Vangelo di Luca  19, 28-40
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"Dette queste cose, Gesù andava avanti, salendo a Gerusalemme. Come fu vicino a Betfage e a Betania, presso il monte detto degli Ulivi, mandò due discepoli, dicendo: «Andate nella borgata di fronte, nella quale, entrando, troverete un puledro legato, su cui non è mai salito nessuno; slegatelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi domanda perché lo slegate, direte così: "Il Signore ne ha bisogno"». E quelli che erano stati mandati partirono e trovarono tutto come egli aveva detto loro. Mentre essi slegavano il puledro, i suoi padroni dissero loro: «Perché slegate il puledro?» Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». E lo condussero a Gesù; e, gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava stendevano i loro mantelli sulla via. Quando fu vicino alla città, alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei discepoli, con gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutte le opere potenti che avevano viste, dicendo: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!»

Alcuni farisei, tra la folla, gli dissero: «Maestro, sgrida i tuoi discepoli!» Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno»."

Predicazione tenuta domenica 15 ottobre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 19, 28-40

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Siamo qui  all’inizio del dunque del Vangelo. Il percorso dei primi tre vangeli è un lungo cammino di Gesù verso Gerusalemme e in questo momento Gesù sale a Gerusalemme. La città del tempio e del palazzo reale, l’unico luogo legittimo del potere religioso e civile. La città di Dio rivelerà l’uomo di Dio? Sì. Ma sappiamo bene che Gesù sale a Gerusalemme per andare a morire.

Gesù entra in Gerusalemme come un re d’Israele. Un re umile, un re che si fa trovare non nell’essere sopra gli altri, ma nell’essere per gli altri.

Il primo contenuto di questa entrata a dorso di un puledro, secondo il Vangelo di Luca, è l’affermazione di essere il Messia proclamato dai profeti. Il Messia doveva nascere dalla discendenza del glorioso re Davide, Gesù nasce dalla discendenza di Davide, ma è figlio di un falegname. Gesù nasce nella città di Davide, non in una reggia, ma in un alloggio di fortuna. Così, le profezie che annunciavano il Messia, cioè un re – “cristo” significa “unto” dell’unzione dei re – che avesse un filo diretto con Dio, che restaurasse le grandezze di Davide e di Salomone, e soprattutto che inaugurasse una pace eterna per la terra d’Israele, sfigurata dalla guerra allora come oggi. Non c’era consenso in Israele sulla figura del Messia. Per alcuni, il Messia doveva essere un rivoluzionario che avrebbe cacciato i romani; per altri addirittura non si sarebbe trattato di una persona fisica, ma si un periodo storico.  Gesù entra in Gerusalemme con il puledro, e così facendo si fa riconoscere dal popolo, dal popolo più vicino a lui, come il Messia di cui avevano parlato i profeti. Il dibattito teologico sui tempi messianici non ha più senso, perché questi tempi si rivelano maturati nella persona di Gesù. In Gesù la speranza del Messia è compiuta, è visibile, è realmente presente. È arrivato l’uomo di Dio, è arrivato il re che porta la vera pace.

Ma perché questo re sale a Gerusalemme in groppa a un puledro? I re di solito vanno a cavallo. Gli imperatori romani sfilavano in trionfo a poche centinaia di metri da qui su un cocchio trainato da molti cavalli, e il re d’Israele deve andare in groppa a un puledro, facendo lo stesso effetto che potrebbe farci Montezemolo al volante di una Cinquecento. Questo è un segno di mansuetudine, che sarebbe più appropriato tradurre con “umiltà”. Il Messia d’Israele è un re umile. È un re che non mostra i muscoli, è un re che non ostenta la sua forza e il suo potere. Al tempo di Gesù tutti i re, secondo l’uso orientale che si era diffuso,  pretendevano la proskynesis, l’inchino di adorazione, mentre questo re d’Israele era uno che andava a toccare i lebbrosi. Questo è il senso racchiuso nella cavalcatura: Gesù, dice la vecchia traduzione, non reputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso e prese forma di servo (Filippesi 2,6-7). Mentre i re della terra si fanno riconoscere nello sfarzo e nell’ostentazione della ricchezza e del potere, il re del cielo si lascia riconoscere soltanto nell’uomo che entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro. La vera maestà si nasconde nell’umiltà di questa entrata, la maestà del Messia d’Israele si riveste dell’umiltà che è a contatto con la sua gente, che comprende e che consola. Non è venuto per essere servito, ma è venuto per servire.

