Vangelo di Luca 20, 20-26
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"Si misero a osservare Gesù e gli mandarono delle spie che fingessero di essere giusti per coglierlo in fallo su una sua parola e consegnarlo, così, all'autorità e al potere del governatore. Costoro gli fecero una domanda: «Maestro, noi sappiamo che tu parli e insegni rettamente, e non hai riguardi personali, ma insegni la via di Dio secondo verità: ci è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma egli, accortosi del loro tranello, disse: «Mostratemi un denaro; di chi porta l'effigie e l'iscrizione?» Ed essi dissero: «Di Cesare». Ed egli a loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Essi non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo; e, meravigliati della sua risposta, tacquero."

Predicazione tenuta mercoledì 18 novembre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 20, 20-26

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Ci è lecito o no pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo accettare che un’autorità politica straniera e occupante pretenda con la forza un sostegno economico che nella legge ebraica era prescritto soltanto per il sostegno del culto e della diaconia? Così chiedono a Gesù le spie, mandate dai suoi nemici a fingersi simpatizzanti, con una domanda secca, cui si risponde sì o no. Ci è lecito o no pagare il tributo a Cesare? Se si risponde sì, si è traditori del popolo e di Dio. Se si risponde no, si è agitatori politici e fautori di una rivolta fiscale. Le spie prima gli fanno un mucchio di complimenti, come solo i veri nemici sanno fare, e poi gli pongono la domanda che ha solo due risposte sbagliate. Questo perché c’era una precomprensione sul gettito fiscale. Secondo gli ebrei, questo non spettava ad altri che al tempio, ed era una prescrizione, un vero e proprio atto di culto. Roma ci tassa, e in questo modo ci costringe a una sottomissione spirituale, chiedendoci quello che dobbiamo a Dio soltanto. Ma chi provava a sobillare una provincia romana alla rivolta fiscale, di solito non tornava a casa per pranzo. Ecco la questione. Con un sì o con un no, Gesù sarebbe stato accusato, con prove, o di tradimento davanti al popolo, o di ribellione davanti al governatore.

Fuori un denaro… e sulla moneta c’è l’effigie dell’imperatore. Ottaviano Augusto operò una riforma del sistema monetario che durò due secoli, e da lui in avanti tutti i conii riportano l’effigie dell’imperatore in vita, come succede ancora oggi, dopo venti secoli, nelle monete di tutti i paesi al mondo retti da una monarchia. Ridusse le zecche a due, ma aumentò di molto le emissioni. La moneta tornò ad avere un effettivo corso, era usata per vendere e per comprare. Dopo, si dovranno aspettare mille anni, si dovrà aspettare il fiorino per una nuova circolazione di moneta in grande stile. L’effigie di Cesare su tutte le monete. Strumento di propaganda? Anche, ma non solo. Si trattava di qualcosa di più. Si trattava di mettere la faccia del vero garante del valore della moneta in circolazione, quindi del vero responsabile ultimo della correttezza di quella che è la base delle relazioni sociali e commerciali, cioè la circolazione monetaria. Se con una moneta potevi comperare un chilo di pane, era perché c’era prima Cesare Augusto e poi Tiberio sul trono, a garantire lo stesso valore di quella moneta nel mondo pacificato dalla pax romana, dall’Iberia alla Palestina. E a garantire anche che non vi fossero sperequazioni o differenze di trattamento tra le diverse provincie. Augusto fu un ottimo economista e fu guidato anche da un notevole senso di equità nell’amministrazione fiscale. Sul denaro c’è la sua “icona” , così il greco del Vangelo, la sua “icona” e la sua “epigrafe”. Cioè, è roba sua, garantisce lui che quello non è soltanto un disco di metalli dal valore fluttuante, così come è la Banca Centrale Europea che garantisce che i soldi che abbiamo in tasca non siano soltanto dei pezzi di carta colorata.

