posto, nella giusta strada. e se prima le nostre mani erano protese nel gesto del dito puntato, ora lo possono essere nell’abbraccio e nel sostegno che abbiamo vissuto e che viviamo qui e ora.

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  • Data: Novembre 15, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Romani 14, 10-13