Apocalisse 21, 1-8
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"Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più morte, né cordoglio, né grido di dolore, perché le cose di prima sono passate”.

E colui che siede sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere”, e aggiunse: “Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi, gl’increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”.

Predicazione tenuta domenica 22 novembre 2020

Testo della predicazione: Apocalisse 21, 1-8

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Nuovo cielo e nuova terra. Ogni cosa fatta nuova in Dio. La parola di Dio, che ha creato l’universo e la realtà, con il suo giudizio crea un universo e una realtà nuovi.

Il giudizio finale di Dio non restaura la vecchia realtà e la vecchia umanità, ma crea una realtà e una umanità completamente nuove. Giudizio di Dio significa nuovo. Giudizio di Dio sul mondo significa mondo nuovo.

Nuovi cieli e nuova terra. Già qui vediamo che non si tratta di una riedizione ecologica del nostro mondo. Il mare, il mare che nell’esperienza biblica è un elemento ostile, qualcosa di ingovernabile, alla mercé di forze oscure, non ci sarà più. Restano solamente il cielo e la terra, e del tutto nuovi, non riducibili all’esistente abbellito. Tre realtà: il creato voluto da Dio, il creato prima della caduta di Adamo ed Eva, e che noi non conosceremo mai; secondo, il creato decaduto, che è il mondo in cui viviamo ed è l’umanità che siamo, e ultimo il creato ricreato, che la Scrittura ci annuncia. Questo terzo creato non corrisponde al nostro desiderio, corrisponde soltanto alla promessa del Signore. Infatti la realtà viene completata dal dono della nuova Gerusalemme, la nuova città che scende dal cielo, che esiste già presso Dio e che ci sarà data in dono. La vecchia Gerusalemme aveva avuto la profezia della presenza di Dio con il tempio di Salomone, aveva avuto l’adempimento della profezia con la croce di Cristo, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo sarà la manifestazione evidente della realtà nuova di Dio. Sarà il luogo in cui donne e uomini abiteranno con Dio, il luogo in cui bene eterno sarà la presenza di Dio senza chiaroscuri e senza contraddizioni. L’immagine che l’uomo della rivelazione apocalittica ha davanti agli occhi, la città che scende dal cielo, mostra che questa nuova evidenza non dipende dal desiderio dell’umanità. Viene da presso Dio. Infatti, la nuova realtà non è descritta secondo il desiderio umano. Gli esseri umani desiderano un paradiso che sia la sublimazione dei loro desideri, e qui invece una realtà radicalmente nuova. La pace interiore, l’armonia, il benessere di un’anima liberata dal corpo... Questi sono i desideri degli umani, molto diversi tra loro, però tutti hanno la radice comune di eterizzare un desiderio spirituale o carnale, ma comunque umano. E invece la Scrittura ci presenta una cosa radicalmente nuova, una nuova città in cui le lacrime saranno asciugate, in cui non ci sarà morte né cordoglio, né grido, né dolore. È inimmaginabile per qualsiasi umano pensare davvero a una vita senza queste cose. Noi non siamo così saggi da desiderare di perdere, di perdere la morte, di perdere il cordoglio, il grido e il dolore. Il nostro desiderio sarebbe di avere, di possedere. Ma la speranza che viene da Dio ci annuncia la fine radicale di tutto il male e ci presenta la comunione totale con Dio come bene imperituro. Dio abiterà con loro, essi saranno suoi popoli, e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. La morte intorno a noi e in noi è gettata nello stagno di fuoco. La morte che trafigge le nostre vite… distrutta! La fede nella vita eterna che abbiamo confessato tante volte prima di seppellire fratelli, sorelle, persone care, la fede nella vita eterna trova la sua ultima e definitiva risposta, trova il Sì e l’Amen di Dio stesso.

