II Lettera a Timoteo 2, 8-13
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"Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, della stirpe di Davide, secondo il mio vangelo, per il quale io soffro fino ad essere incatenato come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata. Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch'essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Certa è quest'affermazione: se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo; se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso."

Predicazione tenuta domenica 20 settembre 2020, in occasione del centocinquantenario della breccia di Porta Pia

Testo della predicazione: II Lettera a Timoteo 2, 8-13

Predicatore: pastore Emanuele Fiume

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Esattamente centocinquant’anni fa, da un’ora e mezza i soldati italiani erano entrati a Roma. Venendo qui, avremmo forse visto fanti e bersaglieri del generale Mazè de la Roche che dal Quirinale cominciavano a dirigersi verso via del Corso. Dopo dieci secoli, il regno del papa su Roma era finito. Due giorni dopo, arrivava il primo carico di Bibbie e Nuovi Testamenti in italiano da vendere liberamente a Roma. Finito il dominio politico del papa, il Vangelo senza veli, senza coperture, senza mediazioni, senza guinzagli entrava a Roma.

La parola di Dio non è incatenata. È scatenata. Dio stesso è fedele a se stesso, alla sua parola libera ed efficace che non ci chiede altro che interpretare con libertà e con umiltà le meraviglie di vita nuova che Dio, per mezzo della sua parola, crea e pone in essere. Dio disse, e fu.

Senza le restrizioni per l’epidemia, oggi avremmo avuto qui alti esponenti dello Stato, delle ambasciate e delle nostre chiese. Avevamo previsto di tenere il culto la sera, con predicazione della moderatora e con invito al Presidente della Repubblica. Ma l’Apostolo proclama la parola scatenata dal carcere, non dal trionfo. Non dal carcere moderno, che è detentivo, ma dal carcere antico, che era soltanto preventivo. In carcere aspettavi la sentenza che era o la libertà o la morte. Non puoi fare progetti, anzi, non puoi fare niente… ma la parola di Dio non è incatenata. Quando tu non puoi fare, quando tu non sai se ci sarai domani, quando tu sei in catene, allora scopri e proclami credibilmente che la parola è scatenata. Che la parola di Dio agisce, reagisce, ruggisce. Se la ripuliamo dalle nostre ditate di miele pietista, dalla riduzione a “parolina dolce”, a consolazione da quattro soldi, troviamo una parola che crea la realtà, che parla agli umani, che rivolge una vocazione, che dà una legge, che promette il compimento, che punisce con giustizia, che perdona con giustizia, che annuncia il giudizio, che assicura il perdono, che si incarna nell’umanità, che nella morte di Cristo dichiara: “È compiuto!”, che dà vita ai morti, che con lo Spirito santo fa sì che la parola di Dio diventi la mia e la tua parola, nella mia e nella tua lingua, che a noi, morti nel peccato, fa risorgere nella fede in Cristo, che di dice la verità su Dio e sulla sua opera di salvezza, che ci dice la verità su di noi perché solo Dio conosce e può dire tutta la verità, che è fedele e mai bugiarda, che è fedele anche quando noi siamo infedeli… e questa sarebbe soltanto una parolina dolce? Lo è nel nostro desiderio, perché l’abbiamo conosciuta, perché è una parola buona, che risponde al grido del nostro cuore, ma la parola di Dio non è un agnellino, è un leone. Consola perché vince. La parola di Dio è scatenata anche quando noi siamo incatenati.

Non possiamo capire che cos’è stato il venti settembre, la fine della dominazione papale, l’inizio della libertà di predicare a Roma, se non entriamo negli occhi e nella vita di due persone. Il marito, Francesco Madiai e la moglie, Rosa Pullini. Nel 1840 il giovane Francesco andò a lavorare negli Stati Uniti, dove un suo fratello si era trasferito e si era sposato con una protestante. Lì provò a leggere la Bibbia in inglese, la King James Bible, ma Francesco sapeva molto male quella lingua. Tornato a Firenze, trovò lavoro presso una famiglia inglese in cui Rosa Pullini faceva la governante. Rosa parlava bene l’inglese, e traduceva a Francesco i versetti dall’inglese all’italiano. I due si sposarono e aprirono un piccolo albergo. Il 17 agosto del 1851 i Madiai sentirono bussare alla porta. Gendarmeria granducale, aprite! Perquisizione, i gendarmi trovano due Bibbie. Piccole come questa, che è del 1836. Le facevano così piccole per nasconderle meglio. Arrestato con altri tre, trascinato per Firenze con i ceppi e le catene, come un criminale. Otto giorni dopo fu arrestata anche Rosa. Il ministero degli esteri inglese (l’Inghilterra della regina Vittoria, signora di un terzo del pianeta) offrì la copertura delle spese legali a Francesco e Rosa. I due furono condannati per “empietà, propaganda e proselitismo alla così detta religione evangelica” e condannati al carcere. Dopo un anno il granduca, su pressioni di Inghilterra e Francia, commutò la pena in esilio perpetuo. A Nizza, Francesco trovò lavoro come colportore, venditore di Bibbie e trattati religiosi. Tornati a Firenze dopo la caduta del granducato e provato dai mesi di lavori forzati in carcere, Francesco morì nel 1868, e non vide il venti settembre con i suoi occhi terreni. Rosa visse fino al 1871, e poté vedere la fine dell’oppressione di coscienza sul suolo italiano e la caduta di un potere che durava da mille anni. Per il vangelo avevano sofferto fino ad essere incatenati come malfattori, ma la parola di Dio non è incatenata.

