Vangelo di Luca 19, 41-44
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"Quando fu vicino, vedendo la città, Gesù pianse su di essa, dicendo: «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata»."

Predicazione tenuta mercoledì 21 ottobre 2020
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 19, 41-44
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
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Comincia la Passione. Comincia con le lacrime e il dolore del re sulla sua capitale che non vuole essere salvata. Venuto per le pecore perdute della casa d’Israele, il re sa che il suo volere, che è quello di salvare il popolo, dovrà essere attuato contro la volontà del popolo. Da qui in avanti leggeremo dello scontro crescente del re dei giudei con tutte le forme di potere umano: la monarchia dell’impero romano con Pilato, l’aristocrazia del sinedrio e la democrazia della folla. Il re dei giudei verrà condannato a morte per irresponsabilità della monarchia, su istigazione dell’aristocrazia e con voto popolare, in piazza. Anche la democrazia di Gerusalemme si dimostrerà ostile al re dei giudei, ostile fino alla morte.

Gerusalemme è la vera e unica santa sede, da dove verrà il liberatore, da dove verrà la liberazione per il popolo di Dio e per tutti i popoli della terra. Gerusalemme è la sede del tempio, del patto, l’unico luogo dove possono essere celebrati i sacrifici… e non sa che cosa occorre per la sua pace. Ma ora è nascosto ai suoi occhi. Che cosa cercavano gli occhi della città santa? Gli occhi, con tanta attenzione e con tanta speranza, guardavano al passato. Guardavano all’intervento di Dio come restaurazione. Fuori i romani, un nuovo re Davide, il tempio funzioni e la legge di Dio sia osservata.  Noi sbaglieremmo a considerare questo accecamento dovuto semplicemente a una concezione politica del Messia e del regno di Dio da parte degli ebrei, sbaglieremmo anche a considerare tutto questo assente nella predicazione e nella persona di Gesù Cristo, perché Gesù Cristo subirà la morte del ribelle politico. La croce, la crocifissione era lo strumento con cui Roma puniva i ribelli politici.  E tutta la predicazione cristiana sarà “politica”, nel senso che riguarderà i rapporti sociali e il rapporto con l’autorità. Il regno di Cristo è spirituale, ma non è “apolitico” perché porta altre leggi, porta altre libertà, porta altre relazioni rispetto a quanto vigeva nell’impero di Cesare. E nemmeno possiamo liquidare la cecità della città come la perdita della vocazione da parte degli ebrei e la loro sostituzione con i pagani, perché la cecità di Gerusalemme davanti al re dei Giudei è la stessa cecità di Roma. Solo, da Gerusalemme nessuno se lo sarebbe aspettato. Noi veniamo da una mentalità di sostituzione e pensiamo che gli ebrei che erano i primi e poi sono diventati gli ultimi, e che noi lo abbiamo sostituiti al primo posto. No! Qui tutta la classe piglia un votaccio, compresi i primi! E se uno che prendeva 6 ha preso 4 non fa tanto scalpore, uno con la media del 9 che prende 4 di scalpore ne fa parecchio. Dunque, gli occhi di Gerusalemme guardavano al passato, sognavano una restaurazione del glorioso passato, della monarchia di Davide e di Salomone. Così come noi talvolta fantastichiamo sul glorioso passato. E questo è un peccato. È un peccato per quattro motivi.

Primo, perché la reazione deforma la storia. Il re Davide aveva disobbedito a Dio ed era stato punito con una epidemia, con una pestilenza sul popolo; Salomone aveva riempito il tempio di Dio con idoli e altarini per accontentare le mogli pagane. Noi: “Quand’ero piccolo, la chiesa era piena” sì, perché quando eri piccolo, se hai una certa età, l’essere protestante ti veniva ricordato ogni minuto della tua vita, cioè fuori di qui fino agli anni Sessanta eri socialmente un appestato, perché questo era il tuo ambiente sociale, perché non c’erano domeniche con il centro chiuso, perché in via IV Novembre passava il tram, e passava, e infine perché tu eri piccolo e andavi al culto alla festa dell’albero e a Natale. La Storia ci serve, ma la Storia non è nostalgia. E se poi ne facciamo una proiezione, allora diventa reazione. Cioè diventa un idolo.

