Vangelo di Luca 2, 25-38
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"Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest’uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito santo era sopra di lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Egli, mosso dallo Spirito santo, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, lo prese in braccio, e benedisse Dio dicendo: «Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce da illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele». Il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse, dicendo a Maria, madre di lui: «Ecco, egli è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele, come segno di contraddizione (e a te stessa una spada trafiggerà l’anima), affinché i pensieri di molti cuori siano svelati». Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio  e parlava di quello  a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme."

Predicazione tenuta domenica 27 dicembre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 2, 25-38

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Due vecchi e un bambino. Due vite alla loro ventiquattresima ora,  che non avrebbero potuto dare o chiedere più nulla alla vita. L’uno, Simeone, è un giusto, un uomo che conosce la legge del Signore e vive secondo quella legge. L’altra, Anna, una profetessa, che dopo essere rimasta vedova si dedica completamente al culto di Dio. Entrambi hanno il dono di vedere la realizzazione delle promesse, la realtà dell’opera di Dio. La persona di Gesù. Un bambino. È tutto, non aspettavano altro, vite alla fine che non aspettavano altro che l’incontro con un bambino. Prima c’era solo attesa, una volta incontrato il compimento, non c’è altro. Non c’è altro di cui aver bisogno. Gesù è lì. La realtà di Gesù è lì. Non hanno, e non abbiamo bisogno di niente altro.

Due vecchi e un bambino. Quegli occhi hanno visto la salvezza di Dio, possono andare in pace. Non c’è altro che deve essere visto, hanno visto il Cristo. Non c’è altro che deve essere fatto, perché ha fatto tutto Dio. La salvezza di Dio è sulla terra, è carne, è realtà, sta in braccio al vecchio Simeone. Non c’è altro.

Non c’è altro e Simeone ringrazia, con le parole dell’inno detto Cantico di Simeone. Le parole di questo inno legano la vita del vecchio (“Tu lasci andare il tuo servo, secondo la tua parola, nella pace”) alla conoscenza del compimento della promessa (“I miei occhi videro la tua opera di salvezza”). Tutto qui, La vita di Simeone non aveva altro scopo che di vedere la realizzazione della promessa del Signore. Eccola! L’ha tenuta in braccio! Il resto è contorno. Non ci sono impegni, non ci sono progetti, non ci sono urgenze che tengano. Semplicemente, Dio ha fatto tutto quello che ha promesso. Tutto. E il tutto di Dio è quel bambino che Simeone tiene in braccio. E questo è il tutto anche della vita del vecchio. Se fosse morto senza prendere in braccio quel bambino, al vecchio “giusto e timorato di Dio” non sarebbe mancato qualcosa. Sarebbe mancato tutto. Sarebbe finito appeso a un domani che non viene. No. Nella vita è possibile conoscere il compimento di Dio non come teoria, ma come fatto storico, come persona, è possibile abbracciare questo compimento nella persona di Gesù. La dimensione ideale, celeste, etica, spaziale, esperienziale, proiettiva, emotiva, Simeone se la poteva trovare cinquant’anni prima, e morire tranquillamente nella falsa pace del mondo. Tutta questa roba non vale nulla. Prendere in braccio il bambino che è il “Sì” di Dio non ai nostri desideri, ma alle sue promesse, questo è tutto. E non c’è proprio bisogno di altro.

Poi le parole della benedizione di Simeone. Gesù segno di contraddizione, posto a caduta e rialzamento di molti, affinché i pensieri di molti cuori siano svelati. Se il compimento potente di Dio stesso si fa realtà in un bambino, che cosa potrà succedere? Potrà succedere che i ciechi vedranno, e quelli che pretendono di essere le guide resteranno ciechi e il loro peccato rimarrà? Potrà succedere che l’adultera non viene condannata né dagli uomini né da Gesù e Gesù si becca qualche pietra di quelle che aveva fatto lui stesso cadere a terra davanti alla donna? Potrà succedere che il tribunale religioso lo condanni a morte perché è meglio che muoia uno solo per salvare il popolo, ma in questa parola sarà rivelata la giustizia di Dio e non solo il cinismo degli uomini? Potrà succedere che l’autorità politica dell’impero più potente di tutta la Storia dell’occidente non si prenda la responsabilità di giudicare, e lasci la giustizia in mano al sondaggio, in mano agli umori della piazza? E che la parola di quell’uomo massacrato ed esposto alla vista di tutti sarà: “È compiuto!”? E che dopo tre giorni la tomba è vuota, il corpo scomparso e l’uomo è riconosciuto vivente? Allora se c’è Dio in tutto questo, sballa tutto. Sballa la speranza di molti ebrei dell’epoca, cioè la ricostituzione politica di uno Stato indipendente, monarchico e teocratico. Ma sballa anche la speranza dei pagani, che trasponeva in cielo i difetti della terra, che cercava sinceramente la virtù pur in mezzo a una società violenta, schiavista e sanguinaria molto più della nostra (se vi leggete Satyricon di Petronio, vedete che qualsiasi festino a luci rosse di oggi, in confronto all’epoca farà la parte della festicciola di parrocchia), quella virtù dei pagani che si raggiungeva attraverso la sapienza… qui sballa perché c’è un bambino, poi ci sarà un giustiziato della morte dei ribelli. “Noi predichiamo Cristo crocifisso…” (I Corinzi 1,23), il Vangelo non ha avuto altro da dire al mondo di Seneca e di Adriano. E in fondo non ha altro da dire nemmeno a noi. Un bambino, un condannato, un risvegliato dalla morte, un glorificato nei luoghi di Dio. In questa realtà, comprendere il “Sì” di Dio alle sue buone promesse. E non c’è altro.

