Vangelo di  Luca 13, 1-5
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"In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro»."

Predicazione tenuta mercoledì 20 febbraio

Testo della predicazione: Vangelo di Luca 13, 1-5

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

È appena successo. C’è stato un tumulto, una manifestazione non autorizzata che le guardie del tempio non sono riuscite a sedare subito e Pilato, temendo che i tafferugli al tempio si diffondessero in tutta la città, ha ordinato di far uscire la truppa. Alla fine, diversi morti per terra. Galilei che erano venuti a portare il loro sacrificio al tempio. Questo è il fatto di cronaca nera. Che circola veloce, come tutti i fatti di nera. Perché? Perché davanti a un fatto che ha toccato la vita delle persone, immediatamente e non sempre consapevolmente scatta dentro di noi la ricerca del colpevole. Di chi è la colpa di quella morte? Perché ogni morte, soprattutto se è precoce o violenta o in qualche modo rinviabile (e non “evitabile”, come impropriamente si dice, perché vi informo che la morte non è “evitabile”), ogni morte vuole un responsabile, un assassino. Chi è il responsabile della morte di Carlo Giuliani? Lui? Il carabiniere che ha sparato? La cabina di comando della sicurezza del G8? Il ministro degli interni? Il presidente del consiglio? La società? Domande che ciascuno di noi si è fatto e alla quali ciascuno di noi ha dato la sua personale risposta. E ogni risposta è servita a rassicurarci… perché non è stata colpa mia.

Il Signore Gesù Cristo rincara la dose. La torre di Siloe, presso una fontana pubblica, era recentemente crollata. Diciotto morti. Che erano lì un po’ per attingere, un po’ perché la vita delle città dell’antichità si svolgeva in massima parte fuori di casa e di giorno le strade erano sempre affollatissime. Diciotto morti. Un impatto sull’opinione pubblica dell’epoca che possiamo immaginare simile a quello del crollo del ponte Morandi di Genova. E dopo poche ore settori del governo hanno formulato una precisa accusa contro la società che gestiva il ponte. Ovviamente, interviste a esperti, opinioni di cittadini, tutti a costituire elementi del dibattito del nostro tribunale interiore che doveva dare la colpa a qualcuno, qualcuno che non fossi io. Questo è il senso dell’interesse ultimo a queste cose. Io sono fuori dal plastico di Bruno Vespa, siamo quelli che seguono da fuori la sua bacchetta, perché il colpevole è sempre esterno a noi, al nostro gruppo. Il fascismo aveva così ben intuito questo primordiale senso dell’autogiustificazione che da una parte aveva silenziato la cronaca nera sui giornali, perché non poteva darsi un male diffuso all’interno della comunità, e aveva dato ordine alle case editrici di romanzi gialli di dare sempre all’assassino un nome straniero. Col bel risultato che alla prima pagina potevi sapere chi era l’assassino. Ma al di là di questo effetto complementare, l’idea era quella di sostenere il pensiero innato di tutti secondo il quale il male è sempre al di fuori di noi, del nostro gruppo, della nostra umanità, del nostro mondo. Esorcizziamo con pensieri come la bestiale ferocia o la cinica sete di profitto che ha trascurato la manutenzione… Addirittura siamo disposti ad accusare Dio,“Dio, dov’eri quando succedeva questa o quella catastrofe?”, pur di non accusare noi stessi.

Il Signore Gesù Cristo ci libera da tutte queste mortali falsità ordinandoci il ravvedimento. I massacrati dalla legione, i morti sotto il crollo della torre non erano peggiori di altri e di voi. All’epoca, la morale comune considerava le catastrofi come punizioni di colpe personali. Se eri finito male, era sempre e solo per colpa tua. Ma questo non importa. Accusare i galilei o Carlo Giuliani perché sono andati a cercare guai in una manifestazione, accusare la legione romana o i carabinieri, accusare Pilato o i funzionari di pubblica sicurezza, accusare Tiberio o Berlusconi non è importante, purché io, io ne esca pulito. E invece no!
Qual è la mia colpa? È quella di discolparmi accusando gli altri. Genesi 3,12: L'uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato». Colpa della donna e colpa di Dio. Ma il peccato commesso passa alla Storia come il peccato di Adamo. Ogni volta che accusiamo apertamente o implicitamente gli altri per discolpare noi stessi di qualsiasi cosa, allora esce dal nostro cuore la voce bugiarda e colpevole di Adamo.

“Se non vi ravvedete, perirete tutti come loro”. Sul peccato di Adamo, che è il mio peccato, c’è una condanna a morte, a una morte rovinosa. L’analogia tra i galilei, i morti della torre e me non sta nel fatto che a me è andata bene, ma che a me viene mostrato il pagamento del mio peccato, e questo accusa la mia condizione di trasgressore. Per tornare alla cronaca nera, è come gli articoli di nera di Dino Buzzati, che il Corriere della sera ripubblicò una ventina di anni fa. Ogni fatto era descritto come se mi riguardasse, come se raccontasse di me, come se fosse avvenuto nel mio salotto. Se ci ravvediamo ora, se riconosciamo ora in quella terribile fine la nostra fine, la fine della nostra condizione, allora il Signore Gesù Cristo potrà fare qualcosa per noi. Perché ha preso su di sé la condanna del nostro peccato, cioè la morte eterna, per darci la vita eterna. Occorre conoscere e riconoscere tutto questo. Noi non siamo fuori dal plastico della casa di Cogne, ma siamo nella stanza accanto o nella stessa stanza. Quello che può evitare che la tragedia contingente sia la figura della nostra sorte eterna, è prendere atto del nostro peccato e ravvederci, cioè riposizionarci in Cristo, che con la sua morte ha completamente pagato il prezzo di tutti i nostri peccati. Invece di cercare il male fuori da noi e il bene dentro di noi, dobbiamo ravvederci, cioè riconoscere il male dentro di noi e il bene, il grande bene, fuori da noi, ma per noi. In Cristo.

Dettagli
  • Data: Febbraio 20, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 13, 1-5