Vangelo di Matteo 8, 5-13
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"Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti». Gesù disse al centurione: «Va’ e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora".

Predicazione tenuta domenica 24 gennaio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Matteo 8, 5-13

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Dio dona la fede a chi vuole lui. Non la scegli, la fede! Quello che scegli e che comperi, ti domina. Quello che ricevi, ti libera. Il racconto di questa guarigione poggia su questo contrasto: il centurione pagano è un credente, tutti gli altri restano indietro, spaparanzati sulla propria presunta rendita di posizione e hanno solo da imparare dalle parole di questo assassino in divisa che chiede a Gesù la guarigione del suo servo.

La fede del centurione, che è una fede vera, è la fede nell’efficacia della parola di Cristo. Sa che il silenzio è morte e la parola di Gesù è vita. Parla, Signore, e avverrà!

Il centurione porta all’attenzione di Gesù il caso del suo servo (o del suo figlio, in greco è la stessa parola) malato e paralizzato. Ma non si sente degno del fatto che Gesù entri in casa sua. Ed è vero, fa bene a non sentirsi degno, non è la nostra ipocrita falsa modestia. Un centurione della legione non era un militare da scrivania. Era l’ingranaggio di un perfetto strumento collettivo di morte. Quando Cesare scrive che la città tale fu trattata secondo le leggi di guerra significa che della città tale non è rimasto vivo nessuno, uomini, donne e bambini. La pax romana non era un accordo tra soggetti paritari, era la pace dopo la distruzione violenta del nemico e del ribelle. Allora diventa chiaro come questo boia in divisa non si sente degno di accogliere Gesù nella sua casa, in fondo, non si sente nemmeno meritevole di godere della sua presenza. “Io non sono degno” è detto da uno che molto probabilmente aveva ucciso decine di nemici e che ora, davanti alla malattia del suo servo, si scopriva amante della vita. Il centurione è un peccatore vero, uno che ha usato le mani per fare la guerra e per uccidere, e non è degno della santità di Gesù.

Il centurione dice: «Di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». Cioè: «Gesù, io sono un militare. Conosco la forza della parola degli ordini che devo eseguire e degli ordini che faccio eseguire. Io posso dare la morte con una parola, ma tu solo puoi, con una sola parola, dare la vita». Il centurione riconosce che la parola di Gesù ha un potere assoluto, riconosce che la parola di Gesù può far indietreggiare la morte, che può trasformare un morente in un vivente. Questa è la fede che salva, la fede che non vuole risposte evidenti e tonanti, ma che chiede una parola sola, perché una sola parola di Gesù diventa decisiva per la tua esistenza. Signore Gesù, parla, perché la tua parola per noi è vita, è davvero vita! E soltanto la sua parola ha questo potere. Le parole dei potenti della terra possono dare o sospendere la guerra e la morte, ma non hanno nessun potere sulla vita. Invece la vita obbedisce soltanto alla parola di Cristo, il Figlio di Dio, perché in Cristo è realizzato il patto della vita completa ed eterna. Il centurione lo sa, ed è per questo che la sua fede è una fede grande.

In nessuno in Israele ho trovato una fede così grande”. Gesù accoglie la confessione di fede del centurione e la mette a confronto con quella di coloro che conoscevano la parola di Dio, ma che in fondo non credevano alla sua efficacia. La parola di Dio non basta. Noi dobbiamo fare… Credenti per tradizione, anzi, per rendita di posizione, perché la parolina “tradizione” è una parola nobile nel Nuovo Testamento. Credenti che pensavano che la fede fosse una scelta personale che riguarda il proprio agire. Decido di credere… mentre nel Nuovo Testamento non sei tu che scegli Gesù, ma è Gesù che sceglie te; se scelgo altro non c’è niente di male perché questa qui è una solo chance tra tante… mentre nel Nuovo Testamento la parola rifiutata diventa parola di condanna; e dal momento che ho scelto, il mio agire diventa segno e sigillo della verità di Dio, Dio è dimostrato dal fatto che noi facciamo, e lasciate perdere poi tutte queste chiacchiere… mentre nel Nuovo Testamento Gesù Cristo ha adempiuto perfettamente tutte le promesse e tutta la legge per la tua salvezza. I

