Vangelo di Luca 20, 9-19
Contenuto

"Poi cominciò a dire al popolo questa parabola: «Un uomo piantò una vigna, la affidò a dei vignaiuoli, e se ne andò in viaggio per molto tempo. Al tempo della raccolta mandò un servo da quei vignaiuoli perché gli dessero una parte del frutto della vigna; ma i vignaiuoli, dopo averlo percosso, lo rimandarono a mani vuote. Egli mandò un altro servo; ma dopo aver percosso e insultato anche questo, lo rimandarono a mani vuote. Egli ne mandò ancora un terzo; e quelli, dopo aver ferito anche questo, lo scacciarono. Allora il padrone della vigna disse: "Che farò? Manderò il mio diletto figlio; forse a lui porteranno rispetto". Ma quando i vignaiuoli lo videro, fecero tra di loro questo ragionamento: "Costui è l'erede; uccidiamolo, affinché l'eredità diventi nostra". E lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Dunque che cosa farà loro il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaiuoli, e darà la vigna ad altri». Essi, udito ciò, dissero: «Non sia mai!» Ma egli li guardò in faccia e disse: «Che significa dunque ciò che sta scritto: "La pietra che i costruttori hanno rifiutata è quella che è diventata pietra angolare"? Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà ed essa stritolerà colui sul quale cadrà». In quella stessa ora gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso, ma temettero il popolo; perché capirono che egli aveva detto quella parabola per loro."

Predicazione tenuta mercoledì 11 novembre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 20, 9-19

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Appropriazione indebita, lesioni gravissime, omicidio volontario. La parabola che il Signore Gesù Cristo racconta al popolo nel tempio è una parabola criminale, una Storia criminale dell’umanità dei suoi luoghi e dei suoi tempi. La giustizia di Dio si colloca al centro di questa storia criminale dell’umanità e vuole essere conosciuta come giustizia sconfitta dai criminali, ma unica giustizia che Dio accetta, quindi come unica giustizia efficace. Unica speranza per l’umanità criminale, ma allo stesso tempo ineliminabile giudizio contro chi la respinge.

I vignaioli, cioè la classe dirigente d’Israele, i padroni della società e della religione, si erano impossessati della vigna del Signore e avevano cacciato e ucciso i profeti. I re avevano oppresso il popolo con l’idolatria, i farisei avevano fatto lo stesso con la loro interpretazione della Bibbia. Il risultato era uguale: i poveri erano trattati ingiustamente, gli uomini di Dio erano perseguitati, la giustizia era sempre una giustizia contro il popolo di Dio. Che questo sia stato ottenuto con un falso culto, come ai tempi del re Acab, o con l’abuso e la mistificazione della legge, come nel caso dei Farisei, il risultato è uno solo: la negazione della giustizia di Dio. Dio è sempre fedele alla sua giustizia, addirittura appassionato alla giustizia, e manda tanti profeti a richiamare quei delinquenti di vignaioli, armati prima dello scettro dei re e poi dei rotoli delle Scritture, a richiedere la conversione del loro cuore alla verità, alla giustizia e alla misericordia. Ma le voci dei profeti sono uscite sconfitte dalla violenza dei potenti.

Dio allora manda il suo unico figlio, sperando che sia riconosciuto e ascoltato. Lo manda sapendo il rischio che corre a presentarsi nel mondo degli umani, a presentarsi davanti a dei criminali armati di tutto punto. E non solo il richiamo alla conversione operato dal figlio non viene accolto, ma egli subisce ancora di più l’accanimento dei malvagi, perché è l’erede del padrone. Se il figlio muore, allora chiunque potrà pretendere di essere il vero erede. Quando la famiglia dello zar Nicola II fu sterminata dai bolscevichi a Ekaterinenburg, negli anni successivi sono usciti presunti parenti a rivendicare i diritti sulle ricchezze della famiglia imperiale russa. Sarebbe accaduta la stessa cosa: il nome di Dio sarebbe stato tirato per la giacca da chiunque avesse voluto dichiararsi suo erede. Questo è il rischio che Dio corre mandando il suo amato figlio a morire ingiustamente per mano dei malvagi. Perciò, ad ogni tentativo di Dio di chiedere ascolto e considerazione per la sua giustizia, risponde un’escalation di crudeltà da parte degli esseri umani.