“Rendete a Cesare quello che è di Cesare”, cioè le tasse si pagano. L’autorità che sovrintende la pace sociale, la sicurezza e la protezione di ciascuno, va obbedita. Anche se è un’autorità occupante, se l’alternativa è non avere leggi e non avere moneta circolante. Dunque, sulla moneta c’è l’icona, l’immagine di Cesare e a Cesare dev’essere resa. È un ordine! Le tasse si pagano e alla legge si obbedisce, per finanziare un’altra autorità, che non è Dio, ma che è stabilita da Dio per trattenerci dal precipitare nella barbarie della legge del più forte. Pagare le tasse è comandato da Gesù Cristo, perché è Cesare, o è il re, o è la Repubblica che ci fanno essere un po’ meno “io” e un po’ più “noi”. Poi, oggi esiste oggi la libertà di pensiero, la libertà di parola e la libertà di voto, ma sono libertà opzionali, possiamo influire sulla scelta dell’autorità, e anche sull’esercizio, sul modo di esercitare l’autorità, ma non possiamo scegliere di vivere senza alcuna autorità terrena.

Sul denaro c’è l’immagine di Cesare. Rendete a Cesare quello che è di Cesare, quindi restituite a Cesare quanto Cesare ha stabilito – e noi tutti abbiamo accettato – ha stabilito quale valore di quel pezzettino di metallo. E rendete a Dio quel che è di Dio. Allora, Cesare era sulla moneta. E dov’era Dio? Dov’è, dov’è l’immagine, l’effigie, l’icona di Dio? Genesi 1,27: “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina”. Per questo il comandamento proibisce il culto delle immagini, perché è l’essere umano la sola, autorizzata, vera immagine di Dio. Certamente, se noi siamo una moneta, siamo una di quelle vecchie, rovinate, graffiate, in cui l’immagine di Dio è certamente offuscata. Ma c’è anche con noi una moneta nuova, un “fior di conio”, si dice in numismatica, cioè una moneta perfetta, senza nemmeno la traccia di un graffio. Colossesi 1,15: “Gesù Cristo è l’immagine del Dio invisibile”. Ecco chi dev’essere reso a Dio: prima di tutto Gesù Cristo, dev’essere riconosciuto e confessato come di Dio, come immagine, come figlio di Dio. Gesù Cristo non sta nei limiti della nostra comprensione. Non è l’uomo con l’intuizione, non è uno dei tanti giusti che sono finiti male, non è un guru… è di Dio. È l’immagine umana di Dio, è Dio con noi, è Dio al nostro livello. Se non lo riconosciamo di Dio e lo consideriamo semplicemente uno spirito umano superiore, non possiamo comprendere il Vangelo. Se in Cristo incontriamo Dio, allora Cristo è di Dio e allora anche noi, immagine rovinata del Dio altissimo, cominciamo a essere ripuliti e rinnovati sul modello dell’immagine divina che è Gesù Cristo. Perciò restiamo obbedienti alla legge e paghiamo le tasse, ma non accettiamo alcun marchio, alcuna immagine, alcuna scritta di appartenenza su di noi. Noi non apparteniamo allo Stato, non apparteniamo al mercato, non apparteniamo al leader carismatico e non apparteniamo a noi stessi. Apparteniamo soltanto a chi ci ha fatti e ha impresso la sua immagine su di noi. Forse questa nostra povera umanità è fuori posizione e pensa di appartenere ad altri. Pensa di essere immagine di altri o di altro. Ma anche il denaro mostrato a Cristo è fuori posizione, perché nessuna immagine di uomini poteva entrare nel tempio, per questo c’erano i banchi dei cambiavalute, che dalla fine del capitolo precedente sono chiusi per rinnovo locali. Secondo l’insegnamento di Cristo e nella sua persona, nella sua mediazione, nella sua manifestazione come immagine di Dio, possiamo essere resi a Dio. Possiamo tornare nella sua mano, nella sua disponibilità, sotto la sua autorità con la stessa semplicità per cui, se pagassimo tutti le tasse, ci sarebbero più risorse per la sanità pubblica. Essere resi a Dio, in Cristo, è come pagare le tasse, cioè si può fare se si vuol fare. Paghiamo le tasse, perché così ci comanda Gesù Cristo. Resistiamo fino alla morte a qualsiasi abuso di potere da parte dello Stato, del mercato, del leader o di noi stessi, affinché la nostra adorazione, cioè la nostra obbedienza e la nostra fiducia senza riserve, sia resa a Dio soltanto.

Dettagli
  • Data: Novembre 18, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 20, 20-26