Vangelo di Marco 2, 23-28
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"In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com'egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato; perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato»."

Predicazione tenuta domenica 25 ottobre 2020
Testo della predicazione: Vangelo di Marco 2, 23-28
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche

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Care sorelle e cari fratelli,

il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Una parola che già conosciamo, e forse l’abbiamo anche già detto, anzi usato qualche volta. Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Non so bene perché, per dire che cosa, forse per rivendicare una libertà, una libertà dalle regole. Le regole sono state fatte per l’uomo e non l’uomo per le regole. Per dire: al centro non stanno le regole, ma la persona umana, ecco per rivendicare la centralità della persona umana: il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato.

Perciò è un detto, un proverbio, probabilmente più citato da laici, non credenti, per mettersi al riparo da un’invadenza religiosa, clericale, per difendere un mondo moderno in cui centro sta l’uomo, in cui tutto ruota attorno all’ombelico dell’uomo. Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato.

È una parola ad effetto, del tipo: «l’uomo mangia per vivere, ma non vive per mangiare» (facilmente contestabile), oppure: «il lockdown è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il lockdown». Vorrebbe dire: sì, il lockdown è senz’altro stato fatto per l’uomo, per la salute dell’uomo, per salvaguardare le persone umane più fragili. Ma attenzione a strumentalizzarlo per cedere alla tentazione di poter gestire con la ragionevolezza e la necessità vitale delle misure antivirus anche le coscienze delle persone.

Dopo averlo pronunciato per ben sei volte questa parola: il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato, ci fermiamo un attimo alla settima volta, il settimo giorno, lo shabat, perché incominciamo a sentire che questa parola pronunciata oggi ha un’attualità pungente. Sentiamo la necessità di un riposo per la creazione e le creature, la necessità di una nuova centralità dello shabbat per salvare il pianeta, compresa l’umanità responsabile della sua distruzione. È una parola pericolosa, è pericoloso difendere il mondo moderno in cui tutto gira attorno all’uomo e i suoi bisogni contro ciò che potrebbe risultare il suo balsamo, il suo vaccino: il riposo del settimo giorno.

Ci siamo spinti forse un po’ troppo in là, non siamo ancora arrivati al riposo eterno. Ritorniamo indietro nel tempo. Ritorniamo ai tempi di Gesù.

Già allora il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato è stato un proverbio che era sulla bocca di molti. Lo insegnavano anche i rabbini dopo Gesù: «il sabato è affidato alle vostre mani, non voi alle sue mani» (Jonatan ben Joseph), «il sabato è dato a voi, ma voi non siete dati al sabato» (Simon ben Menasiah). L’inosservanza del sabato comportava la pena di morte. Ma eccezioni c’erano sempre. Dagli Esseni, questi monaci del Mar Morto in qualche modo vicini a Gesù, se non osservavi il sabato, mettevano sott’osservazione te per sette anni di recupero. Non era solo rigore e rigidità, bianco e nero (che alla fine significa solo nero) senza alcuna sfumatura di grigio. C’erano la destra e la sinistra, tradizionalisti e progressisti, pietisti e liberali, un dibattito acceso. Come i nostri sul lockdown e sulla salvaguardia del pianeta. E come quello tra Gesù e i farisei in mezzo a un campo di grano. Un dibattito vivo. Si sente ancora tra le righe, o meglio: tra le spighe, la vivacità di questa discussione tra il rabbì Gesù e i farisei. Non è una discussione costruita al tavolino, alla lettera; ci sono troppe imprecisioni, troppe cose non dette, tra le righe, come in un dibattito vero: i discepoli passeggiano per il campo strappando qualche spiga, ma i farisei lo interpretano come se mietessero. Infatti, solo mietere è un lavoro vietato di sabato. Vedi! Vedono quel che vogliono vedere. Vedi! Vogliono imporre la propria visione a Gesù. Una visione soggettiva, di parte, faziosa. Un dettaglio di non poco conto: spesso siamo troppo convinti, e troppo poco autocritici e onesti rispetto alla propria interpretazione di quel che avviene, soprattutto quando si tratta di attribuire qualche errore agli altri, quelli che già ci sono sospetti. I farisei che non erano conosciuti come radicali osservatori, talibani, fondamentalisti, ma piuttosto permissivi, liberali, italiani con la legge – non è l’osservanza, ma la loro faziosità che non va. Personalizzano il discorso: in fondo ce l’hanno con Gesù. Ben da sapere per noi, quando se la prendono con noi, quando ci guardano male: in fondo ce l’hanno con Gesù.

