Vangelo di Marco 2, 18-20
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"I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. Ma verranno i giorni, che lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno.»"

Predicazione tenuta domenica 20 gennaio

Testo della predicazione: Vangelo di Marco 2, 18-20

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Dopo una dura giornata di lavoro, lo stampatore non aveva ancora finito tutte le copie dei libri che dovevano essere pronte per la fiera. Allora propose ai suoi operai di continuare il lavoro fino a tarda ora, promettendo di invitare tutti a cena non appena il lavoro urgente fosse stato concluso. Alcune ore dopo il tramonto il lavoro fu terminato, e la moglie dello stampatore si ritrovò a cena molte persone più del previsto. Andò in cantina, prese delle salsicce e le cucinò. Era tempo di quaresima, ed era vietato mangiare carne. Ne nacque uno scandalo, ma il parroco della cattedrale di quella città difese lo stampatore e scrisse un trattatello “Von erkiesen und fryheit der spysen” (16 aprile 1522) (sulla scelta e sulla libertà dei cibi), dimostrando che nessuno poteva imporre ai cristiani digiuni e limitazioni di cibo. Così, con una prosaica cena di salsicce in quaresima, iniziò la Riforma della chiesa di Zurigo.

Chi è con Cristo, ha tutto, è libero e può far festa. Chi è senza Cristo, lo cerchi in preghiera e col digiuno. Ma chi impone agli altri la propria dittatura spirituale, non fa altro che tentare di chiudere le porte della gioia e della libertà che Gesù Cristo ha spalancato.

I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Il digiuno è un aiuto fisico alla preghiera usato da moltissime religioni. Anche Gesù ha digiunato nel deserto. Il digiuno funziona così: il corpo soffre la fame e in preghiera trasferisce questa fame all’anima. La fame del corpo viene sublimata nella fame dell’anima, e questa è una fame che solo Dio può saziare. Il digiuno diventa così la preghiera del corpo che aiuta e sostiene la preghiera dell’anima. I discepoli di Giovanni e i farisei non avevano conosciuto in Gesù il Salvatore, perciò lo aspettavano digiunando per accrescere il loro desiderio di comunione con Dio. Fin qui nulla di male, ma il loro digiuno indicava l’assenza di Dio e non la presenza. Digiunavano per aver più fame di grazia, ma erano troppo concentrati sul loro digiuno per accorgersi che in Gesù c’era grazia a sazietà. L’intenzione del digiuno era buona, ma l’uso era dannosissimo: un rito esteriore del vecchio patto veniva preso a metro di giudizio per la gioia esteriore del nuovo patto. Il vecchio vuole giudicare il nuovo senza averlo compreso. Molti sono alla ricerca di novità, ma quando la verità arriva, eccoli a rimpiangere il passato e a far finta che non sia arrivato niente d’importante. Il vecchio tranquillizza, la novità scuote, interpella, divide.
«Come possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro?» La presenza di Gesù tra i suoi discepoli è una festa, una gioia che non può e non deve passare inosservata. I discepoli di Giovanni e i farisei non hanno Gesù con loro. I discepoli di Gesù hanno il salvatore con loro. Questa è la differenza tra la mortificazione e la gioia, tra il digiuno e la festa. I discepoli di Cristo sono liberi di gioire, di far festa come in una festa di nozze. Chi si permette di misurare o di criticare la gioia di un matrimonio? Chi può permettersi di sgridare gli amici dello sposo? Questa gioia è determinata soltanto dalla presenza dello sposo, di Gesù. Nessuno dall’esterno ha il diritto di sindacare sulla gioia che la presenza di Gesù porta nella vita dei credenti. Questa è la fede che ha vinto il mondo: la fede che si lascia determinare soltanto dalla presenza di Cristo e che rifiuta e denuncia tutte le voci estranee che vogliono giudicarla e comandarla. La presenza di Gesù non convive con altri signori e non lascia spazio a voci esterne. Se siamo liberi in Cristo, allora non permettiamo a nessuno di limitare la nostra gioia e di spiare la nostra libertà. I doni di Dio non si rubano e la nostra comunione con il Signore Gesù Cristo ci dà una gioia che è nostra, e nessuno ce la porterà mai via.

«Ma verranno i giorni, che lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno». Gesù ha gridato dalla croce, nel giorno in cui i poteri forti dell’umanità pensavano di toglierlo di mezzo. Gesù è risorto dai morti ed è vivo, non ci lascia una tomba su cui piangere. Gesù è salito al cielo, ha lasciato il mondo con la sua presenza fisica, evidente, ed è andato nel luogo di Dio. Quando lo sposo ci sarà tolto, allora digiuneremo. Gesù ci è stato dato con pienezza, con abbondanza, ma più ci viene dato, più sentiamo che ci manca. Il Nuovo Testamento, la raccolta dei libri che testimoniano il compimento di tutte le promesse di Dio, cioè testimoniano continuamente, fermamente, chiaramente la presenza di Gesù, al penultimo versetto dell’Apocalisse si conclude con l’invocazione “Vieni, Signore Gesù!”. Dai morti in mare alla malvagità del nostro cuore… ci manchi! Vieni, Signore Gesù! Dalle sofferenze non consolate alle ingiustizie esibite… ci manchi. Vieni, Signore Gesù! Quando la nebbia del nostro dolore e la tenebra che scende sul mondo quando Gesù muore ci impediscono di gioire, allora la sofferenza si farà preghiera e il cordoglio si farà digiuno. Se seguiamo un Salvatore crocifisso, le sofferenze non ci saranno risparmiate. Né le sofferenze che porta la nostra umanità, né quelle che patiamo a motivo della nostra fede. Allora possiamo digiunare, anzi dobbiamo digiunare e pregare il Signore di rivelarsi come consolatore e di venirci a cercare dopo che lo abbiamo abbandonato. Non solo nella gioia, ma anche nel dolore il Signore ci darà la sua presenza che ci protegge e ci consola.

