Lettera ai Romani 12, 17-21
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"Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene."

Predicazione tenuta domenica 5 luglio 2020

Testo della predicazione; Lettera ai Romani 12, 17-21

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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L’insegnamento della Scrittura sul combattimento contro il male, consiste di due parti. La prima è la non reazione, cioè evitare di ripagare il malvagio con la stessa moneta. La seconda consiste nella reazione alla malvagità, cioè operare per sconfiggerla. Ed è un’azione difficile e rischiosa. La non reazione e la reazione sono entrambe necessarie affinché il bene di Dio trionfi sull’umana malvagità. Quindi non basta non reagire al male. Bisogna anche reagire. Reagire secondo l’insegnamento di Dio e con l’ispirazione del suo Spirito. Solo Dio può fare in modo che la nostra reazione al male non sia una difesa dal male o non diventi una moltiplicazione del male, ma che sia la sconfitta, che sia l’umiliazione, che sia la tomba del male.

Non rendete a nessuno male per male; impegnatevi a fare il bene davanti a tutti.

La prima parte è sviluppata nell’invito a vivere in pace con tutti e a non farsi vendetta da soli, ma di aspettare la vendetta di Dio. È vero che questo invito della Scrittura può essere declinato, diciamo così,  in forma laica, come l’antico proverbio cinese: “Se hai un nemico, siediti sulla riva del fiume finché vedrai passare il suo cadavere” o l’assioma dell’etica nonviolenta: “La più grande violenza che possiamo subire è quella che ci costringe e diventare violenti a nostra volta”. Ecco, fin qui non ci sarebbe bisogno di credere in Dio, per arrivare fin qui. Anche se chi conosce la Bibbia sa che il castigo di Dio sulla malvagità non arriva secondo il nostro tempo, ma prima o poi arriva. Tutto il Salmo 73 parla di questo: un credente giusto che soffre mentre il suo nemico prospera, ma alla fine Dio si rivela a lui come possesso eterno e allo stesso tempo punisce il malvagio. Cioè c’è una giustizia di Dio nella Storia, ma la conosciamo soltanto dopo aver conosciuto la giustizia di Dio per noi, la giustizia di Dio che ci salva. Quindi, rispetto al passo, al primo passo che abbiamo fatto in compagnia dell’etica laica, ne facciamo già adesso uno in più, perché sappiamo che Dio non lascia mai il male impunito. Però non andiamo troppo oltre: perché molto spesso i cristiani si sono sentiti autorizzati a cuor leggero a rappresentare Dio nella sua ira, hanno ricambiato il male con un male uguale o peggiore, e non hanno fatto altro che allungare quella catena della malvagità quando il nostro combattimento non è per allungare questa catena, ma per spezzarla. Quindi, la non reazione alla malvagità nei modi praticati dalla malvagità stessa, questa non è mai un’indicazione cui possiamo permetterci di restare indifferenti. Questa è una cosa molto importante: non si reagisce alla malvagità nei modi in cui la malvagità agisce.