Il Signore sul trono parla di novità e di compimento: “Faccio nuove tutte le cose” e “Tutto è compiuto, io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine”. Il mondo vende novità e compimenti: “Un’idea nuova!”, “Un modo nuovo di fare…”, “Novità assoluta”… sarà? Faccio mia quella frase di Giacomo Puccini, che disse a un giovane musicista pieno di boria che gli sottopose alcune sue composizioni, e Puccini: “Mio giovane collega - disse il maestro - nelle sue composizioni ci sono cose belle e cose nuove. Ma le belle non sono nuove e le nuove non sono belle!” Il telecomando, vediamo il telecomando: è una cosa nuova. Non c’era quando io ero piccolo, Il telecomando è una cosa nuova… che ci appesantisce mediamente di cinque chili. Lo sforzo eseguito più volte in una vita di cambiare programma alla TV sotto l’apparecchio equivale a bruciare cinque chili. E su cose più grandi, sulle promesse di giustizia sociale, o di prosperità e benessere, che abbiamo sentito e sentiamo, non sono mai nuove ma sono sempre incomplete. E chissà perché, tutti sono pronti a trattare la fede cristiana come cosa vecchia, cosa che non corrisponde più alle esigenze della vita (tra l’altro, non mi risulta che Dio abbia parlato ad Abramo, ai profeti e agli apostoli per rispondere alle loro esigenze della vita), al massimo utile per richiamarsi alle “radici”. ai “valori” e all’”eredità” (guardate che parlare di “eredità cristiana” significa pensare che il cristianesimo sia morto, perché non si eredita da un vivo!). Insomma, nonostante il mondo tratti questa parola come un ferro vecchio e inservibile, la parola di Gesù Cristo ci annuncia la novità, la completezza, tutte le cose nuove e l’alfa e l’omega, la A e la Zeta, pretende ancora di interrogarci. C’è dunque una novità che diventa una novità totale (Cristo fa ogni cosa nuova) e che è totalmente fatta da Cristo, senza il nostro contributo (Tutto è compiuto, io sono l’alfa e l’omega). Che cos’è questa realtà nuova che rinnova tutto, che è compiuta veramente da Cristo? È

il rapporto con Dio. In questo mondo vecchio la nostra umanità vecchia è chiamata a un rapporto nuovo, non di lontananza e di condanna, ma di comunione e di perdono. È la realtà guadagnata con la morte di Gesù per la nostra salvezza, che viene offerta gratuitamente a chi ha sete di vita eterna. Ad altri e anche a noi, per sempre. Se in questo mondo possiamo vivere dei frammenti di verità, di grazia, e pure di eternità contemplando le promesse divine, questa eternità che ha intersecato la nostra storia trasforma la storia stessa, la giudica, ricrea sulla base delle promesse che ci aveva fatte, un mondo nuovo, una comunione con Dio, una vita nuova e completa. Quello che adesso abbiamo come parola di Dio e come sua promessa adempiuta, sarà rivelato in una realtà nuova che ci sarà donata.

Ma per i codardi, gl’increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”. Da diversi anni questo versetto non era più inserito nella pericope, questo perché esistono evidentemente tanti vangeli, tra cui il vangelo dei pii evangelici, che ritengono l’ultimo versetto troppo forte rispetto alla propria concezione. Noi siamo protestanti, non abbiamo paura della Bibbia, quindi vediamo dal versetto 8 che non c’è uno scontato happy end. E non c’è per due motivi. Il primo è che il giudizio di Dio è veramente libero, e quindi è libero di terminare anche con una condanna. Dio non è come quei genitori o quei maestri dalla coscienza sporca, che sgridano il bambino che si comporta male e poi sgridano un po’ e puniscono un po’ anche gli altri bambini,  per un malinteso senso di giustizia. Il giudizio di Dio non è condizionato dal desiderio umano e italiano di una giustizia nebbiosa, nella quale il colpevole può giocare a nascondino. Secondo motivo, se Dio è libero, tutta la Bibbia ci dice che Dio è libero di distinguere il giusto dall’ingiusto, la vittima dal carnefice, e di trattarli diversamente. Mentre la nostra concezione di giustizia finale coincide con l’amnistia all’italiana appunto, a danno della vittima e in favore del colpevole, per cui immaginiamo tutti una giustizia ideale, neoplatonica, stellare, un paradiso in cui Hitler e Anna Frank sono uguali, invece per Dio la giustizia coincide con il suo giudizio, con il giudizio di tutta la sua parola. Il carnefice e la vittima non sono uguali! E chi avrà rifiutato la giustizia giustificante di Dio in questa vita, non avrà niente da pretendere in quella futura. Credo che su questo abbiamo tutti da imparare. Noi abbiamo problemi a riflettere sul giudizio finale perché appunto abbiamo in testa una concezione di giustizia che è sbagliata, appunto la giustizia dell’amnistia, la giustizia che rende le vittime uguali ai carnefici, la giustizia che massifica, tutti buoni o tutti cattivi o tutti così così, la giustizia che calpesta il giudizio (perché tanto l’amnistia mi rende libero), la giustizia che non educa alla responsabilità individuale. Siamo un paese in cui il giudizio viene frantumato, viene gustato davanti al pubblico televisivo, un paese in cui ogni fatto efferato e scabroso finisce in qualche trasmissione di Bruno Vespa, siamo in un paese in cui la magistratura è costantemente delegittimata e in cui per tante stragi della nostra Storia recente le sentenze non hanno saputo indicare i colpevoli. Di una cosa però possiamo stare certi. La Gerusalemme celeste celebrerà un processo in cui il giudice sarà veramente libero, in cui la giustizia sarà onorata, in cui la sentenza sarà giusta e immediatamente applicata.