Infine Anna, la profetessa. Testimone dell’incontro. Testimone, perché era arrivata nel tempio alla stessa ora. Lei c’era. Lodava Dio e parlava di quello a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Sopraggiunta nel tempio in quella stessa ora. La testimonianza di chi c’era, non di chi ha sentito dire. La prima testimonianza di Gesù a Gerusalemme è di Anna. Ottantaquattro anni. L’importanza della rivelazione di Gesù mette il brio alla profetessa ben oltre il tempo massimo dell’epoca. Il bambino è riconosciuto e testimoniato da un vecchio credente e da una vecchia profetessa. Perché Dio non chiama i capaci, ma chiama a diventare capaci. Perché l’oro è oro, in mano di un ricco quanto di un povero, il suo valore non varia a seconda di chi lo possiede. Il Vangelo non vale di meno se è creduto solo da due vecchi. Perché il compimento di Dio è potente, tanto in un messaggio in mondovisione quanto nelle parole della profetessa Anna, ottantaquattro anni. Perché questo? Perché Gesù, il compimento della promessa, è tutto, e non c’è bisogno di altro.

Attraverso una spessa cortina fumogena, questo Vangelo si fa strada verso di noi. Non c’è altro! Questo è il Vangelo di Dio. Non hai bisogno di altro, tutto è fatto, tutto è compiuto. Hai tutto quello che ti basta. E se non basta, se devi fare, se devi sentire, se devi… allora non è questo Vangelo. È un’altra cosa. È la tagliola nella quale le nostre vite sono prigioniere e sanguinanti finché Gesù non la apre e ci tira fuori per i capelli. Da una parte abbiamo tutti introiettato la legge. Questo è un fatto dell’etica degli ultimi due secoli e mezzo. La legge è dentro di noi, e questo da una parte non ci ha resi liberi, non ci ha liberati, ma ci resi carcerieri di noi stessi. E ci ha confuso parecchio le idee rispetto alla legge di Dio, che è una legge rivelata, rivelata dall’iniziativa di Dio, una legge nata e resa potente, affermata e rivelata come vera fuori da noi.  Dall’altra parte l’unica metafisica che abbiamo reso possibile è quella che non arriva mai alla somma finale. Il “non ancora”, che strozza il “già”. Il non è ancora finito, non è abbastanza, c’è bisogno di altro, devi fare di più, devi raggiungere… sei l’asino legato al carretto con un mazzo di carote davanti al muso, e questo mazzo di carote ideali, questo mazzo di ideali ti sfinisce, ti ammazza! Questo sarebbe il Vangelo di Dio? Questo sarebbe Gesù? Far morire Simeone e Anna qualche ora prima che Gesù venisse portato al tempio, in modo che l’irraggiungibile ideale non avrebbe dovuto subire la prova della Storia, della carne umana? Davanti a Gesù, il compimento, la pienezza, il “Sì” e l’”Amen” di Dio detto a Simeone e detto a te, come ti permetti a rendere prigioniero te stesso, prigioniero di un ideale nel quale non vivrai, ma morirai? Nelle chiese questa cortina fumogena si alza. Nelle chiese la parolina “Dio” è associata a: famiglia, sessualità, morte, valori, adesso anche a “povertà”. Sola etica. La chiesa povera… ma vi pare che io possa dire di essere povero dopo aver letto , pregato e predicato: “Signore (…) i miei occhi hanno visto la tua opera di salvezza”?  Non sono povero, se queste parole diventano mie. Perché chi ha queste parole, ha tutto. Non ha bisogno di altro. Il problema non è la chiesa povera, perché poi le parole scivolano, e si rischia di diventare una povera chiesa. E questi falsi ideali ci portano a giudicare duramente la nostra realtà. Da una parte abbiamo l’ideale: la chiesa di giovani, della chiesa attiva, della chiesa che fa e che sa che deve fare sempre di più… D’altra parte disprezziamo, consideriamo finite le chiese con quattro vecchi… Allora in questa pagina del Vangelo c’è appena la metà di quattro vecchi, perché qui i vecchi sono solo due! Due vecchi e un bambino. L’inizio dell’adorazione cultuale, nel tempio, di Gesù Cristo. Quello che noi avremmo disprezzato, e che l’abbiamo sicuramente fatto, nel Vangelo è un inizio. Allora chiediamoci molto seriamente se la retorica della chiesa efficiente, che fa sia in effetti ideologica, sia contraria alla chiesa evangelica di Simeone e Anna, due vecchi che non fanno, ma soltanto ricevono da Dio, e che questo ideale non sia in ultima analisi qualcosa di eretico. Perché solo Dio fa per la nostra salvezza. Noi riceviamo, vediamo e lodiamo, in qualsiasi situazione siamo. I nostri occhi hanno visto l’opera di salvezza del Signore. Non c’è altro di cui vale la pena interessarsi.

Recitativo della Cantata di J.S. Bach BWV 82 “Ich habe genug” (Io ho quello che mi basta):

“Io ho quel che mi basta. La mia unica consolazione è che Gesù possa essere mio e io suo. Lo tengo nella fede perché anch’io, con Simeone, vedo già la gioia di quella vita (…) Con gioia, o mondo, ti direi: io ho quel che mi basta”.

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  • Data: Dicembre 27, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 2, 25-38