Poi la seconda parte, quella dell’azione: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, radunerai dei carboni accesi sulla sua testa” (Proverbi 25,21-22). Forse il proverbio indicava una usanza antica, un modo estremo di chiedere perdono esternando la propria umiliazione ponendo un braciere sopra la propria testa, o forse è una figura per l’arrossamento del viso per la vergogna. Ma è fondamentale la dinamica della reazione: il nemico affamato e assetato viene soccorso, non viene combattuto. E questo per vincerlo con armi che lui non conosce, con le armi segrete, con le armi dell’amore. Ora, mi direte, noi riformati siamo storicamente i figli di Zwingli, un teologo, Riformatore di Zurigo, che è morto in battaglia ed è raffigurato nella sua Zurigo in un monumento con Bibbia e spada, e siamo anche storicamente figli di quei valdesi che hanno resistito con le armi al tiranno, e siamo influenzati dalla teologia e dalla spiritualità di Dietrich Bonhoeffer, un teologo cospiratore contro Hitler. Sono stati dei malvagi, dei violenti? In realtà furono scelte di condivisione di responsabilità e di sofferenza. Zwingli non era un guerrafondaio. Era un cappellano militare che vide in un giorno morire settemila ragazzi della sua terra e dopo la battaglia di Marignano maturò una coscienza profondamente pacifista. Uno dei suoi ultimi scritti è una “Esortazione ai Confederati” contro il servizio mercenario, quello che nel Cinquecento allettava i giovani svizzeri a guadagnarsi il pane sotto le armi straniere. I valdesi presero la decisione di resistere dopo aver visto villaggi incendiati e le donne violentate. “Se è possibile, per quanto dipende da voi…” scrive l’apostolo Paolo, ci sono state delle situazioni in cui non era possibile. E la decisione di resistere non fu presa a cuor leggero. Scipione Lentolo, il grande teologo della resistenza armata dei valdesi, più di trent’anni dopo scrisse la sua “Historia delle grandi et crudeli persecutioni”, il primo grande scritto di Storia valdese, e non lo fa terminare con la vittoria militare dei valdesi in Piemonte, ma con la strage dei valdesi di Calabria, con gli ottantotto sgozzati sulla piazza di Montalto, con il boia che nemmeno puliva il coltello. Quindi per Lentolo, chiaramente monarcomaco, costoro, erano questi i vincitori, non quelli che avevano vinto sul campo di battaglia, erano i martiri l’apice del suo scritto sulla resistenza e sulla persecuzione. Il senso teologico del terminare la prima opera di Storia valdese non con gli eroi che hanno battuto il nemico, ma con i martiri che sono morti col nome di Cristo sulle labbra è questo: che si vince più da martiri che da vincitori sul campo. Nel secolo scorso Bonhoeffer che rispose alla critica, gli dissero: “Ma signor pastore, un cristiano come fa a partecipare a una congiura per uccidere il capo dello Stato?” e lui disse: “Se un pazzo guidasse contro la folla sulla Kurfürstendamm (come dire in via del Corso a Berlino), il mio dovere non è quello di seppellire i morti, il mio dovere è strappargli le mani dal volante!”. E l’ultimo anno di guerra, successivo al fallito attentato contro Hitler del luglio 1944, fece molte più vittime dei quattro anni precedenti. Adesso noi non giudichiamo chi si è trovato in una situazioni così drammatica, in situazioni estreme, in situazioni sofferte, che non si possono giudicare nei salotti, neanche nei salotti della chiesa. La nostra unica riflessione sensata è e dev’essere un ringraziamento a Dio perché non ci troviamo in situazioni così estreme, e un pensiero anche alla Storia di chi in queste situazioni si è trovato.

Ora, per obbedire a questa parola ti manca solo una cosa. Ti manca il nemico. Perché è da troppi anni che ripeti nel tuo cuore quel falso vangelo che dice: “Io non ho nemici”. La Bibbia ti dice che hai nemici, dice che Dio ha nemici, dice che il popolo di Dio ha nemici… chi ha ragione? Tu o la Bibbia? Deve aver ragione la Bibbia. La Bibbia ti insegna ad amare il tuo nemico. Se vieni qui e credi di non avere nemici, stai sbagliando scuola! Io non andrei mai a una scuola che tutta la vita mi insegna ad amare i miei trisnonni! Allora, chi è il tuo nemico? Chi è il tuo nemico? È quello che ti ha fatto del male senza motivo e che non ti ha mai chiesto il tuo perdono. Quello che è stato scorretto davanti a te o alle tue spalle. È quello che ti ha provocato una sofferenza inutile e che non meritavi, e si è assolto da solo. Tu preferisci non vederlo e non parlargli. Ecco il tuo nemico con cui combattere, solo con le armi dell’amore e della verità, non per fargliela pagare, non per distruggerlo, ma per liberarlo, per spezzare la catena che lo tiene avvinto al male.

Non farti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. Qui come in una partita di basket, non esiste il pareggio. O si perde, o si vince. Se si risponde al male con il male, chiunque vinca, fa vincere il male. Se ci si oppone al male con il bene, si vince e vince il bene.  Solo l’amore verso il nemico fa perdere l’odio. La nostra libertà cristiana è la libertà di combattere il male con le armi del bene. Sì, con le armi, con strumenti che colpiscono il male alla radice. Dio ha vinto il male, ha vinto il peccato con la giustizia e con la misericordia, Dio ha vinto l’antico nemico, la morte, con la resurrezione, cioè con la vita nuova di Cristo. In Cristo possiamo vincere il male, possiamo essere liberi dal ricambiare il male ed essere ancora più liberi di ricambiare con il bene. Questo viene fatto con una parola, con un gesto, con uno sguardo di giustizia, di misericordia, di verità. Queste sono le sole armi che spezzano la catena del male. E sono armi efficaci e terribili.

 

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  • Data: Luglio 5, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Romani 12, 17-21