Lettera agli Efesini 2, 4-10
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"Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati in Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l'immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù. Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è da opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo il suo prodotto, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché camminassimo in esse."

Predicazione tenuta domenica 23 agosto 2020

Testo della predicazione: Lettera agli Efesini 2, 4-10

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Il testo biblico comincia parlando di Dio. Oggi è molto sentita invece l’esigenza di cominciare a parlare di noi, a parlare della gente, a parlare della società, a parlare delle persone, dei problemi delle persone. E anche se io notoriamente non appartengo a questa corrente, a questo partito peraltro ben nutrito, accetto la sfida. Che cosa dice il testo della Scrittura di noi? Prima di tutto… che siamo un gruppo di morti. Le discussioni se siamo una chiesa fervente, se dobbiamo esserlo, se siamo una chiesa povera nemmeno cominciano qui. E poi, la prospettiva della lettera agli Efesini non sono io, non sei tu. È la chiesa. La lettera agli Efesini non parla di te; parla soltanto di noi. Di te e di me, non di me senza di te. Non riguarda la mia o la tua sorte, ma la nostra. E a noi per prima cosa dice: morti! Quando eravamo morti nei peccati. Il morto non prova sensazioni, non esprime volontà. Questo eravamo. “Persone in ricerca”… oppure “anime inquiete”… o “valdesi figli di valdesi” … morti! Prima di ogni ascolto del Vangelo di Dio, eravamo morti.

Dio è ricco. È ricco in misericordia. Quella che manca a noi, che ne produciamo tanta quanta ne produce un cadavere. Nel rapporto tra Dio e noi, Dio è ricco e dona, noi siamo morti, che non possiamo donare nulla. Un ricco davanti a dei morti. Questo è il punto di partenza per comprendere il Vangelo.

Il dono di Dio vivifica, rende vivi. Non della vita che immaginiamo, ma della vita in Cristo, quella vita che ci rende signori con Cristo in cielo. Dalla morte alla signoria in cielo. Questo è il dono della ricchezza della grazia di Dio.

Dio è ricco in misericordia. Ricco di misericordia. Il cuore di questa parolina “misericordia” è appunto la parola cuore. Misericordia. Anche nel tedesco Barmherzigkeit c’è proprio al centro la parola Herz, cuore. Non esiste parola della Bibbia meglio tradotta nella nostra lingua. L’ebraico hesed, misericordia, ha la stessa radice della parola che indicava le viscere. La misericordia nella Bibbia è etimologicamente viscerale. Dio ama visceralmente, potentemente. Non è un amore freddo, non è un teorema celeste. E questo amore viscerale di Dio raggiunge noi, che siamo morti nei nostri peccati. Raggiunge noi morti e non solo ci porta alla vita, ma alla vita di figli, alla vita di eredi, alla vita di principi.  Ci ha vivificati con Cristo, ci ha risuscitati con lui e ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo. Eravamo morti, e adesso ci sediamo nei cieli, in Cristo. Eravamo morti, non potevamo fare, imparare, pensare, volere nulla di utile e di buono, eravamo un ingombro per il bene, e ora siamo in Cristo nei luoghi del cielo. Ora siamo in Cristo, vicini a Dio. Non può esistere un cambiamento più grande di questo, una nuova vita, una nuova creazione in Cristo.

Siete salvati per grazia mediante la fede. Non viene da voi questo, è il dono di Dio, non è per opere e nessuno se ne vanti. Ora, siamo al vero cuore della giustificazione per fede, che la nostra teologia riformata, secondo la parola che abbiamo letto, interpreta come assoluto monergismo. Significa che la salvezza del peccatore è operata da Dio al 100% e che non esiste alcuna azione umana, nemmeno l’assenso umano, da cui possa dipendere l’efficacia della grazia di Dio. La giustizia di Dio realizzata in Cristo e proclamata nel Vangelo non viene “accettata”, non viene “accolta”,  ma viene “stabilita” da Dio nella sua applicazione su di te. Il Vangelo non è opera tua ma di Dio, il tuo credere nel Vangelo non è opera tua, ma di Dio, con il suo Spirito che opera segretamente la resurrezione del tuo spirito. Dio è l’unico autore non solo della salvezza in Cristo, ma pure del fatto che questa salvezza è donata e applicata a te. Non è per opere. Questo, mi direte, lo sappiamo bene, non per niente siamo protestanti. Eh no! Perché le opere non sono la scala santa da salire ginocchioni o la statua di qualche santo da portare a spalle. La nostra critica alla superstizione non deve renderci orgogliosi e farci credere che siamo vaccinati una volta per sempre dalla teologia delle opere soltanto perché noi siamo protestanti e non portiamo S. Crispino sulle spalle. Eh no! Le “opere” sono qualsiasi attività umana che pretende di collaborare con Dio nell’opera della salvezza o nella sua applicazione. Una predicazione del tipo: “Il mondo va male, Dio ti offre la salvezza, tu oggi qui e ora la accetti, poi tutto andrà bene”, ecco, questa predicazione è sostanzialmente la predicazione dell’opera umana. Tu qui e ora la accetti. Tu hai fatto il tuo passettino verso Dio. Tu hai fatto la tua opera. E il vanto viene fuori quando ti dicono: “Da quando ho accettato il Signore, da quando mi sono convertito, sono una persona migliore”. Così non va, se vogliamo prendere sul serio la salvezza del Vangelo come opera di Dio soltanto. E se sei una persona migliore, è perché Dio ti ha rivelato che regna sulla tua vita.

