Vangelo di Luca 23, 38-43
Contenuto

"Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso»."

 

Predicazione tenuta venerdì 15 aprile 2022, Venerdì Santo
Testo della predicazione: Vangelo di Luca 23, 38-43
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

tre uomini davanti alla morte. Un ultimo scambio di parole, ultime dichiarazioni, decisioni ultime. Tre uomini che condividono lo stesso destino, il medesimo supplizio. Esteriormente sono uguali: tre uomini appesi a tre croci, alla stessa altezza. Davanti alla morte siamo tutti uguali. Tre uomini diversi, tre esperienze diverse, tre storie diverse che li hanno portati qui, nel luogo detto «il Teschio». L’unica differenza visibile è la scritta. Su uno dei tre c’è scritto “Re”. Certo, uno scherno, una beffa. Ma il tema del re e del potere, della maestà e della dignità, è scritto una volta per sempre come titolo sopra questa scena oscura. Sembra fuori luogo, tutte queste cose: re, regno, signoria, maestà e dignità, davanti alla morte, appesi a una croce, non hanno più alcun valore, non hanno più senso. Sono letteralmente fuori luogo. Una pretesa assolutamente sproporzionata. Un’attesa assolutamente delusa. Una sconfitta a tutto campo.

Ed eccoci noi, con le nostre sconfitte, le nostre delusioni, le nostre pretese, le nostre possibilità, il nostro potere, la nostra dignità – scherniti, beffati, messi in croce. Avvertiamo l’assoluta differenza tra la scritta e la realtà, tra quel che si può chiamare chiamata, vocazione, le pretese, le possibilità, le speranze e il soffrire, il morire e la morte.

Se l’attesa era alta, se la pretesa puntava in alto, la delusione sarà altrettanto profonda, anzi, forse ancora più sentita e sofferta. Prima ci siamo dunque illusi, poi delusi e quindi lasciati. Il passaggio è sempre lo stesso: l’illusione porta alla delusione e la delusione all’abbandono. Così i primi discepoli hanno vissuto la crocifissione, la crocifissione delle loro speranze, delle loro possibilità, delle loro pretese. La crocifissione della loro chiamata, della loro vocazione: viene e seguimi (chi seguire adesso?), la crocifissione – come sta scritto – del loro Re. Non ne rimase nulla di regale, nulla di maestoso, nulla di dignitoso. Una sconfitta. Delusione. Abbandono.

Come, nel nostro piccolo, abbiamo già vissuto. Le nostre sconfitte. Le nostre profonde delusioni. Con l’amarezza che quel che ha preceduto questi momenti angosciosi era forse solo una illusione, inutile, vana.

Tutte queste nostre esperienze, tutte queste nostre storie diverse, ci hanno portati qui. Davanti a ciò che rende tutto inutile, tutto indifferente, tutto vano, tutto senza senso: la morte. E, sopra tutto questo c’è la scritta, c’è scritto e rimane scritto in eterno: “Re”.

Si comprende la rabbia di uno dei malfattori: qui si proclama il potere di un re, ma questi non può fare nulla. Qui c’è colui di cui dicono che è il Cristo, ma non cambia nulla. Qui c’è Dio, ma nulla cambia…

Qui siamo noi con la nostra Scrittura, noi protestanti con la Parola che rimane in eterno, ma, davanti all’esperienza della sofferenza e della morte, proprio questa pretesa della Scrittura ora dà l’impressione di essere piuttosto uno scherno, una beffa. Che suscita rabbia, sarcasmo: ma chi credi di essere? Un figlio di Dio? Un Cristo? Un Re? Chi credi di essere?

Ecco: chi credi di essere? Questa è la rabbia di uno dei malfattori crocifissi con Gesù. C’è Dio, ma nulla cambia…

Contemplando questa scena dei tre uomini crocifissi, mi sorge un dubbio: ma è proprio vero che nulla cambia?

Non c’è solo un malfattore, ma ce ne sono due. Malfattore non è uguale a malfattore. Nella stessa esperienza, nello stesso destino, nel medesimo supplizio, non c’è solo rabbia. Ma anche dignità, maestà, un riflesso della scritta, un riflesso del Re, che entra, che penetra anche nella più oscura realtà del soffrire e morire.

