Isaia 51, 1-3
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«Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia,
che cercate il SIGNORE!
Considerate la roccia da cui foste tagliati,
la buca della cava da cui foste cavati.
Considerate Abraamo vostro padre
e Sara che vi partorì;
poiché io lo chiamai, quand'egli era solo,
lo benedissi e lo moltiplicai.
Così il SIGNORE sta per consolare Sion,
consolerà tutte le sue rovine;
renderà il suo deserto pari a un Eden,
la sua solitudine pari a un giardino del SIGNORE.
Gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei,
inni di lode e melodia di canti."

Predicazione tenuta domenica 17 febbraio 2019, per la festa del XVII Febbraio

Testo della predicazione: Isaia 51, 1-3

Predicatore: pastore emerito Paolo Ricca

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Queste parole (insieme a molte altre!) il profeta Isaia le rivolse al suo popolo in un’ora buia della sua storia, una specie di «ora zero», bella e brutta insieme: bella perché l’esilio era finito e il popolo ebraico era libero di tornare in patria; brutta perché molti non volevano tornare nella «terra promessa » diventata un deserto, con Gerusalemme ridotta a un cumulo di macerie, e preferivano restare a Babilonia che offriva più garanzie di futuro e poteva diventare una specie di seconda patria. Così il popolo ebraico si divise: alcuni tornarono, altri restarono. Il futuro era a rischio per entrambi: lo era per chi tornava e trovava un paese distrutto e devastato; lo era per chi restava e facilmente poteva essere assimilato, diventare anche lui «babilonese», e scomparire.

Anche il nostro futuro è a rischio, sia come cristiani sia come valdesi. Vediamo non poche macerie intorno a noi: chiese trasformate in negozi, antichi monasteri trasformati in alberghi a cinque stelle, luoghi di preghiera trasformati in distributori di fast food – una tristezza infinita! Vediamo i nostri ideali traditi, battaglie di una vita che credevamo vinte e che invece sono vanificate e bisogna ricominciare tutto da capo; vediamo attese legittime negate e umiliate; valori in cui crediamo sconfessati. Vediamo il contrario di quanto avevamo sperato. Ma vediamo anche galoppare la secolarizzazione, non solo fuori, ma anche dentro la chiesa. Forse nel nostro tempo la carità non si è raffreddata4, ma la pietà sicuramente sì, la pratica religiosa sicuramente sì, e dove si affievolisce la pratica religiosa, la stessa religione piano piano si spegne. Abbiamo dunque bisogno di ascoltare la parola del profeta Isaia, come ne aveva bisogno il popolo d’Israele nel giorno in cui a Babilonia festeggiava la sua «festa della libertà» per la fine dell’esilio, così come noi celebriamo, insieme agli Ebrei, la nostra «festa della libertà» per la fine dei nostri rispettivi ghetti.

E allora cominciamo dal versetto 1 in cui troviamo questo invito: «Guardate alla roccia da cui foste tagliati ». Ho scelto questa parola come testo della predicazione perché è scritta a grandi caratteri nella parete interna della grande Aula della Casa valdese di Torre Pellice (edificata nel 1889), dove ogni anno si svolge il Sinodo, cioè l’assemblea generale, della nostra Chiesa. Evidentemente, i nostri padri e le nostre madri dell’Ottocento (li menzioniamo insieme perché non avremmo dei padri se non avessimo delle madri) – i nostri padri, dicevo, e le nostre madri di allora hanno voluto che quella parola fosse permanentemente davanti agli occhi dell’assemblea sinodale, che è come dire davanti agli occhi di tutta la nostra piccola Chiesa. Oggi vogliamo prendere quella parola biblica e trasportarla idealmente dall’Aula sinodale di Torre Pellice in questo tempio, e chiedere allo Spirito Santo di scriverla non su una di queste pareti, ma direttamente nei nostri cuori come cura ricostituente delle nostre anime: «Guardate alla roccia da cui foste tagliati».