E le buone opere allora? Non ci riguardano? Confessione di fede valdese, articolo 21: “ le buone opere sono tanto necessarie a’fedeli che non possono giungere al regno de’cieli senza farle, atteso che Iddio le ha preparate acioche in esse noi camminiamo…”. Capito? Non si va nel regno dei cieli senza le buone opere! Quali? La prima, fondamentale, è l’opera di Dio che ci creati in Cristo Gesù. Siamo suo prodotto, dice il testo di oggi. Il fatto che  siamo creati in Cristo, cioè che Dio ci rifà nascere in Cristo, che non vuole saperci, non vuole vederci, non vuole considerarci in altri che in Cristo. Per opera di Dio, siamo creati in Gesù che è la nostra vera giustizia, la nostra vera umanità, la nostra vera santità. Questa è la prima opera buona senza la quale non si va nel regno dei cieli. Ma è l’opera di Dio che noi, come credenti, siamo. E siamo stati creati in Cristo per le opere buone che Dio ha precedentemente preparate affinché camminiamo in esse. Allora, chi “fa” queste buone opere? Risposta: Dio. Dio le ha preparate per noi. Zwingli, il Riformatore di Zurigo, dice in un passo: “Le opere, se sono buone non sono nostre, se sono nostre non sono buone”. Dio le ha preparate tutte per noi. Per farci crescere. Sono la scuola della fede. Non la crei tu, la scuola, non la inventi tu, la scuola, ma a scuola ti è chiesto di fare il tuo meglio, ti è chiesto di dare il massimo. E chi è il maestro di questa scuola? È Cristo! E qual è il libro di questa scuola? Eccolo, la Bibbia! Catechismo di Heidelberg, domanda 91: Quali sono le buone opere? Risposta: SOLO quelle che si compiono per vera fede secondo la legge di Dio alla sua gloria; non quelle che si fondano sul nostro beneplacito o le norme umane”. Devono piacere a Dio, non a noi. Ed è Dio stesso che ce le insegna: Le tue testimonianze sono meravigliose; perciò l’anima mia le osserva. La rivelazione delle tue parole illumina; rende intelligenti i semplici (Salmo 119,129-130). Che cosa vuole Dio da noi? Vuole che noi apriamo la Bibbia fino al punto in cui non sarai solo tu a leggere di Dio, ma sarà Dio a leggere te. Fino al punto che troverai i Dieci Comandamenti, il Sermone sul monte, i Comandamenti dell’amore, i frutti dello Spirito. Camminiamo in queste opere preparate da Dio per noi, e saremo nel regno dei cieli.

Il solo dono di Dio ci porta dalla morte alla vita in cielo. L’umile alla tavola dei principi, come dice il Salmo (113,8). Come applichiamo questo insegnamento nella nostra vita? Bisogna partire dalla morte, da dove siamo partiti. Possiamo comprendere il Vangelo di Dio soltanto se lo intendiamo come parola che risveglia i morti. Morti che respirano, morti spirituali, mortali perché morituri, perché dobbiamo morire, e mortali perché mortiferi, perché produciamo morte, opere di morte, cultura di morte, indifferenza alla morte. Questa è la condizione umana naturale. Quindi non è l’umanità malata, non è l’umanità con dei problemi, non è l’umanità che non è felice e che pensa di trovare il Vangelo sul banco del supermercato delle religioni. È l’umanità morta, morta, che spiritualmente non è in grado d capire nulla, e che viene raggiunta dalla potenza dell’opera di Dio. Anche quando eravamo morti nei peccati ci ha vivificati in Cristo. Il Figlio di Dio non si è liberamente offerto sulla croce come espiazione perché tu sei triste, perché hai problemi, perché ti manca qualcosa, perché tu capisca meglio l’amore di Dio. No. Cristo è salito sulla croce perché tu eri morto, e saresti rimasto morto senza di lui. Quindi, il primo punto dell’applicazione è prendere sul serio la condizione umana, che è condizione di peccato. Siamo morti per la nostra natura, per la nostra trasgressione, per la punizione dei nostri errori. Non siamo semplicemente “tutti peccatori” (così nessuno lo è), ma siamo morti nei nostri peccati. Seconda cosa però, più importante, ai morti la vita non la si offre. La si proclama. “Lazzaro, vieni fuori!” I farisei dicevano che Gesù avrebbe dovuto guarirlo quando era in vita, in modo che l’opera di Dio trovasse collaborazione con la volontà di guarigione del malato. Marta diceva che il cadavere già puzzava, Gesù le dice che vedrà la gloria di Dio, e dopo la parola potente che richiama alla vita: “Lazzaro, vieni fuori!” dopo questa inaudita parola di vita, il capitolo (Giovanni 11) si conclude con la prima condanna a morte di Gesù nella congiura dei farisei. Perché? Perché Lazzaro e noi risorgiamo solo perché Gesù va a morire. Ora, la nostra vita cristiana è in Cristo stesso. Siamo con lui nella sofferenza, siamo con lui nella gloria. E la vita nuova, la vita quotidiana che segue la nostra morte quotidiana, perché un credente muore a se stesso e risorge in Cristo ogni giorno, questa vita nuova, beh,  viviamola con tutta la profondità di cui siamo capaci. Camminiamo nelle opere buone che Dio ha preparato per noi, studiamo, meditiamo la Bibbia (e conoscere la Bibbia non vuol dire conoscere qualche versetto!), ascoltiamo la proclamazione del Vangelo, partecipiamo alla Cena del Signore, che è segno e sigillo della grazia che rinforza la fede, preghiamo Dio che promette di chinarsi su di noi per ascoltarci, viviamo la vita insieme nella pace, riflettiamo, condividiamo, comunichiamo. Questa è vita in Cristo, nuova, vera, data a noi mediante quel Vangelo che dichiara noi, che eravamo morti nei peccati, dichiara giusti in Cristo e concede la cittadinanza del cielo.

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  • Data: Agosto 23, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera agli Efesini 2, 4-10