Vangelo di Matteo 10, 34-39
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"Dice il Signore Gesù Cristo: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.”

Predicazione tenuta domenica 1 novembre 2020 in occasione della festa della Riforma

Testo della predicazione: Vangelo di Matteo 10, 34-39

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Per la versione audio della predicazione, clicca qui.

Una donna cerca di convincere il marito: «Marito mio, voi tradite la vostra famiglia e tradite anche voi stesso! Voi, un Caracciolo, un marchese di Vico, un nipote del papa, un uomo che sedeva a tavola con l’imperatore Carlo... Lasciare i beni, la famiglia, lasciare me, vostra moglie, i vostri figli, per andare a finire a Ginevra, in quella città di eretici! Sappiate, marito mio, che Dio vuol essere servito nel luogo e nella situazione dove la sua provvidenza ci ha collocati. Dio vi chiama a essere un buon marito, un buon padre dei vostri figli. E quanto alle vostre idee sulla religione, alla vostra Bibbia, ai vostri libri di Lutero e Calvino, nessuno ve li toglie nel vostro studiolo di Napoli. Perfino l’inquisizione spagnola vi rispetterebbe. Occorreva, marito mio, occorreva rovinare tutto e partire per Ginevra? Guardatemi, sono vostra moglie, guardate i vostri figlioli! Ritornate con noi, marito mio, ritornate!» Intanto l’ultima figlia, di dodici anni, gli aveva abbracciato i piedi e glieli teneva stretti. Questo avvenne a Vico, presso Napoli, nell’estate del 1558.

In quel tempo, nel tempo della Riforma, essere cristiani non era facile. Nemmeno oggi lo è. E in Italia, a quel tempo, era davvero difficilissimo. Gesù Cristo ci invita ad appartenergli totalmente; a non essere più nostri, della nostra famiglia, della nostra cerchia di amici, del nostro lavoro. Gesù Cristo ci invita ad essere soltanto suoi. Lasciare tutto per trovare la vita. Questo è il costosissimo, ma ricompensatissimo Vangelo di Dio.

Le prime parole sono sconcertanti. Gesù Cristo non è venuto a mettere pace, ma spada. Come? Il cristianesimo non è la religione della pace, della bontà, dell’amore? Dopo tutto il nostro impegno per la pace, per la pace nel mondo, Gesù Cristo viene a parlarci di armi? Allora, potremmo cavarcela dicendo che si tratta di un’immagine metaforica. Adesso, da qualche anno, tutto quello che troviamo di indigesto nella Scrittura, lo liquidiamo come “metafora”. Ma purtroppo sappiamo che non è così. La Storia di Cristo è una storia di guerra: alla sua nascita re Erode fa sterminare i bambini innocenti, e prima di morire Gesù viene trafitto da una lancia. Nella Storia di Cristo le armi sono presenti, e mai per caso. Ma il Signore Gesù Cristo è sempre dalla parte del taglio e mai da quella del manico. Le armi vengono usate contro Gesù e contro i suoi discepoli e quando. Al momento del suo arresto, un’arma sarà usata in sua difesa, ma Gesù rifiuterà di mettersi dalla parte di chi usa le armi. Gesù non è stato un neutrale o un pacifista in senso gandhiano, ma è sceso molto più in basso. Gesù è stato uno sconfitto dalla violenza e dalle armi. Ma quello che più è importante è che è Cristo a provocare la guerra. La sua parola non viene tollerata e fa scatenare la reazione violenta del nemico. Cristo e i cristiani vengono colpiti da questa reazione e ne soffrono. Cristo porta la pace, la pace con Dio. Questa pace porta la guerra da parte di chi non è in pace con Dio. Come cristiani, veniamo trattati da nemici dai nemici di Cristo. Allora, quante volte abbiamo sentito o detto la frase: “Io non ho nemici”? Tu l’hai mai detta? Ti sei sentito più a posto dopo che l’hai detta? Ma scusa, chi ha mai detto che i cristiani non devono avere nemici? Gesù ci ha ordinato di non avere nemici? Dove? Per piacere, libro, capitolo e versetto! Dov’è che ci è ordinato di non avere nemici? No, al contrario. Gesù ci ha ordinato di amare i nemici, ci ha ordinato di affrontarli per salvarli e non per distruggerli, ci ha ordinato di essere per loro una testimonianza, un’occasione per cambiare vita.

Il testo prosegue con parole altrettanto dure: chi ama genitori o figli più di Gesù Cristo, non è degno di lui. Genitori e figli sono gli affetti più cari, gli affetti per chi ci ha generato e per chi noi abbiamo a nostra volta generato.  Per i genitori e per i figli si fa di tutto. Per avere il cadavere del figlio Ettore, Priamo, il re di Troia, si presenta solo e disarmato alla tenda di Achille, il capo dei nemici. Gesù Cristo ci chiede di amarlo ancora di più. Ora noi possiamo amare Cristo e amare il nostro prossimo, i nostri parenti stretti. Ma se le due cose vanno in contraddizione, se l’amore per i nostri cari diventa un impedimento ad amare Cristo, allora la scelta, anche se sofferta, deve essere in favore di Gesù Cristo. Possiamo amare i nostri familiari, ma che cosa facciamo quando i nostri familiari sbagliano? Possiamo schierarci in loro favore per principio e dire: “se qualcuno litiga con mio figlio, o con mio padre, o con mio fratello, è come se litigasse con me!” e in questo caso la parola “famiglia” comincia ad acquistare un sapore mafioso. Se amiamo Gesù Cristo, sappiamo che la sua volontà non può mai essere sbagliata, sappiamo che la sua parola non è mai bugiarda. Di lui possiamo fidarci di più di quanto ci possiamo fidare dei nostri genitori, o dei nostri fratelli, o dei nostri figli.

