Vangelo di Matteo 15, 21-28
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"Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro».  Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle brìciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita."

Predicazione tenuta domenica 4 ottobre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Matteo 15, 21-28

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Ma che Gesù è questo? Non accoglie tutti subito? Non è sempre disponibile? E i discepoli, che gli dicono di mandare via la gente? Dov’è il “Dio che ci ama così come siamo”? Se facessimo noi il canone biblico, questa pagina l’avremmo tutti tolta dalla “nostra” Bibbia, che sarebbe un’accozzaglia di versetti cari al cuore che scambiamo con la Bibbia, e non c’è verso di confrontarsi con quelli che non ci piacciono e che liquidiamo come “arcaici” e “non tutto è parola di Dio”. Eccerto, decidiamo noi che cos’è parola di Dio e che cosa no, esattamente come dice il Concilio di Trento. Oggi sbattiamo il muso su questo Gesù che è placcato dalla donna cananea, e non sembra il nostro Gesù. Perché proiettiamo in Gesù i nostri ideali per poi usarli come foglia di fico della nostra impotenza. Questo libro, la Bibbia, per secoli è stato un ricettario di storielle edificanti in mano ai frati, noi quindi pretendiamo che sia tutto “edificante” nel senso di appropriato ai nostri buoni sentimenti. Questo per coprire le nostre durezze, perché spesso proprio le persone più dure sono anche le più sentimentali. Allora, il Gesù del nostro buon cuore sarebbe corso lui dalla donna; oppure quel Gesù parco, che fa del bene solo ai suoi e col contagocce, cui non chiedi nulla di straordinario o di particolare e gli chiedi tutto il generico possibile, cioè quello che noi effettivamente purtroppo testimoniamo con la nostra vita, il Gesù avaro delle nostre profonde convinzioni le avrebbe detto: «Mi dispiace tanto, oggi per te non c’è niente. Prova a venire domani. Auguri». Cioè, la nostra convinzione oscilla tra un gesuino fabbrica di bene e che tratta bene tutti, e il Gesù testimoniato da voi, da me, che troppo spesso si manifesta come un impiegato, gentile quanto incapace, di uno sportello pubblico. Nessuno di noi e nessuno su questa terra avrebbe risposto alla donna pagana senza nome con una figlia malata come ha risposto Gesù. Due frasi secche, dure. Ma due frasi che costringono la donna pagana a conoscere Gesù.

Perché c’è un dono più grande della guarigione di Gesù. C’è un dono più grande dell’opera di Gesù. Questo dono è Gesù stesso, questo dono è Gesù in persona. La donna pagana riceve l’uno e l’altro, viene per ricevere la guarigione della figlia, la riceve e riceve la conoscenza di Gesù. Due risposte secche, brutte e antipatiche, ma alla donna che chiedeva dieci Gesù dà un miliardo.

Ecco la situazione. Gesù qui è in territorio pagano. Questi abitanti conoscevano la fede ebraica soltanto per sentito dire e la donna grida, da lontano, e lo chiama “Signore” e “Figlio di Davide”. Titoli del Messia d’Israele. Chissà da chi li avrà sentiti, chissà da chi li ha sentiti attribuiti a questo Gesù. Forse grida senza sapere che cosa sta dicendo, come molti che si rivolgono a qualsiasi santo o santone per ricevere la grazia desiderata. “Ma Gesù non le rispose parola”. I rabbini non parlavano con le donne e con i bambini, tanto meno con una donna pagana. E i discepoli, infastiditi, lo pregano di mandarla via. Che discepoli sono? Sono come i discepoli di oggi. Difendono la loro posizione privilegiata. La situazione era questa. Completa separazione tra la sorte del popolo di Dio e quella dei pagani, che non conoscono Dio, non conoscono le sue promesse, non praticano la sua legge. Un muro di cristallo li separa. Gesù non è per loro. Questo è il punto di partenza. E non permetterei a nessuno di scandalizzarsi di questo punto di partenza, se non a quelli tra voi che oggi andranno a trovare qualche amico o qualche parente che risiede al campo nomadi. Perché a criticare le separazioni degli altri o i muri del passato siamo bravi tutti. Siamo presbiteriani, perché abbiamo una struttura di chiesa di gerarchia assembleare, e purtroppo siamo anche presbiti. Nel senso che vediamo così bene il peccato lontano, così male quello vicino, per niente quello che portiamo attaccato addosso.