La citazione di Gesù sulla pietra scartata che è diventata la pietra portante ci fa capire il rapporto ultimo tra ingiustizia umana e giustizia di Dio. La pietra viene scartata dagli uomini, cioè la giustizia di Dio si fa giudicare dall’ingiustizia degli uomini. Attenzione: la giustizia di Dio non viene a giudicare, ma a essere giudicata. Gesù non viene nel mondo per processare, ma per essere processato dal sinedrio, da Pilato e dalla folla di Gerusalemme. Gesù non viene a condannare, ma a essere condannato. Ma - e qui sta la centralità della giustizia di Dio in questa parabola - ma questa pietra rifiutata è diventata la pietra portante, e ciò è stato fatto dal Signore: Cioè, Dio non riconosce altra giustizia che quella che noi abbiamo disprezzato, non riconosce altra salvezza che quella che noi abbiamo deriso, non riconosce altra vita eterna che quella che noi abbiamo voluto condannare a morte. La morte di Cristo è questo: l’ingiustizia umana si scatena contro la giustizia di Dio, ma la morte di un innocente è l’unico modo che Dio dà per mostrare tutta la forza perdente dell’ingiustizia umana e tutta la debolezza vincente della giustizia di Dio.

La nostra ingiustizia provoca morte. Dio accetta fino in fondo il rapporto con l’umanità, e “fino in fondo” vuol dire con il peccato, con l’ingiustizia che regnano nel cuore dell’umanità. Non c’è il Settimo Cavalleggeri che mette tutto a posto, non c’è altra traccia di Dio, qui, che suo figlio ucciso dai malvagi. Lì c’è Dio. Nella morte innocente di Gesù, Dio rivela la sua giustizia della vita. La nostra ingiustizia fa morire, la giustizia di Dio fa vivere, e queste due si incontrano sulla croce di Cristo. Solo in questa morte conosciamo la nostra crudeltà, e allo stesso conosciamo la sua giustizia. Noi diamo a Dio l’ingiustizia che fa morire; Dio dà a noi la giustizia che fa vivere. Lo scambio è totale: Gesù è morto, ed è morto veramente, e noi abbiamo in dono la vita eterna. E questo è l’unico modo che ci è dato per conoscere la giustizia di Dio. Non ce ne sono altri. Con la morte di Gesù, Dio accetta il confronto con il nostro peccato. Ma non solo non perde la sua giustizia, ma la afferma anche se la nostra ingiustizia sembra più forte. È il confronto tra la forza di un fulmine e una sbarra di ferro con un filo. Il fulmine può uccidere, può distruggere una casa, può incendiare un villaggio, ma una sbarra di ferro con un filo, cioè un parafulmine, può lasciarlo sfogare e allo stesso tempo neutralizzarlo. E alla fine la forza del fulmine è cessata, ma la sbarra è ancora lì. Sulla croce, la nostra ingiustizia si mostra in tutta la sua evidenza. Ma proprio lì perde la sua forza. La giustizia di Dio invece si mostra umile e sconfitta, ma resta come realtà concreta e vera oltre ogni ingiustizia umana. Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che; mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Romani 5,8). La nostra ingiustizia esiste ancora, ma è travolta dalla giustizia di Dio. Esiste ancora, ma non avrà l’ultima parola. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercarono di mettergli le mani addosso, senza riuscirci. Quando ci riusciranno e crederanno di aver vinto, sarà sbattuto loro in faccia che la giustizia di Dio sta soltanto dalla parte del Crocifisso e mai da quella dei carnefici. In un altro Vangelo, quello di Marco, sarà un pagano, il capo del plotone d’esecuzione, a proclamare a tutti loro che quell’uomo sulla croce è il figlio di Dio, il figlio del padrone della vigna assassinato da occupanti abusivi e violenti. Su loro e su tutti quelli che dopo di loro hanno occupato abusivamente e violentemente la vigna di Dio sta il giudizio di quella giustizia che hanno voluto calpestare e disprezzare, la giustizia che è salvezza dei piccoli e condanna dei prepotenti.

Dettagli
  • Data: Novembre 11, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 20, 9-19