Come vedete il farisaismo può adattarsi perfettamente all’economia di mercato: oggi la fede te la scegli, oggi sei un gruppo tra tanti possibili, oggi il marchio di verità della tua scelta sta nel come vivi, nell’etica. Questa roba è una perversione del cristianesimo. E dovremo cominciare a farci i conti, se vogliamo restare un luogo di parola viva e non un museo pieno di pupazzi in carne ed ossa che impersonano i nonni. Questa roba con la fede del centurione, con la fede del pagano assassino che cerca da Gesù una parola efficace di vita, non c’entra proprio nulla. Per questo al banchetto del regno di Dio sarà pieno di gente che noi avremmo considerato estranei e non desiderati, ci saranno i tanti che nella vita non hanno cercato un’identità da realizzare, ma solo una parolina efficace, una sola parolina di vita e di perdono che soltanto Gesù può dare. Ci saranno tante persone in ricerca, in ricerca di quel Gesù che dice loro la parola di perdono immediato e incondizionato. Ma i figli del regno resteranno fuori. Non entrano tutti! Assolutamente no! Il mito della società del mercato, per cui ci sono prezzi alla portata di tutti, l’enorme inganno, da cui non riusciamo a liberarci, l’inganno della felicità per tutte le tasche nel Vangelo non funziona. Gesù non salva tutti. Gesù salva gli ultimi, Gesù salva i disperati, Gesù salva quelli che si aggrappano solo a lui, Gesù salva quelli che cercano da lui solo la parola della salvezza. E gli altri? Gli altri fuori! Credi di essere tu, con la tua vita, a rendere vero Gesù in questo mondo? Fuori! Gesù non ha altre mani che le tue mani, non ha altre gambe che le tue gambe? Fuori! Come ti permetti? Tu sei un disperato come il centurione, tu non sei degno e le tue mani hanno fatto del male. “Io non sono degno…” così ti devi avvicinare a Gesù Cristo, se vuoi ricevere la parola di liberazione, la parola che dice: «Va’, e ti sia fatto come hai creduto». «Molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori». La guarigione di Gesù realizza la doppia predestinazione. Ma non come comunemente la si pensa, cioè noi dentro e altri fuori, proprio al contrario, proprio al contrario, perché quelli che sono ultimi vengono accolti, quelli che pensano di essere i primi vengono cacciati, perché l’unico vero primo è Dio. Ora, chi sono i figli del regno che verranno gettati fuori? L’espressione ricorre soltanto un’altra volta in tutto il Nuovo Testamento, in Matteo 13,38, e indica i membri del popolo di Dio. “I nostri”, diremmo noi. E, almeno per i nostri, noi riteniamo che il paradiso sia un diritto, sempre che il prodotto “paradiso” sia ancora di nostro interesse. “Ormai siamo nella tribù. Siamo tesserati. Se la parola di Gesù ormai dopo anni, decenni, generazioni, per noi è scontata, è noiosa, è depotenziata, è inefficace, allora mi occuperò di qualcosa d’altro”. Invece la parola di Dio non è mai inefficace. O è grazia, o è condanna. E non attenui la condanna mancandole di rispetto, parlando troppo e ascoltando poco, pretendendo di fare tutto e dimenticando che tutto è compiuto. Dall’altra parte stanno gli altri, che magari conoscono l’autorità e la potenza della parola di Cristo e che cercano di incontrarla, di incrociarla, di far sì che avvenga quel fatto straordinario, raro, ma possibile in Cristo, che la sua parola sia guarigione, consolazione, salvezza, vita. La cercano come una parola straordinaria, unica, che sentita anche una sola volta nella vita cambia tutto. L’occasione dell’incontro con Cristo, di chiedergli la sua parola che trasforma un morente in un vivente è un’occasione rara, forse unica nella vita. E se per noi tutto questo è diventato familiare, non trasformiamo la familiarità in ovvietà, non scambiamo la confidenza con la superficialità, non disprezziamo la lettura biblica e la predicazione come se esistessero per permetterci di fare il critico d’arte. Finché ci sarà del vecchio nella nostra vita, la parola di Cristo sarà nuova. Finché ci sarà in noi qualcosa che ci spinge a disprezzarla, l’ascolto di questa parola ci sarà utile e necessario. E quando saremo disperati perché non c’è niente da fare, ci sarà solo una parola che ci farà vivere.

Riceviamola come parola unica e straordinaria per la nostra vita: «Va’ e ti sia fatto come hai creduto». E ti sarà fatto come avrai creduto. Avrai guarigione, avrai salvezza grazie alla forza della parola di Cristo.

Dettagli
  • Data: Gennaio 24, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Matteo 8, 5-13