Vangelo di Matteo 14, 22-33
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"Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua». Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù. Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»"

Predicazione tenuta domenica 3 febbraio 2019

Testo della predicazione: Vangelo di Matteo 14, 22-33

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Non c’è bisogno di credere ai miracoli come sovrappiù (già credo in Dio, ora devo fare pure questo sforzo…) non c’è bisogno di questo grande sforzo se facciamo il piccolo sforzo di ragionare su quello che abbiamo detto dieci minuti fa. “Credo in Dio, Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Io ho detto così. Non ho detto “Credo nella terra”. Non ho detto “Credo che la natura, credo che il mondo sensibile sia l’unica realtà e che non ce ne sia altra”. Non abbiamo detto questo. Abbiamo detto: Credo nel Dio Padre, di Gesù Cristo e Padre di tutti noi, Onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Cioè distinto dal cielo e dalla terra, mentre questi non esisterebbero senza di lui. Quindi, crediamo che ci sia altro rispetto alla natura e al mondo che percepiamo con i sensi. Crediamo che esiste Dio, che ha fatto la natura, ma che non si è identificato in questa. Ora, perché il miracolo. Il miracolo è una firma. La mano di Dio si rivela nel mondo sensibile per sottoscrivere l’insegnamento dei suoi servitori, per mostrare che è così come è stato detto. Quando la Lazio segna un gol si sente il boato dello stadio. Il miracolo è il boato di Dio: di per sé non ha senso, perché Dio non dà spettacolo, ma ha senso perché certifica che Dio è, con tutta la sua maestà e la sua potenza, che Dio è dalla parte di chi parla nel suo nome. Dio è dalla parte del suo figlio Gesù Cristo.

Dopo otto insegnamenti sul regno di Dio del capitolo precedente (il seminatore, le zizzanie e il buon seme, il granello di senape, il lievito, il tesoro nascosto, la perla di valore, la rete e il padrone di casa) il Signore compie due segni: la moltiplicazione dei pani e dei pesci e questo miracolo sul mare. La sua parola è confermata dal fatto, è riassunta in due dichiarazioni. Quella di Gesù: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” e quella dei discepoli: “Veramente tu sei Figlio di Dio!”.

Gesù manda i discepoli in barca ad attraversare il lago di Gennesaret, che spesso è chiamato “Mare di Galilea”, ma è appunto un lago. “Mare” significa ignoto, significa pericolo incontrollabile, ingestibile. Gli antichi navigavano non perdendo di vista la costa, almeno gli antichi greci e fenici, che erano gente di mare. Gli ebrei non solo non amavano il mare, ma ne erano terrorizzati. Dovevano avere solida terra sotto i piedi. Tanto che il mare nella Bibbia è sempre un elemento negativo e pauroso, dal caos che precedeva la creazione ordinata di Dio, fino a Giona, il naufragio dell’apostolo Paolo, fino alla nuova creazione dell’Apocalisse in cui, guardate un po’, il mare non ci sarà più (Apocalisse 21,1). Il mare non rappresenta le vacanze. Il mare è di per sé pericolo che non può essere affrontato. Già uno specchio d’acqua relativamente modesto come il lago di Gennesaret faceva paura. Poi, in più, il vento contrario che ingrossava le onde. E in piena notte, i discepoli da soli su un guscio di noce. Nella notte del pericolo mortale, i discepoli non riconoscono Gesù a vista, così come non lo riconosceranno a vista dopo la sua resurrezione, ma dalla sua parola. Gesù, che aveva aperto alle loro menti i segreti del regno di Dio, è in piedi sulle acque, non si fa dominare dal mare di morte che terrorizzava i discepoli. E parla loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. La parola di Gesù esprime a voce quello che è il messaggio del miracolo: il Figlio di Dio, il principe del regno di Dio ha pieni poteri sull’elemento di morte.

Per riconoscere Gesù, Pietro pone una condizione. E una fede con una condizione non regge. E’ una fede umana, non è la fede creata dallo Spirito di Dio. “Se sei tu, ordinami di venire da te”. Qualche passo Pietro lo fa, perché c’è la chiamata di Gesù. Ma non ce la fa ad arrivare. La fede che pretende la prova per credere, non resiste alla paura della morte. Sulle prime sembra che voglia sfidare tutto e tutti, ma quando sente l’urlo del vento e comprende di camminare sulla propria tomba aperta, allora precipita. Molto chiaramente, la fede come decisione umana non resiste alla prova che essa stessa si pone. Sarebbero bastate la presenza e la parola di Gesù per calmare la paura di Pietro, e invece, decide di provare. E finisce in acqua. Di solito, pensiamo a questo particolare come a una scena un po’ comica, e invece è un momento drammatico. Pietro sarebbe morto annegato. La sua fede con condizione non regge davanti all’evento della tempesta. E’ una fede che dubita quando non si può farlo, quindi una fede che naufraga. Questo è il problema della fede che nasce dalla decisione umana e non dall’opera dello Spirito santo nei nostri cuori. Cerca delle prove, e perde. Ai tempi delle persecuzioni dell’impero romano contro i cristiani, c’erano dei cristiani fanatici che si autodenunciavano all’autorità per essere uccisi, per morire da martiri di Cristo. Molto presto gli episcopi proibirono ferocemente l’autodenuncia. Sapete perché? Perché di questi, moltissimi, al momento del dunque, preferivano gettare una manciata di incenso nel braciere acceso davanti all’effigie di Cesare e andarsene liberi piuttosto che ardere su di una graticola. Mentre, tra i cristiani che non si autodenunciavano e che venivano presi, il numero di chi abiurava era molto più basso. La fede creata dallo Spirito non mette condizioni, non cerca plateali conferme in se stessa e non naufraga nella difficoltà che essa stessa ha invocato.

