Vangelo di Luca 19, 11-27
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"Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente. Disse dunque: «Un uomo nobile se ne andò in un paese lontano per ricevere l'investitura di un regno e poi tornare. Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: "Fatele fruttare fino al mio ritorno". Or i suoi concittadini l'odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: "Non vogliamo che costui regni su di noi". Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto l'investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a frutto. Si presentò il primo e disse: "Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci". Il re gli disse: "Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città". Poi venne il secondo, dicendo: "La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine". Egli disse anche a questo: "E tu sii a capo di cinque città". Poi ne venne un altro che disse: "Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato". Il re gli disse: "Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho depositato e mieto quello che non ho seminato; perché non hai messo il mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l'interesse?" Poi disse a coloro che erano presenti: "Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine". Essi gli dissero: "Signore, egli ha dieci mine!" "Io vi dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza"»."

 

Predicazione tenuta mercoledì 7 ottobre 2020

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 19, 11-27

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Riprendiamo la lettura del Vangelo di Luca dal punto dove avevamo dovuto lasciarla alla fine di febbraio. Il Signore e i suoi si avvicinano a Gerusalemme. Qualcuno pensa al trionfo, ma inquesta parabola è inserita anche la profezia del rifiuto che Gesù troverà nella città. I discepoli si chiedono se ci sarà la manifestazione del Messia, del nuovo re e del nuovo regno? Prima della Passione nei Vangeli di Matteo e di Luca, è contenuta questa parabola, in forma lievemente diversa. Per dire due cose fondamentali. La prima, Gesù sale a Gerusalemme, e sale non per prendere, ma per dare. Non per prendere direttamente il regno, ma per dare la sua vita. Secondo, che non avviene tutto subito, che Gesù non si manifesta subito come re, in modo immediato, in modo indiscutibile, viene schernito come re dei Giudei, è il re che viene condannato a morte, alla morte dei ribelli politici, alla croce, perché si faceva re dei Giudei. Ci viene dato un dono e un tempo per comprenderlo. Per questo la manifestazione del regno di Dio non è immediata. Per questo abbiamo conosciuto Gesù Cristo, il re eterno di Israele, ma ci viene dato un tempo per riconoscere il valore di un dono di valore. “A chiunque ha, sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Sai quanto hai? Sai di avere? “Se credi, hai, se non credi, non hai” diceva Martin Lutero. Sai quanto vale quello che hai ricevuto? Tra la resurrezione di Cristo e il suo ritorno in gloria ti è dato del tempo per imparare e per sapere questo: quanto vale quello che hai ricevuto.

Il profitto è già nella mina del regno. Questa mina che viene distribuita, una unità di misura del denaro dell’epoca, è l’unica ricchezza che crea ricchezza, che dividendosi si moltiplica. Pensate alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, che è non avviene senza essere anche la condivisione dei pani e dei pesci, o alla parabola del seminatore. Ti viene messa in mano una ricchezza che crea ricchezza. Questo è il Vangelo. E tu che cosa ne fai?

Allora, la mina non è una valutazione, non è un prezzo come i trenta denari di Giuda, e il più famoso talento della versione nel Vangelo secondo Matteo, dove non sono le mine, ma sono i talenti, un’altra unità monetaria dell’epoca, non è una capacità intrinseca o una inclinazione dell’essere umano. Dire di qualcuno “è un talento nella musica o nella pittura” non è un uso esatto della simbologia del talento del Nuovo Testamento e nel passo parallelo del venticinquesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Qui la ricchezza non appartiene ai servi, ma al padrone. È un capitale che, dove lo metti, produce. Ma siccome il padrone ha consegnato ai servi le sue mine, significa che questo capitale, questo assegno con tanti zeri, viene affidato alla comprensione dei servi. Una enorme ricchezza oggettiva, tanto da aumentare se stessa comunque venga movimentata, diremmo oggi, viene affidata a te, servo del padrone, e quello che è importante per te è il valore che tu riconosci alla mina. Per Dio, che te lo dà, è “poca cosa”, ma ti è dato perché per te sia tutto! Per te, che lo ricevi sulla fiducia, quanto vale il talento? Quanto vale la mina? È tutto anche per te? Tu sei insostituibile nella valutazione della mina, e sulla valutazione che hai dato di questa mina tu sarai giudicato.