È naturalmente un’immagine, potente e benvenuta, perché viviamo, come tutti sanno, in un tempo caratterizzato in tutti i campi (purtroppo non solo in quello del lavoro, dove causa disastri) dal precariato, cioè da ciò che è provvisorio, aleatorio, caduco, insicuro, effimero, temporaneo, che oggi c’è e domani non c’è, e qui invece c’è uno che ci parla di una roccia, cioè di qualcosa di solido, di stabile, di duraturo, qualcosa su cui ti puoi appoggiare, che resiste nel tempo e ha sicuramente un futuro: una roccia ci sarà anche domani. Dunque, siamo, sì, precari, ma neppure tanto, se è vero quello che dice qui il profeta, e cioè che siamo stati «tagliati» dalla roccia, quindi siamo un frammento, per quanto piccolo, un pezzettino di quella roccia.

Ma l’immagine del «taglio» è importante anche perché ci riporta all’opera della Parola di Dio che «è più affilata di qualunque spada a due tagli, che penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito» (Ebrei 4, 12). «Tagliare» vuol dire dividere. Che cosa divide la Parola di Dio? Divide talvolta anche le persone, anche all’interno di una stessa famiglia, ma comunque, quando entra nella nostra vita, divide dentro di noi la verità dall’errore, il bene dal male, la fede dal dubbio, la buona dalla cattiva coscienza, la serenità dall’ansia. Ma il taglio è anche sempre una ferita, potremmo chiamarla «la ferita di Dio», la sua traccia nella nostra vita, il segno che apparteniamo a lui.

Ma c’è ancora una terza suggestione suscitata dall’immagine della roccia tagliata dalla roccia, ed è la grande fatica che questo taglio comporta, tanto più quando non c’erano l’energia elettrica, i martelli pneumatici  e le macchine: coloro che lavoravano nelle cave di pietra o di marmo facevano davvero una fatica immane, la più grande, forse, che un lavoratore potesse provare. È un’immagine eloquente dell’enorme fatica di Dio per fare di noi dei cristiani, per trasformarci in uomini nuovi. Anche la prima creazione è costata fatica, tanto che Dio, il settimo giorno, si è riposato. Ma è sicuramente più faticoso per Dio trasformare l’uomo vecchio in uomo nuovo, che creare il primo uomo dalla polvere della terra.

Ma ora usciamo dall’immagine e volgiamoci al messaggio che attraverso quell’immagine il proeta ci vuole trasmettere: «Guardate alla roccia da cui foste tagliati». Che cos’è questa roccia, questa cosa solida, sicura, duratura, di cui ti puoi fidare, su cui ti puoi appoggiare e addirittura fondare?

È l’ascolto di Dio. «Ascoltatemi, voi che cercate l’Eterno» (v. 1). La prima tappa della cura ricostituente dell’anima è l’ascolto di Dio: cercare Dio per ascoltarlo. La ricerca che diventa ascolto, l’ascolto che alimenta la ricerca. Non è che prima devi trovare Dio, e solo dopo lo puoi ascoltare. No, lo ascolti cercandolo, lo cerchi ascoltandolo. Lo si può infatti ascoltare, perché c’è una parola di Dio accessibile. «Ascoltatemi»: ecco la prima «roccia»! Tutto comincia con l’ascolto. Non con il parlare, non con il ragionare, non col discutere, ma con l’ascolto. Anche il bambino impara a parlare ascoltando: la sua parola nasce dall’ascolto. «Ascolta Israele» (Shemà Israèl), così comincia il dialogo di Dio con il suo popolo e, con esso, l’avventura della fede. «La fede vien dall’udire, e l’udire si ha per mezzo della parola di Cristo» (Romani 10, 17). «Ascoltatemi»: in fondo Dio non chiede altro: non chiede sacrifici, né grandi cerimonie, né funzioni solenni; chiede misericordia, questo sì (Osea 6, 6; Matteo 9, 13), ma prima di tutto chiede ascolto. Dio ci fa molti doni, ma il più grande dono che possiamo fare noi a Dio è ascoltarlo. Ma ascoltare non è così facile come sembra. È più facile parlare che ascoltare. Nel mondo tutti parlano, pochi ascoltano. Molti parlano anche di Dio, senza però averlo ascoltato: che cosa possono dire? Rischiano il vaniloquio. Quanto è facile parlare prima di ascoltare! Quanto è difficile ascoltare prima di parlare! La ricerca di Dio non comincia né dal sentimento, né dall’intuizione, né dal pensiero, ma dall’ascolto. «Ascoltatemi, voi che cercate!»: se non cercate, non udirete mai nulla. Solo chi cerca, trova. Solo chi chiede, ottiene. Solo chi ha fame, viene saziato. Questa dunque è la prima tappa della cura ricostituente dell’anima: la ricerca di Dio che diviene ascolto. Nell’ora buia della storia è più che mai tempo di cercare Dio!