Ma anche Gesù non è preciso, non si attiene alla lettera: nel racconto biblico che cita il sommo sacerdote non è Abiatar, ma Achimelec (Abiatar è suo figlio); anche questo ci consola: scambiare nomi capita, è umano – è un discorso vivo. Quel che Gesù vuol dire è: nella Scrittura ci sono eccezioni alla legge. Ecco: Gesù mette in luce le eccezioni, non si fissa sugli errori altrui, ma fa notare ciò che è eccezionale. Vuole mettere in gioco Davide di cui è discendente, e che apre la prospettiva sulle attese messianiche: il Figlio dell’uomo verrà dalla casa di Davide.

Un dibattito vero, vivo, pieno di imprecisioni, interpretazioni, personalismi. Come i nostri dibattiti. Tra le righe, tra le spighe. E questo dibattito del sabato è rimasto vivo nelle prime comunità cristiane. Gli altri evangelisti, Matteo e Luca aggiustano, correggono, p.e. il nome Abiatar e – e questo è interessante! – tralasciano il nostro detto pericoloso: il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Lasciano solo il versetto che segue, e che mette tutto in ordine: il Figlio dell'uomo è signore del sabato.

Questa è la chiave di interpretazione: perciò - perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato. Tutto dipende da chi è quel Figlio dell’uomo: potrebbe essere un essere umano normale come me o come te, detto Figlio dell’uomo, semplicemente per variare l’espressione l’uomo. Questo modo di dire ebraico lo conosciamo dal Salmo 8 (v.4): che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Due volte l’essere umano, varia solo l’espressione. Allora il sabato è abolito, l’uomo, l’essere umano è signore del sabato. Una storia che conosciamo: la distruzione del pianeta.

Se invece il Figlio di Dio è il Messia, quello che verrà a salvare il mondo, compreso il pianeta terra e la sua povera umanità, allora Gesù è signore anche del sabato, non solo ma anche, perché è anche il Signore della vita e delle morte, il Creatore del cielo e della terra. Allora il sabato è il giorno del Signore («domenica»). Questo è il punto decisivo: non «il giorno» ma che è del Signore. Vale per tutte queste parole, tipo «la chiesa di Gesù Cristo»: quel che conta è Gesù Cristo, mentre noi parliamo di «chiesa» a prescindere, dando per scontato Gesù Cristo. Il sabato è al servizio del Cristo, dell’umanità, del mondo, né moderno né antico, il cui centro, il cui ombelico non è l’essere umano, ma appunto il Cristo.

Quest’ultima interpretazione era già introdotta dalla figura di Davide sulla quale posa la promessa messianica. Contro questa lettura potrebbe essere messo in campo il cosiddetto «segreto messianico» nel vangelo di Marco, che Gesù non voleva mai che si parlasse del suo essere Dio prima della croce. Qui allora sarebbe egli stesso a rivelarlo: il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato. Ma ciò che rivela il suo essere Dio stesso, il Signore del Sinai che ha dato il comandamento di ricordare il giorno del riposo, appunto è la croce. Sotto la croce il centurione che l’ha appena crocifisso confesserà: Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio! (Marco 15,39). La croce qui, tra le righe e tra le spighe, c’è: il peccato per il quale vengono accusati i discepoli dai farisei che non vedono bene, Gesù lo prende su di sé.

Scusate questi «tecnicismi» esegetici. Ma questo testo è un dibattito esegetico. E noi siamo pienamente dentro questo dibattito. In questo tempo di incertezze, veri e propri dilemmi, p.e.: o salute o economia (non da ieri, ma da tanto tempo: Taranto insegna), che richiedono flessibilità, sensibilità, intelligenza, capacità esegetiche – e soprattutto onestà.

In questo mondo dobbiamo fare una battaglia (sempre in difesa, mai di offesa!) in favore dell’uomo e una battaglia in favore del sabato (sempre in difesa, mai di offesa!). Ma non possiamo mettere in campo l’uno contro l’altro: né il sabato contro l’uomo, né l’uomo contro il sabato. Perché non siamo noi i signori né del sabato né dell’uomo. Il Signore del sabato e dell’uomo è unicamente Gesù Cristo, l’amore di Dio, che ci difende.

Non basta citare un proverbio, e nemmeno un versetto biblico: i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri dibattiti e le nostre azioni, per essere responsabili, devono passare per per le righe e le spighe di questi dibattiti esegetici, ma soprattutto per l’incontro vivo e vero con la persona di Gesù Cristo, devono passare per la sua croce. Che non ci permette di sparare gli uni contro gli altri né nel nome del comandamento del sabato, né nel nome dell’uomo, usati entrambi come bandiere o principi senza volto. Senza il volto di Gesù Cristo. Che ci guarda. Credo con molta simpatia. Mai senza un sorriso, sempre pieno di affetto.

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  • Data: Ottobre 25, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Marco 2, 23-28