Vangelo di Luca 13, 18-21
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"Gesù diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto albero; e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami».E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? Esso è simile al lievito che una donna ha preso e mescolato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata»."

Predicazione tenuta Mercoledì 13 marzo

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 13, 18-21

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

Com’è il “nostro” regno? Il nostro regno è pieno di cose che si pongono davanti a noi come grandi e che ci rendono importanti. Non ne possiamo più di… malaffare, macelleria sociale, inquinamento, tasse, violenza, ingiustizia… e attendiamo il grande cambiamento. Anzi, vogliamo favorirlo col nostro impegno, col nostro voto, con la nostra speranza e con la nostra partecipazione. Una grande e bella realtà, che interessi a tanti, che coinvolga tanti, i migliori, quelli che hanno più a cuore il bene comune, il futuro, gli altri. Una grande festa, una piazza colorata, un entusiasmo contagioso e trascinante, un’energia che va tutta nella stessa direzione…
No. Il regno di Dio è simile a un granello di senape e a una presa di lievito. Il regno di Dio è simile al più piccolo dei semi e a una manciatina di lievito sulla punta delle dita. Nasce piccolo, il regno di Dio. Veramente piccolo. E poi diventa grande. Da solo.

La prima cosa che salta agli occhi è che si tratta di due cose piccole, molto piccole. Un semino e un pezzettino di lievito. Chi presterebbe attenzione a cose così piccole nella vita ordinaria? Chi avrebbe prestato attenzione a tanti semplici testimoni del Vangelo? Chi lo avrebbe fatto al tempo della predicazione apostolica, quando la pervasività del paganesimo e della religione imperiale, il fascino della spiritualità e delle religioni orientali, la grandezza e la finezza della filosofia a viste umane avrebbero sbaragliato con un semplice soffio la pretesa di questi rozzi predicatori di mettere il mondo alla rovescia? Chi avrebbe prestato attenzione ai barba valdesi del Medio Evo, ridicolizzati dal teologo Walter Map, completamente digiuni di teologia scolastica e che non sapevano altro che brani della Bibbia mandati a memoria? Chi avrebbe prestato attenzione a quei riformati olandesi che vennero ricevuti dal governatore spagnolo dei Paesi Bassi e furono irrisi come “straccioni” dagli spagnoli vestiti di raso sotto le inamidate gorgiere? Eppure, il regno era dalla loro parte. Era proclamato con efficacia dalle loro parole, avanzava con le loro vite. Non era un’umiltà esibita, o un grigiore, o una miseria di prospettive e di pensiero. Anzi, tutti questi sapevano benissimo dove volevano arrivare. Ma erano piccoli, e di fronte a loro e contro di loro avevano dei grandi. Perché per essere seme del regno bisogna essere piccoli.

