Vangelo di Luca 2, 39-52
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"Com'ebbero adempiuto tutte le prescrizioni della legge del Signore, tornarono in Galilea, a Nazaret, loro città. E il bambino cresceva e si fortificava; era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui.

I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa; passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.

E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini."

Predicazione tenuta domenica 3 gennaio 2021

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 2, 39-52

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Fin da piccolissimi gli italiani si familiarizzano con uno strumento estremamente complesso: il telefono cellulare. Ma a sessant’anni gli italiani sono ancora “ragazzi”. Cioè nascono tecnologicamente adulti e muoiono socialmente appena più che bambini. Ora, il Vangelo, e tutta l’antichità, tutto il mondo antico, considerano la crescita delle persone una cosa seria, misurabile e codificata. Questa pagina del Vangelo si apre e si chiude con l’indicazione che Gesù “cresceva”. L’età fino a dodici anni era considerata ancora infantile. Fino a dodici anni è il bambino che cresce. Dopo i dodici, era l’uomo che cresceva. Verso i dodici-tredici anni per il ragazzo ebreo matura il tempo di diventare Bar-Mitzwah, figlio del comandamento. Cioè, è riconosciuto responsabile per istruzione e coscienza, della pratica e della conoscenza della legge mosaica, del suo rapporto con Dio. E come avviene questo? Avviene così: i giovani sono chiamati a salire sul pulpito della sinagoga (“salita” che in ebraico è detta “alyah”) e leggere un brano della Bibbia e recitare la benedizione. Quindi, la nostra “confermazione” ha delle radici in questa cerimonia ebraica, con la confermazione il giovane evangelico prende consapevolmente su di sé la custodia delle promesse fatte al momento del suo battesimo. Ora, qui abbiamo questi elementi che ci mostrano questa scena di Gesù al tempio come una sua particolare, speciale “confermazione” di Gesù: l’età (dodici anni), la “salita” (perché la stessa parola ebraica  “alyah” intendeva anche la salita alla città di Gerusalemme), la conoscenza. Infine, la rivelazione. Perché per la prima volta, nel tempio di Gerusalemme, davanti ai maestri e ai familiari, Gesù chiama Dio: “Padre mio”.

Ed ecco il momento della maturità, della responsabilità di Gesù. Riconosce Dio come suo padre. Questa è la sua identità, e nessuno che avrà a che fare con Gesù potrà ignorare questo fatto. Sei confrontato con uno che dice che Dio è suo padre. Dalla prima fotografia di Gesù adulto e responsabile ci viene detto che Dio è suo padre.

Questo episodio è riportato soltanto nel Vangelo di Luca. La crescita, la salita a Gerusalemme, poi la scomparsa e il ritrovamento nella casa del Padre, a discutere con i maestri. Come se l’evangelista volesse tratteggiare una “confermazione” ebraica, una cerimonia in cui il giovane diventa adulto prendendo consapevolmente la responsabilità del rapporto con Dio, ma in una comprensione che possa raggiungere anche i non ebrei. Luca scrive per un pubblico non ebraico, quindi questo è un episodio che trasfigura la confermazione di Gesù e ce ne descrive il contenuto. Al momento della sua maturità in scienza e coscienza secondo la legge di Dio, Gesù che cosa sa e che cosa insegna? Che Dio è suo padre. Queste sono le prime parole di Gesù citate in questo Vangelo. Giovane adulto ebreo, già tra i maestri d’Israele, che rivolge le sue prime parole di insegnamento al suo pubblico di lettori e di ascoltatori e dice: “Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?”. Cioè nel tempio.

La situazione è intrigante, anche perché c’è  tutto questo aspetto di una ragazzata. La fuga di un giovanissimo che si perde tra la confusione del clan familiare che rientra a casa dopo la salita al tempio, genitori disperati che corrono indietro. Dal punto di vista della famiglia c’è la preoccupazione, la pena, un pensiero naturale e inattaccabile di controllo protettivo verso il loro figlio. Eh no. La legge è legge. Con questa salita al tempio, con le sue discussioni con i grandi maestri era stabilita la maggiore età religiosa e civile. Gesù secondo la parola di Dio in quel momento era adulto per responsabilità e conoscenza. Disponeva delle sue scelte e ne era responsabile davanti a Dio. E davanti agli altri, era un adulto. Poteva discutere con i maestri d’Israele, che mai avrebbero perso tempo a discutere con un bambino. Questa è la prospettiva della legge. Giusta. Ma non quella del nostro sentire, che diciamo: “Un giovane di ventisette anni…” A ventisette anni non sei giovane, perché voti per la Camera e anche per il Senato! Quindi, l’atto di Gesù è una rottura formale rispetto alla dipendenza dalla sua famiglia terrena, con tutte le ragioni secondo la legge di Dio, perché Dio è Padre, non è paternalista.

“Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?” Appunto, il primo insegnamento di Gesù riportato dal Vangelo. Non sappiamo che Gesù deve trovarsi nella casa del Padre suo? Quella casa in cui Dio riceveva i sacrifici del suo popolo, in cui accettava per grazia di lasciarsi trovare, perché i cieli dei cieli non lo possono contenere? Non sappiamo che quello, Dio, è il Padre suo? Non sappiamo che Gesù è chiamato a vivere con il Padre, nel luogo del Padre? Ora, dobbiamo ricordare due cose. La prima è che se è vero che Gesù non difende mai un particolare modello di famiglia (piuttosto, dichiara che Dio ha voluto l’unione di coppia tra uomo e donna), se è vero questo la battuta “Gesù aveva due padri” è superficiale e scorretta. Gesù non chiama mai “Padre” altri che Dio. Non si rivolge mai a Giuseppe chiamandolo “Padre”. La gente lo chiama “il figlio di Giuseppe”, dopo la teofania del battesimo, riportando la genealogia, Luca ricorda che “era figlio, come si credeva, di Giuseppe…” Si credeva che fosse figlio di Giuseppe, ma Gesù ha un solo Padre. Gesù chiama “Padre” soltanto Dio. E il passo successivo è se questo rapporto è una metafora o un’immagine, accostabile ad altre o sostituibile con altre. Dio è anche “madre” perché “Come un uomo consolato da sua madre così io consolerò voi…” (Isaia 66,13)? No. Dio è come una madre, ma non è Madre. Perché per Dio l’essere Padre di Gesù costituisce un dato fondamentale della rivelazione di Gesù stesso e della vera persona di Dio. Se Dio non è Padre di Gesù nel senso di una paternità autentica e unica, paterna, non paternalistica o peggio patriarcale, ma tutto questo è da intendersi solamente come “metafora” (perché oggi vanno tanto di moda le “metafore…”) allora di chi o di che cosa sta parlando Gesù? Di un’intuizione? Allora in nome di chi o di che cosa Gesù ha rimesso i peccati, cioè ha graziato in nome di Dio dei condannati dalla legge? Non è la biologia che fa un padre. Il rapporto tra un padre e un figlio è determinato dalla sostanza… “consostanziale al Padre” dice il Credo di Nicea, è determinato dalla cura secondo amore e giustizia e dall’identificazione dell’uno nell’altro per relazione, per fiducia, per storia, per ambiente e per tratto. Un rapporto che è più profondo della nostra stessa comprensione (e non è questa la sede per una trattazione psicanalitica) e che incide più profondamente di quanto noi possiamo sapere. Ora, Gesù trova una piena consapevolezza al momento in cui la legge di suo Padre lo dichiara adulto e responsabile. Ne è il primo e l’unico consapevole. Lo dice alla sua famiglia terrena e non viene compreso. Poi resta sottomesso. Non è un ribelle. Aveva dichiarato chi è suo Padre, non era stato compreso, resta soggetto alla volontà altrui.

Perché mi cercavate? Non sapevate? Tu, perché cerchi Gesù? Sono anche i lettori, gli ascoltatori che cercano Gesù che devono rispondere a queste domande di un dodicenne. Perché lo cerchiamo? Per esercitare un diritto, per dichiarare che ci appartiene, che fa parte della nostra identità, della nostra Storia, dell’immagine più bella che possiamo avere della nostra umanità? Non sapevamo che Gesù è nel luogo di Dio, suo Padre? Non lo sapevamo che siamo noi a dover seguire lui e non lui a dover seguire noi? Non sapevamo che il Dio onnipotente lo ama e lo vuole con lui, e che noi non abbiamo altra chance di essere con Dio che quella di con Gesù., di essere parte di Gesù, di essere in autentica comunione con lui?  “Perché mi cercavate? Non sapevate?” Domande che mettono in crisi le nostre spiegazioni razionali e le nostre coscienze. Che cerchi da Gesù? Hai capito che suo Padre è Dio, e che i due staranno insieme per l’eternità? E che è grazie a questa realtà, prima ancora che tu faccia qualcosa, che ti verranno concessi pentimento e grazia, che ti sarà tolta la condanna e al suo posto ti sarà recapitato un invito al cielo?

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  • Data: Gennaio 3, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 2, 39-52