Alla fine le parole di Gesù arrivano al massimo della durezza e ci dicono di prendere una croce e di perdere la vita per causa sua. Questo viene espresso con un paradosso: chi cerca di salvare la vita, la perde; chi invece è disposto a perderla per causa di Cristo, la trova. Chi cerca di salvare se stesso cerca la salvezza in se stesso; chi cerca Cristo, allora cerca la salvezza concreta e vera che è in lui. Quando una nave affonda, quelli che si lasciano prendere dal panico e tentano in tutti i modi di farsi largo per salvarsi sono i primi ad andare a fondo; quelli invece che si fidano della voce del capitano che li indirizza ordinatamente alle scialuppe, quelli hanno buone possibilità di restare in vita. Allo stesso modo chi sa che la propria salvezza non dipende dai propri sforzi, ma solamente da Gesù Cristo, a questo caro e amato salvatore vorranno restare attaccati, vorranno restare uniti qualsiasi cosa accada. Prendere la croce e seguire Cristo vuol dire rischiare, soffrire, morire, ma anche trovare la salvezza nella croce di Cristo; perdere la vita a causa di Cristo significa uccidere la nostra vita vecchia, concentrata in se stessa, per trovare in Cristo la misericordia, l’amore, la parola che fondano la vita vera, la vita eterna.

L’uomo che incontra la sua famiglia a Napoli, tanti anni fa, è un nobile, Galeazzo Caracciolo Marchese di Vico, una famiglia napoletana molto in vista. Da giovane aveva servito a tavola l’imperatore Carlo V, cioè aveva versato il vino a uno degli uomini più potenti di tutta la Storia dell’umanità, sul cui impero non tramontava mai il sole, perché era esteso in tre continenti. Dopo aver conosciuto il Vangelo, Galeazzo se n’era fuggito a Ginevra rinunciando a tutte le ricchezze e a tutti gli onori. Non aveva più uno stuolo di servitori, doveva andare da solo al mercato. Era Anziano della chiesa italiana e molto attivo nella vita politica come consigliere dei sindaci della città. Per professare liberamente la religione riformata si era adattato di buon grado alla vita modesta, ma provava un vivo dolore ogni volta che il pensiero correva a sua moglie, cattolica fervente, rimasta a Napoli, e ai suoi figli, sorvegliati speciali dal clero ed educati nel più rigido papismo. Galeazzo propose appunto di vivere in un territorio dove fosse possibile che ciascuno praticasse la propria fede. La moglie rifiutò di trasferirsi in una terra di eresia e gli propose di tornare a Napoli a praticare la sua fede di nascosto. Tanto, nemmeno l’Inquisizione avrebbe osato perseguire il marchese Caracciolo. L’uomo non ha dubbi e rifiuta. Quando viene fermato dall’abbraccio del figlio più piccolo, Galeazzo lo solleva, lo abbraccia, lo rimette a terra e parte per sempre. Tornerà a Ginevra e non vedrà più la sua famiglia. A Ginevra continuerà il suo servizio nella chiesa e aiuterà molto italiani profughi a motivo della religione. Tra la famiglia e Cristo, Galeazzo ha scelto Cristo. La Storia ricorderà questo nobile di sangue e di cuore, questo calvinista napoletano con una biografia scritta dal suo pastore, con la dedica di Calvino del suo commentario alla II Lettera ai Corinzi e con una medaglia, unica immagine che abbiamo di lui (che avete sul vostro foglio) dove sul dorso è inciso, in latino: “Ho scelto di sedere nei confini della casa del mio Dio piuttosto che abitare nei tabernacoli dell’empietà”. Questa è la Riforma in Italia, la nostra Riforma. Non abbiamo occupato cattedrali, non abbiamo cambiato la società. Ma è stata una Riforma che ha conosciuto e sofferto i solchi, le divisioni, i confronti all’interno delle famiglie stesse. Il cardinale Jacopo Sadoleto, quello che polemizza con Calvino, ha un nipote diretto, figlio di suo fratello, Giulio, che è pastore protestante a Morbegno in Valtellina. E così tanti altri. Ed è stata una Riforma che ha camminato dietro a Gesù Cristo, cercando luoghi nuovi per adorarlo in libertà. Ed è stata una Riforma che ha sempre lavorato per l’Italia. Giovanni Diodati, figlio di profughi, il grande traduttore della Bibbia, scrive del suo lavoro che è “per aprire agli italiani le porte della verità celeste”. Oggi noi siamo qui, in Italia, perché non donna Caracciolo, non il cardinale Sadoleto, non tutti i nemici nostri e di Cristo, ma il Signore Gesù Cristo è il Signore della realtà, cui ogni potere è stato dato in cielo e sulla terra. John Knox, il Riformatore della Scozia, diceva che “La chiesa di Dio è un’incudine su cui si sono rotti tanti martelli”. Credono di poter rompere l’incudine con i martelli, ma alla fine l’incudine è intera e i martelli sono rotti. Eccoci qui. Ne abbiamo prese di martellate! Ma siamo qui. Siamo qui a dire a questo paese e a questa città, siamo qui per dire in italiano, in francese, in malgasy e in cinese che Cristo è l’unico ascoltato Signore della Chiesa, che Cristo ci salva per la sola grazia, che Cristo ci vuole fratelli e sorelle gli uni degli altri, e non sudditi degli uni o degli altri. Che è possibile vivere qui, qui, un’adorazione cristiana autentica, fatta di ascolto e di obbedienza, fatta di libertà e di servizio.

E saremo irriducibili, come ci chiede il Signore. Insieme, continueremo a rompere i martelli.

 

 

Dettagli
  • Data: Novembre 1, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Matteo 10, 34-39