Possono gli amici dello sposo digiunare mentre lo sposo è con loro? Mangiare è un bisogno primario, ma mangiare insieme non significa soltanto nutrirsi. Significa condividere, avere comunione, fare festa. Fare festa insieme e in Cristo. Parole uniche, quelle di Gesù. Tutti gli altri vi dicono che cosa e quando potete mangiare. Tutti. Mosè, Maometto, il papa, le filosofie orientali, i settimanali di settore, il moralismo, il vostro specchio. Tutti vogliono essere signori di quello che mangiate e di quando mangiate. Prescrizioni alimentari e tempi di digiuno, quaresime, ramadan e venerdì santi. E’ troppo forte per ogni religione la tentazione di controllare i tempi e i modi del nutrimento dei suoi fedeli. L’oppressione religiosa comincia sempre in cucina, e poi di solito si allarga in camera da letto. La parola di Gesù è l’unica, l’unica che non imprigiona in un dettame, ma libera nella gioia. Possono gli amici di Gesù digiunare mentre Gesù è con loro? Possiamo noi digiunare mentre Gesù è con noi? Se siamo liberi in Cristo, a chi permetteremo di spiare la nostra libertà? Mangiare è un bisogno primario, mangiare insieme fa crescere come esseri umani, mangiare insieme nella festa, perché c’è Gesù, c’è lo sposo, fa crescere come credenti. Qui non puoi scegliere altro. O la gioia e la libertà in Cristo, oppure essere succube di un sistema religioso che fissa e regola il tuo nutrimento, il tuo rapporto con Dio e con gli altri, il tuo stato d’animo, che vuole avere in pugno la tua cucina. Questa è la posta in gioco. Se conosci la gioia in Cristo, conosci anche la libertà in Cristo, e nessuno te la deve toccare. Se ti senti lontano da Gesù, allora c’è motivo di digiunare, di essere triste, di desiderarlo con forza. Se vivi nella grazia e nella fede, allora ogni giorno è la festa della libertà. E nelle feste si dà onore al festeggiato e si gode dei suoi doni. Se sei in un momento della tua vita difficile e triste, l’invito alla festa di Cristo non fa scomparire il tuo dolore, ma ti rafforza, ti aiuta a portarlo. Il festeggiato vuole portarlo con te. Anzi, se vieni da un tempo di tristezza, la festa sarà più festa, la festa è il segnale della fine della tristezza e del digiuno. Al mondo sono i popoli più poveri che fanno le feste più grandi e che si divertono di più, e una festa di nozze può durare diversi giorni o settimane. E quanto potrà durare la nostra festa con Cristo? Fino a che non ci sarà tolto. Fino a che la sua presenza davanti a noi non sarà offuscata dalla nostra mancanza di fede, dalla nostra cecità spirituale, dal nostro troppo avere che nulla più cerca. E questo non è più il digiuno dell’invocazione, dietro a questo digiuno non c’è “Vieni, Signore Gesù”, ma c’è solo il “Non fatemi pensare dove sta andando la mia vita”. Per questo voi, che conoscete la gioia, siete qui. La gioia seria, composta, profonda, tosta. Chi ha rifiutato la convocazione, la ri-unione all’ascolto di questa parola, è triste. Un evangelico che potrebbe essere qui, ma non vuole, è un evangelico triste. Si fa mancare il motivo della gioia, si priva della difesa della sua gioia e della sua libertà e rifiuta la consolazione nella sua sofferenza. Hai Gesù? Fa’ festa! Ti manca Gesù? Digiuna e prega! Qui le cose te le diciamo chiare, perché sono chiare! Confròntati nella libertà con il Gesù presente e con il Gesù invocato. E così Gesù sarà nella tua vita sempre più presente e sempre più invocato.

Torniamo alle salsicce… Huldrych Zwingli, il parroco della cattedrale di Zurigo che difese il tipografo reo di aver mangiato carne in quaresima divenne il riformatore della città svizzera. Il Consiglio della città, notando una evidente discrepanza tra la parola del papa e quella di Gesù, decise di seguire la seconda e di abbandonare la prima. “Sulla scelta e libertà dei cibi”, cioè la gioiosa libertà dei fedeli del Cristo è garantita dalla parola del Vangelo. Chi ti vuol togliere questa libertà e questa gioia, ti vuol togliere la festa della presenza di Cristo. Ma non ce l’ha fatta. E non ce la può fare.

 

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  • Data: Gennaio 20, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Marco 2, 18-20