Se cominciamo a capire che cosa vuol dire parlare di parola scatenata quando si è in catene per la parola stessa, noi, che non abbiamo catene materiali, che non siamo prigionieri, che non subiamo restrizioni, che solo per le restrizioni dovute all’epidemia non abbiamo qui stasera il presidente della Repubblica, ma stamattina siamo insieme, e ascoltiamo il Vangelo in modo sincero e semplice, possiamo trovare la traccia dell’efficacia della parola scatenata in una serie di fatti. “Certa è quest'affermazione: se siamo morti con Cristo, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo; se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.” Fatto: papa Pio IX aveva fatto bruciare dei Nuovi Testamenti in italiano; papa Francesco ha esortato i preti a predicare in modo più fondato sulla Scrittura. Da decenni la chiesa cattolica promuove e incoraggia la lettura della Bibbia. Tutto normale, non ci fa né caldo né freddo? Ma ditelo a Francesco e a Rosa, se a loro sarebbe sembrato tutto normale! Che non trovavano una Bibbia in italiano e Rosa traduceva dall’inglese e che quando ne hanno trovata una, sono stati arrestati e condannati come delinquenti. Poche storie: ha vinto la Bibbia, questa qui, piccolina, hanno perso il granduca Leopoldo e papa Pio IX. Roma non è diventata protestante, ma oggi a Roma c’è un numero di lettori della Bibbia, di incoraggiati, di potenziali lettori che non sarebbe stato nelle più rosee speranze dei più ottimisti tra gli evangelici.

La parola ha vinto. E le nostre piccole chiese evangeliche di questa città? E i loro membri? La vita eterna e il regno di Cristo per loro? Ci sono dei “se”. Se siamo morti in Cristo… abbiamo preso contezza della mortalità di questa vita, del fatto non che moriremo, ma che siamo morti nel nostro peccato, e che solo la morte di Cristo è la morte della nostra morte? Crediamo, preghiamo, leggiamo la Bibbia, veniamo qui ogni domenica per far morire la nostra morte nella morte di Cristo? O veniamo per altre cose? Veniamo per il prestigio, veniamo perché siamo influenti, veniamo perché qui è roba nostra… Che vita futura può attenderci se le catene che ci opprimono sono quelle forgiate da noi stessi, sono quelle del nostro narcisismo? “Se abbiamo costanza…” non nel dire “siamo cristiani” o “siamo valdesi”, ma nei nostri punti di riferimento, quelli che consideriamo quando si tratta di prendere delle decisioni per gli altri e per noi stessi. Che cosa insegniamo di Cristo ai nostri figli e ai nostri nipoti con le parole e con la vita? Questo è il campo della costanza, che ci farà regnare con Cristo. “Se rinnegheremo Cristo”… le nostre mani non sono capaci di creare vita, ma sono sempre state capaci di dare la morte. Non posso dare la vita, ma posso dare la morte. Però posso evitare di dare la morte. Posso evitare di dare la morte al rapporto con Dio. Attenzione, perché questo avviene raramente con un’abiura diretta, con un “Di Dio non ne voglio sapere!”. Avviene molto più spesso con la pretesa di fare meglio di Dio. Un esempio: Dio ci chiede una parola semplice, chiara e buona. Ma se tu pensi di saper fare meglio di lui, allora per un fine che a te sembra buono, dici mezze verità, insinui cose non vere, vuoi piegare la realtà al tuo modo di vedere, non passi le informazioni tutte e corrette… Dio ti chiede una parola semplice, e tu la complichi, perché credi di fare meglio di lui. “Siccome la ragione è dalla mia parte, posso permettermi di affermarla con qualsiasi mezzo”. Ecco che ti sei fatto idolo di te stesso. Hai rinnegato Cristo, non lo hai rispettato e non lo hai amato nei tuoi fratelli e nelle tue sorelle. Ultimo “se”, se siamo infedeli. Se abbiamo cercato il culto, il culto di Cristo in tutta la nostra vita o se abbiamo voluto portare qui il culto di noi stessi, la ricerca delle nostre soddisfazioni e delle nostre aspirazioni. Spesso molto, molto infantili. Allora, possiamo essere qui, o non essere qui, per i motivi più diversi. Se siamo qui, il motivo fondamentale non è che noi siamo fedeli a Dio. È il contrario. Siamo qui perché Dio è stato fedele a noi. Sempre. Non ci ha abbandonati nella tempesta fuori e dentro di noi. Ha pensato a noi anche quando noi non pensavamo a lui, ma solo a noi stessi. Possiamo allora festeggiare centocinquant’anni di libertà di parola a Roma, di parola scatenata a Roma nella gioia in Dio, nella sua potenza, nella sua libertà. Si può! Si può tutto in Dio! Siamo qui, insieme. E quanto di bello potremo ancora vedere e ricevere cercando solo il regno di Dio e la sua giustizia.

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  • Data: Settembre 20, 2020
  • Testi:
  • Passaggio: II Lettera a Timoteo 2, 8-13