Poi l’azione. Gesù parla. “Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele”. Gesù è il profeta di Israele, è adempimento delle profezie che Dio aveva donato a Israele. Gesù è ebreo, in un tempo in cui essere ebrei voleva dire essere altro, completamente altro da tutti gli altri popoli. Ma parla, e la donna lo ascolta. Le risponde. È una parola dura, durissima per la donna, ma è una parola per lei, una parola così dura che apre uno squarcio nel muro di cristallo che li separava. E la donna che cosa fa? Intravede questo squarcio e si butta dentro. “Venne e gli si prostrò davanti e gli chiese aiuto”. Come dire, “Se Israele è attorno a te, io mi ci butto dentro”. La donna entra nello spazio vitale di Gesù, ai suoi piedi, davanti al Figlio di Dio. Non ne aveva il diritto, non avrebbe potuto, non era per lei, è un’intrusa, non c’entra con Gesù, non c’entra con i suoi… non importa! La donna è lì, come a dichiararsi, legittimamente o illegittimamente non importa, a dichiararsi lei tra le pecorelle perdute della casa d’Israele. Il fatto ha preceduto il diritto. La donna pagana è ora nell’ambito di Gesù, nonostante sia una donna e nonostante sia una pagana.

Poi la confessione. Gesù le dice: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Perché chi è che, in ristrettezze, darebbe da mangiare ai propri animali domestici quello che dovrebbe dare ai propri figli? Perché dare a un’estranea togliendo ai suoi? E la donna risponde: «Anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Se tu sei il Signore, se tu sei il Figlio di Davide, allora la tua tavola non solo non è vuota, la tua tavola è ricca, la tua tavola deve essere abbondantissima. Come quelle tavole dei banchetti rinascimentali su cui c’era di tutto e che il pittore raffigurava coi cani alle gambe del tavolo che mangiavano anche loro, che si saziavano anche loro con quanto cadeva dalla mensa. Tu dici bene, Signore, ma la tua mensa è così ricca che anche chi mangia quello che cade è saziato. E così per tre volte la donna l’ha chiamato “Signore”, e ora gli dimostra di aver capito che cosa significa questa parola. Il “Signore” che non ha solo autorità e dominio - chi ha solo questi è un despota, non un signore - il Signore ha abbondanza di tutto, il Signore condivide con generosità. Il pane di Gesù sazia ogni giorno i suoi discepoli, che ascoltano ogni giorno la sua parola. Ma una sola parola ascoltata una volta nella vita è determinante per la salvezza. Bastano queste briciole e i cagnolini sono saziati.

«Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come tu vuoi». Con questo dialogo la donna ha confessato la fede in Cristo. L’ha invocato ripetutamente, appena si è aperto uno spiraglio si è buttata, ha cercato la sua strada, l’ha riconosciuto quale Signore. Donna, grande è la tua fede. In tutti i vangeli, Gesù dichiara una “grande fede” solo due volte: davanti al centurione di Capernaum (Matteo 8,10), “Neppure in Israele ho trovata una fede così grande”, e davanti a questa donna. Due pagani. L’uno, il centurione, che l’ha riconosciuto Signore perché la sua volontà viene fatta (il centurione gli dice più o meno: io sono un militare, so che quando l’autorità superiore ordina, si esegue) e l’altra, questa donna, che lo riconosce Signore perché in Cristo c’è abbondanza di tutto e soprattutto c’è un’abbondanza generosa, un’abbondanza per lei. Ora capiamo il perché di quelle parole iniziali così dure. Perché in questo catechismo in pillole la donna non conosce il gesuino sempre a disposizione di tutte le nostre lagnanze, caro e comprensivo, ma poi tanto non cambia niente. Qui la donna riceve la conoscenza del Signore. Primo, lo conosce. Non conosce prima il miracolo, conosce prima Gesù Cristo. Secondo, lo conosce come Signore, con cui è difficile entrare in contatto ma dal quale poi non si viene respinti, il Signore che ha una tavola imbandita per i suoi amici, ma da cui tutti quelli che si trovano attorno a quel tavolo hanno di che sfamarsi. E qui arriva il gran finale, perché la donna che era lontana e separata da Cristo, riceve la parola “Ti sia fatto come vuoi”. Ti sia fatto come vuoi. Vi ricorda qualcosa? Per esempio il Padre nostro, “sia fatta la tua volontà”? Gesù dice alla donna pagana che l’ha confessato la stessa frase che noi diciamo a suo Padre e che Gesù stesso ci ha insegnato. Mentre noi tante volte rivolgiamo a Dio delle preghiere sbagliate, come singoli e come chiesa, Teresa d’Avila diceva che al mondo si piange di più per le preghiere esaudite che per quelle non esaudite, qui invece Gesù è come se dicesse “Amen”, un Amen efficace, alla preghiera di una pagana. E nella guarigione della figlia della donna non c’è solo la buona volontà di Gesù, non c’è solo il segno di Gesù, c’è tutto Gesù, c’è tutto il Signore, invocato, conosciuto e riconosciuto come il Signore. Gesù si fa conoscere alla donna come il Signore ricco e generoso. Filippo Melantone, amico e collaboratore di Lutero, inizia un suo trattato teologico che si chiama Loci communes con la frase “Conoscere Cristo, significa conoscere i suoi benefici”. Il più importante libro della Riforma in Italia, il libro che ha fatto più conversioni di tutta la Storia del protestantesimo in Italia, ha come titolo “Trattato utilissimo del beneficio di Gesù Cristo verso i cristiani”. Ecco, il beneficio, i benefici, questo conosciamo conoscendo Cristo. I tesori che riceviamo dalla sua generosità stando alla sua tavola o stando sotto la sua tavola. C’è tantissimo. C’è più di quanto possiamo desiderare, più di quanto il nostro desiderio può contenere. Questo è il vero Gesù. Solo questo.  Il Gesù della nostra immaginazione, un Gesù che una volta faceva tanto bene a tutti e che oggi è tirchio, un Gesù da sportello che è a disposizione di tutti ma per non dare niente a nessuno, non è altro che un Gesù finto, un Gesù di paglia, un Gesù generato non da Dio, ma dalla nostra fantasia. Gesù è il Signore. La donna per fare quei cinque metri in mezzo alla folla, per infilarsi nella crepa di un muro spirituale invalicabile fa la fatica più immane della sua vita. Altro che leggere la Bibbia, pregare, andare in chiesa “quando ci si sente”. Meglio essere pagani come questa donna che cristiani come chi la pensa così. Gesù non è a tua disposizione. Gesù è il Signore. Ti dice una parola decisiva. Forse, te la dice solo una volta nella tua vita, e quella volta puoi venire a lui, puoi incontrarlo, puoi conoscerlo. Gesù è il Signore, e dà tanto, dà tutto, dà se stesso. Noi riceviamo i doni di Cristo con il dono Cristo, le briciole della sua tavola ci sfamano in vita eterna. Noi cerchiamo il poco, troviamo il moltissimo conoscendo il Signore Gesù e abbracciandolo per fede, sempre più forte.

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  • Data: Ottobre 4, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Matteo 15, 21-28