Vangelo di Luca 21, 21-24 e 34-38
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"«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada, e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti. (…)

Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita e che quel giorno non vi venga addosso all'improvviso come un laccio; perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo."

 

Predicazione tenuta mercoledì 10 dicembre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 21, 21-24 e 34-38

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

 

Come fa un popolo a resistere dopo la distruzione della propria terra, della propria casa? Fino a quel giorno, questo era stato impossibile. I troiani non erano sopravvissuti come popolo alla distruzione di Troia – al netto di quella meravigliosa frode chiamata “Eneide” – e i cartaginesi non erano sopravvissuti alla distruzione di Cartagine, sulle cui rovine fu simbolicamente sparso del sale per maledire quella terra e condannarla alla sterilità. Ora, la profezia del Signore riguarda gli avvenimenti terribili della Storia umana, in primis la distruzione di Gerusalemme, e nella parte che abbiamo già esaminato un anno fa, l’interpretazione del grandi segni della natura sulla fine del mondo e la manifestazione del Figlio di Dio, insomma le fini, quelle della Storia e quella del mondo, e Gesù Cristo. Le fini della Storia umana saranno  più lievi e meno problematiche della temuta fine del mondo? Troia, Cartagine, Gerusalemme per noi è roba del liceo, ma facciamo un salto di un millennio e mezzo. Magdeburgo 1631, venticinquemila morti in qualche ora, non sul campo di battaglia, ma durante il saccheggio e l’incendio della città più ricca della Germania di allora. Un salto di altri due secoli: Guernica, Coventry, il ghetto di Varsavia, Dresda, Hiroshima, Nagasaki. Ci sono dei giorni in cui la furia della malvagità umana non sembrerà lasciare scampo, ma soltanto desolazione e morte. Le tragedie del XX secolo hanno fatto vacillare la fede di molti e qualcuno l’ha addirittura persa, ma con questa furia della malvagità la Scrittura si è confrontata. Dal dodicesimo capitolo del libro del profeta Daniele, ancora prima dal Salmo 74 la morte è riconosciuta come distruzione completa delle case, dei palazzi e dei luoghi di culto del popolo di Dio. Ma non viene distrutto il piano di Dio. Cadono i muri umani, le realizzazioni umane che erano onesti tentativi, ma appunto umani, parziali, perituri, di testimoniare il regno di Dio sulla terra. Giorni terribili della Storia umana, cui va il dovere del ricordo. Tentativi umani che finiscono, come finisce la forza brutale delle potenze distruttrici. “Finché i tempi delle nazioni siano compiuti” e si compì anche il tempo dell’impero romano. Meno di tre secoli e mezzo dopo la distruzione di Gerusalemme, i visigoti di Alarico erano padroni di Roma e mettevano al sacco la città. Dunque, niente di nuovo per chi conosce la Storia umana e non intende dimenticarne le efferatezze, ma questa nostra terribile Storia è intersecata dalla Storia della salvezza. Dentro questa Storia il Signore Gesù Cristo nasce, predica, agisce, guarisce, viene tradito, viene ucciso, viene risvegliato dai morti. In questa intersezione la vita e la vittoria sono nascoste, mentre la morte e la desolazione sono evidenti. Ma ciò che è nascosto viene rivelato dalla parola di Gesù Cristo, dalla parola che non passerà nemmeno quando il cielo e la terra passeranno. La parola che rivela la mortalità del mondo mortale, la morte di quel mondo che produce morte, la fine di quel sistema che ha fatto finire male tanti suoi figli. Quei fatti storici che galvanizzano i vincitori e terrorizzano gli sconfitti non sono segni di vitalità, di cambiamento, di rinnovamento. Sono rughe sul volto del mondo, rughe che si accumulano una sull’altra e che raggrinziscono sempre di più il volto di questo sistema di cose.

Badate a voi stessi. Non ottundetevi. Vegliate, pregando ogni momento. Sappiamo quanto facile sia trasferire la nostra speranza sull’evidente. Sappiamo quanto facile sia credere in un radioso futuro che sia un perfezionamento progressivo del nostro presente. In una giustizia di Dio come giustizia umana perfezionata, in un regno di Dio come espansione della civiltà e del progresso, in una vita eterna come vita allungata in una vecchiaia sempre più confortevole e attiva, in una fine del dolore come risultato del progresso della medicina. La chiesa credente veglia, vigila contro questo fraintendimento. Le tragedie della Storia non indicano la fine di Dio e della speranza in lui, ma la fine di quel mondo realizzato dagli umani, la fine del regno dell’umanità e la fine della speranza che l’umanità ha riposto e continua sciaguratamente a riporre in se stessa. Vigilate, pregando ogni momento, perché Dio vuole tirarvi fuori da questo labirinto di morte e vuole portarvi nel regno di Cristo. La parola di Cristo ci libera dal pensare questo mondo come l’unica realtà possibile, da Caino alla società di mercato ci viene inculcato che non c’è alternativa. Invece eccola! La città di Dio che scende dal cielo, su cui Agostino riflette e scrive pochi anni dopo il sacco di Roma da parte dei visigoti. Ai credenti questo mistero è rivelato: c’è luce oltre il buio e contro il buio; c’è vita oltre la morte e contro la morte; c’è beatitudine, c’è pace, c’è giustizia oltre e contro Auschwitz e Hiroshima. C’è eternità oltre e contro questo tempo che scricchiola, quest’anno formato di numeri di contagiati e di morti che hanno scandito le nostre giornate, in mezzo a eroismi e inefficienze, ad attenzioni e a comportamenti sciagurati. Un tempo in cui la parola che non passa non è passata, è rimasta con noi, ci ha dato forza e saggezza.

Alzate la testa, perché la vostra redenzione è vicina. Le parole di Gesù Cristo non passeranno. Vegliate, pregando ogni momento, affinché siate in grado di scampare e di comparire davanti a Gesù Cristo. Abbiamo ascoltato parole di consolazione e di protezione, cui abbiamo risposto con gratitudine e con responsabilità. “Aspettiamo che finisca” non vale solo per la pandemia, ma per questo sistema di cose che la pandemia ha ulteriormente manifestato. Attendiamo il regno di Cristo, attendiamo la vita eterna in Cristo, quella vita nella quale non ci sarà “Io” senza “Noi”, nella quale vedremo per sempre quello di cui oggi ascoltiamo. Chiusi nella nostra realtà, la parola di Gesù Cristo è il rumore della chiave nella serratura che apre la porta. Questo rumore, e soltanto questo, fa battere forte il nostro cuore.

Dettagli
  • Data: Dicembre 10, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 21, 21-24 e 34-38