Pietro annega? Sappiamo di no. Non annega perché trova la mano del Signore che lo afferra. Pietro non resta a galla per una fede di per se stessa. Resta a galla afferrato dal Signore Gesù Cristo. La fede non è un elemento autonomo, una capacità o una percezione in più o un atteggiamento mentale. La fede è essere in Cristo, è avere una conoscenza di Dio e una fiducia in lui secondo la persona, l’opera e l’insegnamento di Cristo. Non è credere in chissacosa o in chissachi. Quindi Pietro comincia ad affondare, assieme alla sua fede nelle proprie umane possibilità di avvicinarsi a Gesù Cristo che lo chiamava come Pietro stesso aveva voluto che facesse. Ma non viene sommerso dai flutti perché Gesù lo tiene a galla. Non la sua decisione di seguire Gesù, non la sua idea di Gesù, non il suo amore per Gesù. E’ solo Gesù, è Gesù stesso che lo tiene a galla. Così come noi stiamo a galla non per la nostra convinzione di fede, non per la nostra decisione di fede, non per la nostra riflessione di fede, ma perché Gesù Cristo che ha camminato sull’abisso delle acque di morte e che ha tenuto a galla Pietro con la sua mano, ora tiene nella mano destra le sette stelle (Apocalisse 1,16), le chiese, le sette chiese più esposte alla persecuzione, le chiese in Pakistan, le chiese in Cina. La mano di Gesù che non lascia affondare è un miracolo invisibile, ma molto frequente nella Storia e nella geografia del cristianesimo. Alla fine, Gesù sale sulla barca e il vento si calma. La forza della morte si arrende davanti al Figlio eterno di Dio. La forza della morte sul mare risulta ancora oggi invincibile. Nel XX secolo due navi furono dichiarate inaffondabili: il Titanic e la corazzata giapponese Yamato. Quest’ultima, affondata con diciotto siluri e quaranta bombe, ma affondata. Non esistono oggi navi inaffondabili, figuratevi un guscio di noce. Nulla resiste all’acqua. Ma Gesù aveva aperto le porte del regno di Dio, in cui il mare non ci sarà più. Il regno di Cristo è più potente del mare, e ora il mare tace, e parlano i figli del regno: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!”. Dio stesso è con Gesù. Il braccio di Gesù che ha tenuto a galla Pietro è espressione storica del braccio del Dio Altissimo, è il riconoscersi di Dio nella persona e nell’insegnamento di suo Figlio. E con questo segno, Dio Padre dice: “AMEN!” al Figlio che ci apre le porte del suo regno.

Veniamo all’applicazione di questo insegnamento. In primo luogo, il Vangelo di oggi ci domanda se crediamo nella fede potente, nell’umanità potente, nella nostra capacità potente… e in un dio impotente, oppure se quanto abbiamo ascoltato e in cui tutti ci siamo identificati, perché l’umanità e Cristo, la morte e la vita riguardano tutti noi, ci fa capire quanto siamo risucchiati giù, quanto siamo a rischio, anzi nella certezza di precipitare senza la mano di Cristo che è così come la nostra, ma che il quel momento è la mano di Dio Onnipotente, del Dio che opera meraviglie. Non è vero che noi non crediamo nei miracoli. Qualche anno fa un leader politico usava lo slogan “Per un nuovo miracolo italiano” ed è stato creduto. Lo dico senza volerne giudicare l’attuazione e la capacità, dico solo che è stato creduto da molti. Il problema non è il miracolo. Il problema sorge quando il miracolo rivela l’impotenza degli esseri umani e la potenza di Dio. Quella potenza che fa sì che Pietro, i Valdesi durante le persecuzioni, i cristiani copti in Egitto e gli evangelici in Cina non precipitino nell’abisso della morte. Quindi, il miracolo conferma con un fatto soprannaturale tutto il Vangelo di Dio, proprio tutta la buona notizia di Dio per noi, conferma che senza l’opera di Cristo, approvata dal Padre e gradita a lui, senza l’opera di Cristo saremmo perduti. E che è appunto l’opera di Cristo per noi, non l’opera nostra per lui, l’opera nostra per noi, un briciolino di opera nostra, almeno come prova di buona volontà… No! Così affondiamo! E mentre stiamo affondando, Gesù stende la sua mano e afferra tutti noi.

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  • Data: Febbraio 3, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Matteo 14, 22-33