Questa folla riconosce in Gesù il Messia e lo celebra al suo passaggio. Le grida di gioia e le benedizioni indicano che la missione di Gesù era ormai di dominio pubblico. Tutti sapevano chi veramente era. Israele riconosce il suo Messia e gli rende l’onore e la gloria che gli sono dovuti. Ma soltanto cinque giorni dopo un’altra folla, formata da persone sobillate dai suoi nemici, invocheranno una tortura infamante e grideranno la sua condanna a morte. La folla nella Bibbia è sempre un elemento turbolento, la folla ha sempre troppi sogni e troppo pochi ricordi. È umorale, non ragiona e non riflette. Però in questo momento la folla di Gerusalemme rende onore al Messia e lo celebra. Da quell’istante nessuno a Gerusalemme può permettersi di ignorare Gesù. Ciascuno deve prendere posizione. La folla ondeggia inizialmente dalla sua parte, poi i capi religiosi tramano la sua morte, i discepoli fuggono, Pietro rinnega per tre volte. In cinque giorni Gesù è solo. La pace che questo Messia è venuto a portare è la pace con Dio. Una pace di un prezzo inestimabile, può essere comprata soltanto con il sangue di Gesù. Per questo il Messia rimarrà solo e abbandonato da tutti nel momento in cui pagherà per la pace e per la giustizia che non hanno altro prezzo che le sue sofferenze e la sua morte.

Nel racconto di Luca qui inizia l’ultima fase dello scontro con il potere religioso, qui con i farisei. Alcuni di loro vogliono che Gesù rimproveri i discepoli, che li faccia tacere. Perché i discepoli dovevano tacere? Perché non era ammesso un Messia contestabile. Non era ammesso un regno presente, ma non evidente. Non sarebbe stato ammesso un Messia sconfitto agli occhi del mondo, ma trionfante davanti a Dio. Ma proprio nel momento dell’evidente sconfitta di Gesù, che è il momento della sua morte, un cartello posto sopra la sua testa lo dichiara re, re dei Giudei. Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno». I discepoli taceranno dopo la sua morte. Sembrerà la vittoria dei farisei. Ma una sola pietra griderà talmente forte, da non poter essere zittita fino ad oggi. Luca 24,2: “E trovarono che la pietra era stata rotolata dal sepolcro”. Non c’è mai stata una contestazione efficace alla testimonianza della pietra. Il grande sconfitto ha riportato la più grande delle vittorie: la vittoria sulla morte. E si è presentato vivente ai suoi e a più di cinquecento persone, come riporta l’apostolo Paolo (I Corinzi 15,2), cioè a un numero inoppugnabile di testimoni. Da quel giorno di Pasqua il grido della pietra rotolata non è stato zittito. Da quel giorno il regno di Cristo è vincente anche senza essere evidente, è convincente anche senza essere ostentato. Il re che va a morire per i suoi sudditi. Il re che entra umile nella sua capitale non per mandare altri a morire per lui come hanno sempre fatto e sempre faranno i re della terra, ma per essere lui ad andare a morire per gli altri. Delude chi si aspetta un regno evidente, tradizionale e piccolo. Delude chi proietta nel regno di Dio il pensiero di un regno umano. Ma chi cerca un regno eterno di pace in cielo e gloria nel luoghi altissimi, chi cerca un re eterno che conduce i suoi sudditi alla vita eterna, non resterà mai deluso.

Dettagli
  • Data: Ottobre 14, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 19, 28-40