Vangelo di Luca 13, 22-30
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"Gesù attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici". Ed egli vi risponderà: "Io non so da dove venite". Allora comincerete a dire: "Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!" Ed egli dirà: "Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori". Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori. E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi»."

Predicazione tenuta mercoledì 20 marzo 2019

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 13, 22-30

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Gesù si avvicina a Gerusalemme. Si avvicina il momento della separazione. L’opera e la parola di Cristo separano, separano per salvare. Separano Gesù dai suoi discepoli che scappano al momento del suo arresto, separano Gesù stesso dalla terra quando sarà sospeso alla croce. La condizione di discepoli fedeli non cerca la separazione, perché la chiesa non è una setta, ma accetta la separazione nella parola e nell’opera di Cristo. La festa del regno non è la festa nazionale o un concerto rock. Il Signore Gesù Cristo e solo lui è volontà e misura perché uno possa entrare.

La porta stretta, molti cercheranno di entrare e non potranno. L’ordine di entrare per la porta stretta è un ordine a prendere una strada diversa rispetto alla grande massa. Ora, anche questo ordine potrebbe essere compreso in senso snobistico, cioè che il cristiano disincantato o spirituale, colto e smaliziato, che non si ciba del Vangelo ma lo “assaggia”, come i ricconi al ristorante, non si mescola col volgo. Il problema che queste persone formano un terzo dei molti che percorrono la via spaziosa, citata da Matteo ma non da Luca, che conduce alla perdizione. Gli scettici, i particolari. Un altro terzo è formato dai fanatici e il restante terzo da quelli che vanno dietro ai tanti. La questione è che il tuo desiderio di gestire tu il tuo rapporto con Dio, con il mondo e con gli altri in modo originale non fa altro che farti entrare nella grande massa dei pretesi originali. Il problema è di essere disposti a perdere anche qualsiasi caratteristica di simpatica, interessante e particolare originalità per entrare in una porta e passare nella strada che non solo non consente altro passaggio che in fila indiana, ma che non consente il passaggio a qualsiasi corporatura spirituale diversa da quella del Signore Gesù Cristo. La porta stretta: il Regno dei cieli è vostro e dovete porgere l’altra guancia, erediterete la terra e dovete amare il vostro nemico. Questa è la porta. Aperta nel tempo in cui il Vangelo è proclamato. Non si passa se non dietro Gesù, tenendo la mano sulla sua spalla, perché Gesù stesso è la misura del passaggio, e perché non abbiamo alcun altro appoggio al di fuori di lui.

Un passo più avanti in questa separazione sempre più interna che Gesù annuncia. Ora addirittura questa separazione avviene all’interno del gruppo confessante. Quelli che dicono: “Signore, aprici!”, quelli che confessano il nome di Gesù e lo invocano, a proprio rischio e pericolo, i testimoni, che si sono dati da fare… anche in mezzo a loro, in mezzo a noi, passa la separazione.

La chiesa confessa Gesù Cristo quale unico Signore. “Signore, aprici!” è la confessione e l’invocazione della chiesa. Non c’è chiesa senza la confessione esplicita della fede. Noi confessiamo la nostra fede in Gesù Cristo, quindi noi diciamo “Signore, aprici!” ed è giusto che sia così. Però, la stessa confessione di fede corre il rischio di diventare una pretesa. Davanti a Gesù, la confessione di fede non è un merito. La fede non è un merito! Non ho un diritto su Gesù e sul regno dei cieli perché credo. Una volta che i credenti rispondono alla domanda di Gesù: “Chi dite voi che io sia?”, non esprimono la loro fede nella loro fede, non “credono di credere”, ma esprimono la loro fede in Gesù. Da sempre la fede evangelica si è confrontata con una interpretazione personale, soggettiva e oggi modaiola della fede, in cui la fede era identificata come una sorta di decisione umana e personale. La fede era considerata una decisione di fede. Ma tutto questo è molto problematico per due motivi. Il primo: nell’insegnamento biblico la fede è un dono irresistibile e raro. Non è un convincimento umano o un atteggiamento della coscienza umana di benevolenza nei confronti di Dio. La fede nasce dove il Vangelo di Dio è annunciato e persuade, cioè si confronta con gli idoli del nostro cuore e li abbatte, non dove il cuore umano opera una scelta. L’illusione postmoderna della neutralità della natura umana tra bene e male, e della sua libera scelta tra Dio e non Dio e tra fede e scetticismo è sorella dell’economia di mercato e della riduzione dell’essere umano a consumatore, non è certamente figlia della Scrittura. La seconda questione riguarda la natura della fede. La fede non è una riserva di convinzioni e affetti che riversi su Gesù. La fede è un miracolo invisibile prodotto dallo Spirito Santo che ti fa entrare in relazione con la persona di Gesù, ti riveste della sua giustizia e ti muove a un cammino di ascolto, di obbedienza e di comunione. Se parliamo di una fede a prescindere dal suo imprescindibile Signore perché non siamo noi i signori della nostra fede), allora siamo fuori strada. Se il Signore della nostra fede è Gesù, Gesù stesso ci insegna che la fede in lui non è rivendicazione, di nessun tipo. Né all’esterno, né all’interno della chiesa. Né con lui né con altri. La fede non si esprime con l’orgoglio dell’identità e della rivendicazione di se stessi, nemmeno in quanto credenti, nemmeno in quanto chiesa, ma solamente con l’ascolto che ubbidisce, quindi fa. Fa la volontà di Dio, Padre di Gesù.

Vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi. La doppia predestinazione. La dottrina più odiata e più respinta di tutta la storia del cristianesimo. Ma non come comunemente la si pensa e la si vuole pensare, cioè che Dio è un arbitro che ha venduto la partita e che conosce il risultato finale prima del fischio di inizio, oppure semplicemente noi dentro e altri fuori, ma al contrario, il senso della predestinazione viene rivelato e la prospettiva umana viene ribaltata: i figli del regno saranno cacciati e gli stranieri si metteranno a tavola con i Patriarchi. Quelli che sono ultimi vengono accolti, quelli che pensano di essere i primi vengono cacciati, perché l’unico vero primo è Dio. Voi, cioè noi… “I nostri”, diremmo noi. E, almeno per i nostri, riteniamo che il posto a tavola con i patriarchi sia un diritto. Ancora di più, riteniamo che Dio e la chiesa debbano essere sempre a nostra disposizione: devono venirci incontro quando li cerchiamo, devono venirci a cercare e noi possiamo dire sì o no, devono sottostare al nostro giudizio. Se abbiamo voglia, se ci piace, se ci sentiamo leggiamo la Bibbia, ascoltiamo la predicazione, partecipiamo alla vita della chiesa perché tutto questo sia l’estetico oggetto della nostra critica d’arte. Mettiamo il becco in tutto e abbiamo sempre la soluzione per tutti i problemi tranne che per i nostri. Questo perché? Perché riteniamo che Gesù Cristo sia sempre a nostra disposizione. «Ormai siamo nella tribù. Siamo tesserati. Se la parola di Gesù è scontata, noiosa, depotenziata, inefficace, mi occuperò di qualcosa d’altro». Invece la parola di Dio non è mai inefficace. O è grazia, o è condanna. E non attenui la condanna mancandole di rispetto, parlando troppo e ascoltando poco. Dall’altra parte stanno gli altri, che magari conoscono l’autorità e la potenza della parola di Cristo e che cercano di incontrarla, di incrociarla, di far sì che avvenga quel fatto straordinario, raro, ma possibile in Cristo, che la sua parola sia guarigione, consolazione, salvezza e vita. La cercano come una parola straordinaria, unica, che sentita anche una sola volta nella vita cambia tutto. L’occasione dell’incontro con Cristo, di chiedergli la sua parola che trasforma un morente in un vivente è un’occasione rara, forse unica nella vita. E per chi tutto questo è familiare, non trasformi la familiarità in ovvietà, non scambi la confidenza con la superficialità, non disprezzi la lettura biblica, la predicazione e la vita comunitaria come se esistessero per permettergli di fare il critico d’arte. Finché ci sarà del vecchio nella nostra vita, la parola di Cristo sarà nuova. Finché ci sarà in noi qualcosa che ci spinge a disprezzarla, l’ascolto di questa parola sarà medicina di salvezza. E quando saremo disperati perché non c’è nulla da fare, c’è solo una parola che ci farà vivere. La parola del giudizio radicale e della grazia radicale, la parola di Gesù Cristo.

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  • Data: Marzo 20, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 13, 22-30