Secondo, è un peccato perché la reazione partorita da una nostalgia emotiva, fantasiosa e posticcia è in fondo il “sia fatta la mia volontà”.

Terzo, perché è contro la parola di Gesù Cristo: “Io faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse 21,5), mentre per fare il contrario, cioè per trasformare il nuovo in vecchio non occorre Gesù Cristo. Basta avere un po’ di pazienza.

Quarto, perché il posto del passato è alle spalle del presente. Quando il passato si piazza tra il presente e il futuro, allora è un freno a mano, è un peccato.

Tutti pensiamo tante volte al giorno che “una volta si stava meglio”, però poi riusciamo a confessare questo peccato nella preghiera prima di dormire, ma se questa nostalgia diventa il cuore della speranza di un popolo, allora si profila il disastro. Gerusalemme non riconoscerà il suo re della pace, insorgerà contro l’impero romano prestando fede a falsi messia che promettevano il ritorno della gloria passata e di lì a poco più di un secolo sarà sconfitta due volte e alla fine distrutta dalla legione romana. Non sarà la fine del popolo, ma la fine definitiva del tempio, la fine della speranza di restaurazione e sarà l’inizio di un nuovo, difficile, tormentato, ma sicuramente proficuo cammino storico del popolo ebraico.

“Sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace… non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. “Oggi” e “il tempo”. Non il tempo tutto uguale, il cronos. Il kairos, il tempo irripetibile, il tempo come occasione, il tempo che è maturato e che o si coglie, o cade in terra. Non l’anno, il giorno e l’ora, il kairos è il momento giusto. L’oggi di Gesù Cristo è questo tempo, da prendere subito, da approfittare. È il momento in cui i desideri di Gerusalemme di allora, che in fondo sono gli stessi del mondo di oggi, devono svanire come un sogno quando si aprono gli occhi, e devono lasciare il posto alla promessa compiuta e adempiuta di Dio. Devono lasciare il posto al Signore Gesù Cristo. Il Vangelo impatta con tutti i progetti del mondo, con tutti i progetti reazionari del mondo, palesi od occulti. Palesi come nello slogan elettorale di Donald Trump “Make America great again”, occulti come in chi rimpiange una coesione sociale o una solidarietà “di una volta”. Impatta anche le nostre idee, i nostri progetti sulla chiesa, sul suo ruolo, sul suo futuro. E se prevalessero i progetti di restaurazione contenuti nelle nostre tanto buone idee, noi saremmo finiti da tempo. Invece, invece ha vinto Gesù Cristo. Gerusalemme l’ha rifiutato, ma per mezzo di questo rifiuto la promessa di salvezza di Dio è stata realizzata. Il grido della folla: “Sia crocifisso!” ha fatto in modo che il re dei giudei fosse crocifisso, per la salvezza di quel mondo intero che era rimasto cieco nel momento propizio e che aveva preferito e che continua a preferire i propri sogni di restaurazione farlocca alla promessa di Dio, quella promessa che non possiamo gestire nemmeno con l’immaginazione, ma di cui ci possiamo e ci dobbiamo fidare.

Il Signore sale a Gerusalemme per morire per i nostri peccati e per risorgere per la nostra giustificazione. I nostri disastrosi progetti, le nostre nostalgie, i nostri rimpianti sono inchiodati sulla croce, e dall’incontro con il risorto, dall’incontro con il vivente ci vengono anche tutte le promesse compiute da Dio. Queste sono rivelate, sono donate, sono più grandi della nostra memoria e delle nostre aspettative.

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  • Data: Ottobre 21, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 19, 41-44