Ma poi c’è una seconda tappa della cura. «Guardate ad Abramo, vostro padre, e a Sara, che vi ha partorito » (v. 2). Chi è vostro padre? Non è Lutero, né Calvino, né Valdo, né Agostino, e neppure l’apostolo Paolo e neppure il profeta Isaia: è Abramo, padre di tutti i credenti (Romani 4, 17-18). «Guardate a vostra madre». Chi è vostra madre? Non è la Vergine Maria, benché il Concilio Vaticano II l’abbia incautamente proclamata «Madre della Chiesa»; ma non è neppure la grande chiesa cristiana con la sua storia imponente; e non è neppure la piccola Chiesa valdese con la sua piccola storia. Vostra madre è Sara, «che vi ha partorito ». Ma attenzione: neppure loro, Abramo e Sara, sono la «roccia». La «roccia» è la vocazione rivolta da Dio ad Abramo. «Io lo chiamai»: ecco la «roccia»: la chiamata di Dio. La parola, la cosa più effimera che ci sia, è una roccia, la cosa più solida che ci sia. Ecco il grande paradosso evangelico, il paradosso di Dio: Dio è Nome, Spirito, Parola, e la Parola è la roccia e la roccia è la parola, anche solo una, quella della tua chiamata: è lei la tua roccia. Ma la vocazione non viene mai da sola, è sempre accompagnata da una benedizione.

«Lo chiamai quand’era solo», cioè non aveva figli legittimi ed era diventato impotente per l’età avanzata, e Sara era anch’essa troppo anziana per poter ancora concepire. «E lo benedissi» – benedissi lui e Sara, «e lo moltiplicai»: nacque Isacco, e da lui Esaù e Giacobbe, e da loro due popoli. Ecco allora la «rocci» da cui proveniamo: la vocazione con dentro la benedizione. Quando Dio chiama, benedice; chiama per benedire. Noi siamo stati chiamati: ecco perché siamo qui; e siamo stati benedetti: ecco perché siamo ancora qui. E perché la vocazione con dentro la benedizione è una roccia? Perché è «senza pentimento» (Romani 11, 29). Dio non si pente di averti chiamato Ecco la seconda tappa della cura dell’anima: la vocazione con dentro la benedizione.

Infine c’è una terza tappa, che è il coronamento delle altre due: la consolazione. «Così l’Eterno consolerà Sion, consolerà tutte le sue rovine». Notate, vi prego, questa bellissima espressione: «consolerà tutte le rovine»: non solo le persone afflitte, ma le rovine, non solo qualche rovina, ma tutte le rovine! Che cosa vuol dire? Vuol dire che Dio non butta via le macerie come facciamo noi, le raccoglie, le recupera, le riscatta, le ricicla: Dio è un grande riciclatore, ricicla anche noi! Con Dio nulla è mai perduto, nessuna speranza è troppo ardita; con lui non si spera mai troppo, ma sempre troppo poco! La caratteristica principale della consolazione di Dio è che non lascia le cose come stanno, ma le trasforma: trasforma «il deserto in un Eden, la terra arida in un giardino dell’Eterno». Consolare, per Dio, significa trasformare il deserto in giardino, il male in bene, il dolore in letizia, il peccato in santità, la morte in vita.

«Guardate alla roccia da cui foste tagliati». Ora sappiamo che cos’è questa «roccia» e qual è una cura ricostituente per la nostra anima: è la ricerca di Dio che diventa ascolto; è la vocazione di Dio che diventa benedizione; è la consolazione di Dio che diventa trasformazione del mondo nel mondo di Dio. 17 febbraio 2019: la roccia è stabile e non sarà smossa; in lei l’anima trova rifugio e forza. «Forte Rocca è il nostro Dio, nostra speme in lui si fonda». Amen.

 

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  • Data: Febbraio 17, 2019
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 51, 1-3