Sentite con quale dignità, con quale chiarezza e risolutezza questo malfattore rimprovera il suo compagno, come se comandasse, con lo spirito di un signore, come se avesse qualcosa di un re: Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male (letteralmente “nulla di fuori posto”) E con quale affabilità e libertà si rivolge a Gesù: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!

Un momento di una immensa dignità e maestà, in mezzo al più buio e brutto soffrire e morire. Il riflesso della realtà della scritta, il riflesso del regno di Dio che illumina quel momento angoscioso e ce lo rende indimenticabile: infatti, lo stiamo contemplando ancora oggi.

Questo malfattore muore come il suo Signore alla croce, e muore come un signore alla croce. Ma non c’è nulla di formale, nulla di teatrale. Solo ultima sincerità, ultima onestà, umiltà ultima. Non la grande conversione all’ultimo momento, sospetta e ambigua come quella dell’imperatore Costantino, nemmeno un “Oh Dio, salvami!”. Ma semplicemente, quasi personalmente, quasi amichevolmente: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno! Un momento, per quanto breve e sfuggente, di profonda comunione… eterna.

Quest’ultimo scambio di parole sarà stato anche per Gesù di gran conforto. Questo malfattore, in mezzo alla sua miseria mortale, pratica ancora cura d’anime. Giovanni Calvino definiva la cura d’anime un conferire maestà, conferire dignità, a chi è stata negata (cosa che non è mai “fuori posto”, neanche nello scenario più oscuro di guerra, quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte… tu). Questo malfattore fa cura d’anime a Gesù, alla persona vittima dello scherno, della beffa, il bersaglio della rabbia, delle aspettative deluse, del chi-crede-di-essere. Una incredibile dignità che gli viene al momento, una incredibile maestà che gli viene dall’essere insieme con questo Gesù di cui c’è scritto “Re”.

Nella celebre poesia del pastore Bonhoeffer “Chi sono io?”, c’è questo passaggio: “Spesso mi dicono che dalla cella in cui sono tenuto esco disteso, lieto e risoluto come esce un signore dal suo castello. Chi sono? Spesso mi dicono che parlo a chi mi sorveglia con libertà, affabilità e chiarezza, come spettasse a me di comandare… come chi è avvezzo alla vittoria”; e poi segue quel che prova veramente, l’esatto opposto, le sue esperienze reali, la sua sofferenza, gli abissi della sua anima… “Chi sono? Sono questo o sono quello?... porre domande così da soli è a scherno mio” e, alla fine, si affida semplicemente a Dio: “Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo io sono, o Dio!”

Rimette il suo spirito nelle mani di Dio. Con Gesù. E qui siamo giunti alle due parole chiavi, alla decisione ultima, alla dichiarazione ultima della vita: con me.

Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso.

Con me: queste due parole pronunciate da Gesù collegano la nostra realtà mortale con il regno di Dio. Con me: queste due parole proiettano come i raggi di un videoproiettore il paradiso nella scena più oscura della nostra esistenza. Anzi, ci rendono realmente partecipi del suo essere Re, del suo regno. Con me: già oggi. Ancora oggi: una incredibile comunione.

Questo sì che cambia qualcosa. Ribalta la nostra esistenza: quando il soffrire e il morire si impongono con la forza prepotente e arrogante del potere, queste due parole non concedono loro di dominare, di regnare, di essere il tuo re: perché tu sei con me. Tu: relazione. Nel soffrire e morire non ti prendono la rabbia e il sarcasmo della vanità e del non senso, ma si faranno sentire la fiducia, la speranza, la preghiera di colui che è con te. E anche tu sarai fino all’ultimo una consolazione per chi è con te. Fino all’ultimo la tua esistenza ha un senso, una vocazione, un sacerdozio che spesso lo chiamiamo “universale”, ma nella Bibbia è chiamato il sacerdozio regale, insomma, una dignità che niente e nessuno ha il diritto di toccare, nemmeno la più atroce sofferenza e morte.

Ecco Golgota: anche davanti alla morte c’è stato un momento indimenticabile di comunione eterna. Anche nel luogo del «Teschio» si è sentito per un momento il paradiso.

Provenire dalla bocca di Gesù: Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso… E così sia.

Amen.

Dettagli
  • Data: Aprile 15, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Vangelo di Luca 23, 38-43