Poi, il piccolo regno di Dio diventa grande da solo. L’uomo della parabola semina e la donna impasta – immaginiamo con cura e con dedizione alla causa – e dopo che cosa fanno? Vivono senza occuparsene. La donna per qualche ora, con l’impasto coperto da un fazzoletto umido forse dicendo, come noi, che “l’impasto riposa”. In realtà noi riposiamo, e l’impasto lavora, tanto da fare ormai tutti da solo. L’uomo che ha piantato il seme nell’orto dorme e si alza e così trascorrono le notti e i giorni. Il contadino fa tutto ciò che deve fare, ma poi non si preoccupa. Non è più affar suo. I giorni che scorrono, il sole, la pioggia, il vento non li comanda lui. Non può pensare di comandarli. E ogni contadino scopre sempre i germogli con un senso di stupore e di gioia. Anche quest’anno il miracolo della nascita e della crescita si è ripetuto ed è stato puntuale. E’ sempre una cosa spettacolare, e il contadino non si abitua mai, non si annoia mai davanti al miracolo del seme che germoglia. E quand’ero bambino di città, stupefacente per me era scoprire il mistero della lievitazione, e mi affascinava. Così l’uomo semina. Con fatica anche grande, ma sempre con la fondata speranza di godere del raccolto. Ma dal momento che il seme è nella terra, il contadino non lo possiede più, così come la massaia non può più riprendersi il lievito che ha impastato. E’ il Creatore della terra che fa crescere sia l’albero, sia l’impasto. E come il contadino non ha altro incarico che di seminare e la massaia di impastare, così il discepolo di Gesù non ha altro incarico che seminare e impastare con generosità e con tanta, tanta fatica la parola del Regno. Senza preoccuparsi di nulla. “Predica la parola, insisti a tempo e fuor di tempo” scrive l’Apostolo a Timoteo. Se una chiesa fa onestamente questo, può riposare, dormire e alzarsi come la donna e il contadino della parabola. Cioè può non occuparsi di altro che della predicazione e della diffusione della parola di Gesù Cristo, che è l’unico vero seme del Regno di Dio. L’atteggiamento della chiesa è un atteggiamento di servizio e non di conquista. Vogliamo diffondere la parola di Gesù non per aumentare il numero dei protestanti, ma per seminare il seme del regno, per far lievitare la pasta con il lievito del regno, per servire il nostro prossimo, perché solo la parola di Gesù può portarlo alla salvezza. Se non conosce questa parola il tuo prossimo è perduto, è massacrato dal dolore per gli errori suoi e di altri, è all’inferno già su questa terra. Allora gli portiamo la parola di Cristo, la parola della salvezza, della riconciliazione e della vita. Questo è il compito faticoso dei discepoli di Gesù e della chiesa di discepoli che noi vogliamo essere. Un compito faticoso che facciamo senza trionfalismi e senza catastrofismi. Non pianifichiamo né il trionfo della chiesa né il funerale della chiesa. Proclamiamo la parola di Cristo, e lo facciamo tutte le volte che possiamo. Lo facciamo con fede, con piena convinzione e anche con una sana dose di caparbietà.

Infine, il risultato stupefacente, inatteso. La pasta lievitata. Un arbusto più alto di un uomo, dove gli uccelli possono ripararsi. Noi richiamo di non vederlo. Abituati a comprare il pane e a mangiare ortaggi di serra, ma il supermercato materiale ha amputato la nostra capacità di comprendere le cose spirituali. Dev’essere sempre tutto a disposizione. Prendo, consumo o spreco, o lascio. L’unica cosa, che non manchi nulla alla mia scelta. La filiera, che ai tempi di Gesù era cortissima, ma sotto i nostri occhi, oggi non la vediamo. Per vederla, dobbiamo considerare tre cose. La prima, chi ha seminato il seme o impastato il lievito del regno per noi, ha fatto una cosa piccola. Non ci ha portati a vedere un grande della terra o la partita della vita della squadra del cuore, o ci ha portati a Mosca il giorno della rivoluzione d’ottobre o a New York quando sono state abbattute le torri gemelle. No. Sono stati i nostri genitori che hanno pregato con noi, o una monitrice della Scuola domenicale, o qualcuno che ha parlato con noi e ci ha regalato un Nuovo Testamento con la copertina che si sgualcisce subito. Siamo stati guadagnati al regno da piccoli credenti e con piccole cose! Secondo, c’è un tempo. Poche ore per la pasta, una stagione per l’arbusto di senape. In quel tempo tu non fai niente. Nel tempo fondamentale della crescita del regno, per piacere, ti riposi. Ti togli dai piedi! Non ingombri! Lasci che Dio faccia crescere. Predichiamo la sola grazia e viviamo di sole opere? Stuzzichiamo la pasta per vedere se lievita? Disseppelliamo il seme per vedere se spunta qualcosa? Ossessionati dai frutti, dai risultati, dai grandi obbiettivi con risultati che poi non vengono. Il nostro cristianesimo muore perché non sa riposare, perché quando noi riposiamo, Dio opera.

Infine, lo stupore. Qualsiasi rivelazione di Dio è più grande, è meglio del nostro miglior desiderio. Figuriamoci il regno di Dio. Perché crediamo di aver già compreso tutto. E invece, lo stupore e la felicità che abbiamo avuto la prima volta che abbiamo visto impastare e infine abbiamo trovato la pasta cresciuta, saranno moltiplicati. Non sarà mai quello che abbiamo previsto, ma sarà sempre migliore di quanto immaginato. E ci stupirà.

Dettagli
  • Data: Marzo 13, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 13, 18-21