Nuovo cielo e nuova terra. Vidi il nuovo cielo e la nuova terra. Vidi. Le cose nuove di Dio. Dove sono queste cose nuove di Dio? Il veggente dell’Apocalisse le vede in questo suo rapimento nello spirito. Vede il futuro? Io credo di no, cioè non solo. Cioè la visione non è banalizzabile in visione del domani. Il veggente vede la nostra realtà davanti alla realtà di Dio e all’eternità. Come se a teatro le quinte fossero trasparenti: si vedrebbe la scena, che è la realtà visibile, e il retroscena, che di solito non si vede, il lavoro dei tecnici che rende possibile la scena. Così il veggente vede il soprannaturale che tocca il naturale e che lo influenza. Vede la storia della persecuzione della Chiesa resa in questa enorme e complicata liturgia che è il libro dell’Apocalisse, vede le sue piccole comunità nella mano di Cristo, vede l’idolatria violenta dell’impero romano abbattuta, vede la salvezza della chiesa fedele mediante il giudizio di Dio. Ecco, c’è una sovrapposizione delle cose che si vedono e che passano con le cose che di solito non si vedono, ma che sono eterne. Vede oltre la realtà, vede quello che potremmo definire soprannaturale, ma che è più vero della realtà e che  solitamente non è davanti ai nostri occhi. Vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Vidi la realtà come la vuole Dio, la realtà tutta nuova, la realtà eterna che è troppo diversa dal nostro desiderio per essere un parto dell’immaginazione o del desiderio degli uomini. Eterna perché prevale sulla realtà terrena, che Cristo vince su Cesare, che la nuova Gerusalemme batte la vecchia Roma, che la città di Dio è eterna mentre il caput mundi va in rovina. E noi? Noi usiamo di tutte le cose del mondo, ma come se non fossero nostre, perché apparteniamo a Cristo che è glorificato in cielo. Siamo cittadini del cielo, siamo tutti residenti con permesso di soggiorno su questa terra. Ma siamo cittadini del cielo, temporaneamente emigrati, e la pienezza della nostra cittadinanza avverrà con la distruzione del male e della morte e sarà la piena comunione con Dio. L’ultima strofa di un corale di Philipp Nicolai, teologo luterano di quell’ortodossia luterana molto militante, scrive un famosissimo corale poi ripreso anche in una cantata Johann Sebastian Bach e dice nell’ultima strofa:

 

Gloria sia a te cantata con le lingue degli uomini e degli angeli,
ed anche con arpe e cembali. Le porte sono di dodici perle.
Nella tua città noi siamo compagni degli angeli, lassù presso il tuo trono.

Nessun occhio ha mai immaginato, nessun orecchio ha mai udito una tale gioia.

Di questo siamo lieti! Evviva, evviva! Eternamente in dolce giubilo!

 

Nessun occhio ha mai immaginato, nessun orecchio ha mai udito
una tale gioia.
Di questo siamo lieti! Evviva, evviva! Eternamente in dolce giubilo!

 

La gloria di Dio, una realtà nuova non immaginabile, il dolce giubilo in eterno. Lasciamo che questa rivelazione dell’eternità rapisca e rallegri il nostro cuore.

 

Dettagli
  • Data: Novembre 22, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: Apocalisse 21, 1-8