Il focus dunque non è sul valore assoluto, ma sul valore compreso. I primi due servi fanno fruttare le mine. Ricevono una fiducia e una responsabilità su così tanto. Non possono e non devono pensare ad altro che alle mine, a metterle in circolazione, a far sì che portino frutto, a far circolare e far agire questa ricchezza che produce ricchezza. Te li affido perché tu ne comprenda il valore, e se ne comprendi il valore, allora non risparmierai un solo minuto di tempo della tua vita per avere parte a una realizzazione così grande che non saresti stato nemmeno in grado di immaginare.

L’ultimo dei servi ha nascosto la sua mina nel fazzoletto. L’ha tolta dalla circolazione. L’ha fatto perché ha paura del padrone, ha paura del rendiconto finale. È lo studente che non studia e non si presenta all’esame perché ha paura dell’esame, così paura che nemmeno studia, nemmeno ci vuole pensare. Vorrebbe solo che quell’esame, con quel professore, non ci fosse. Ha paura, e la paura penalizza, che fa non essere. Quand’ero al liceo c’era un professore di latino e greco particolarmente feroce. Tanto che alcuni studenti, mentre erano interrogati, sapevano le risposte giuste ma non le dicevano per paura. Arrivati a maggio, c’era l’ultimo scritto di latino, con mezza classe in condizioni disperate. Alcuni studenti non si presentarono, dicendo che tanto sarebbero stati rimandati o avrebbero cambiato classe o scuola. Insomma si erano messi, come si dice, il cuore in pace. Invece il compito di latino era, sorprendentemente, facilissimo. Fedro, credo di ricordare ancora. Cioè, bastava veramente fare atto di presenza per essere salvati. Ma alcuni, per paura, non lo fecero. Si rassegnarono all’exit, non vollero più saperne di stress, di mal di pancia prima delle interrogazioni, di passare giorno e notte sui libri. Non lo fecero quando sarebbe bastato dimostrare la volontà di esserci. Con la presenza. “Perché non hai messo il mio denaro in banca?”, dovevi dimostrare rispetto per il denaro che ti avevo affidato, fare lo sforzo di depositarlo in banca dove avresti riscosso gli interessi, come i miei compagni che dovevano fare semplicemente lo sforzo di venire a scuola portandosi il Calonghi sotto braccio. La paura che paralizza. Il timore fa obbedire; la paura invece fa disobbedire. E per chi ha disobbedito non ci sono scuse. Il padrone ti ha affidato il seme in piena fiducia, lui non semina e non sparge perché questo lo fai tu, ma il seme è suo. Il seme è del padrone, quanto nasce dalla semina appartiene a lui, ma la semina è compito tuo. Il mettere in movimento la mina del regno è compito tuo.

“A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.” Tutti ricevono qualcosa, ma alcuni hanno, e uno non ha. “Hanno” perché ricevono le mine come la novità che cambia la vita, e occuparsene è cosa bellissima e straordinaria. La fiducia del re che mette in queste mie mani la sua ricchezza. Sono libero, sono signore. Posso applicarmi alle mine, ai talenti senza risparmio, perché i talenti portano frutti dovunque sono movimentati. Posso investire le mine o i talenti del regno di Dio. Posso collocarli e vederli crescere. Non ho nessun altro obbligo, nessun’altra preoccupazione che investire le mine, investire l’amore di Dio, investire la giustizia di Dio, investire la parola di Dio e vederli sempre più condivisi e sempre più grandi. Questo è il tempo tra il mandato ai discepoli e la manifestazione del regno. Questo è il nostro tempo. Il tempo in cui il Signore affida a noi, quindi si fida di noi. Il tempo della fede non solo come fiducia in Dio, ma fede come conoscenza del fatto che il Signore si fida di noi. Ci dà la ricchezza del suo Vangelo perché porti frutto in noi, perché sia condiviso e cresca. Perché il regno di Dio non è già arrivato? Perché il re ha avuto e ha fiducia in noi. La nostra vita possa servire e onorare la sua mina, la sua ricchezza, il suo tesoro.

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  • Data: Ottobre 7, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 19, 11-27