Lettera ai Romani 6, 1-8
Contenuto

Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? Non sia mai! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso? O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato, e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato. Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui.

 

Predicazione tenuta domenica 24 luglio 2022
Testo della predicazione: Lettera ai Romani 6, 1-8
Predicatrice: Emanuela Valeriani

 

“Non sia mai!”. Quante volte abbiamo utilizzato e utilizziamo questa espressione per scongiurare qualcosa che potrebbe accadere in futuro, ma che noi non vogliamo assolutamente che accada.

“Non sia mai!”.

Nel testo che abbiamo letto, Paolo la utilizza in un contesto retorico, secondo uno stile proprio della retorica filosofica antica, caratterizzato da un susseguirsi di domande con le quali sembra voler incalzare, diremmo oggi “mettere alle strette”, quella comunità di Roma su una questione teologica fondamentale come il battesimo.

Lo abbiamo ascoltato, il capitolo sesto inizia con 3 domande, una dietro l’altra, che ci fanno intuire che Paolo sa di rivolgersi a una comunità in cui molti sono già battezzati – una comunità per altro non fondata da lui – e a cui in modo polemico chiede: “o non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?” (v. 3). Facendo questa domanda è come se dicesse loro “voi che siete stati battezzati sapete bene come me – che sono battezzato – che con il battesimo siete morti con Cristo, ma non lo ricordate, non lo vivete!”. Un rimprovero, mi direte: sì, ma allo stesso tempo una concreta provocazione “spirituale”.

Paolo, infatti, con le sue parole esorta a riflettere sulle conseguenze concrete del battesimo e scrive: “Siamo stati sepolti con lui nella morte per mezzo del battesimo, affinché come Cristo fu resuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita. Se infatti, siamo stati uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la resurrezione” (vv. 4-5).

Qui presenta una coppia di opposti, 1) battesimo - liberazione dal peccato e 2) morte – risurrezione, con la quale non solo spiega il cuore dell’annuncio evangelico, ma anche interroga i Romani di allora e di oggi – cioè noi – sulla propria condotta di vita dopo il battesimo, ossia sulla condotta di vita di cristiani. Di fatto, propone una sorta di proporzione per cui il battesimo sta alla morte di Cristo come la liberazione dal peccato sta alla risurrezione di Cristo.

A noi l’accostamento tra battesimo e morte può sembrare strano, soprattutto a quanti di noi sono più abituati a mettere in relazione questo sacramento con i bambini piuttosto che con gli adulti, ma credo che l’accostamento ci risulti strano specialmente perché siamo abituati a pensare di più a cosa succede durante il battesimo e meno a cosa fa il battesimo nella nostra vita. Paolo lo spiega bene: il battesimo è la nostra esperienza terrena di morte e resurrezione. Non una morte vera, fisica – non a caso il testo dice “una morte simile alla sua” perché non moriamo veramente, mentre la morte di Cristo è reale – ma una morte al peccato, alla condizione di schiavitù causata dal peccato. Come diceva il pastore Ricca domenica scorsa: nella fede c’è un prima e c’è un dopo. Con il battesimo, infatti, Dio realizza la promessa di una vita nuova – o meglio – di una novità di vita. Già oggi, già adesso!

Ma quale novità? Ci viene da rispondere all’apostolo. Ormai chi crede più alle novità? Noi lo sappiamo bene: nella vita ci sono poche novità e spesso non sono buone. Se qualcuno ce lo chiedesse, in molti risponderemmo che la nostra vita è spesso sempre la stessa, con i suoi problemi, con le sue difficoltà – piccole e grandi – e, allora, come posso credere ancora alla novità dell’evangelo? E soprattutto come posso credere che questa novità di vita ha riguardato e riguarda anche me?

C’è una sorta di depressione spirituale in cui si incarna il nostro peccato. Una condizione trasversale che tocca giovani e vecchi, ricchi e poveri. Eppure Paolo afferma esattamente il contrario: “Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato, e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato”.

Il battesimo, in quanto esperienza di morte, ci libera dalla pietra pesante che è il nostro peccato e che ostacola la nostra relazione con Dio. Cristo risorgendo ha fatto rotolare la pietra della sua tomba (Mc 16,1-8), ma anche la pietra del nostro peccato perché fossimo liberi: liberi di vivere la nostra relazione con Dio. Ecco la novità di vita: un Dio che irrompe nella nostra vita, nella nostra depressione spirituale, e che vuole stabilire una relazione con noi.

Improvvisamente, le domande di Paolo all’inizio del capitolo sesto diventano più chiare. Rileggiamole: “Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? Non sia mai! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?”.

Paolo, in definitiva, ci chiede: come è possibile tornare a vivere come prima? Come possiamo tornare a fare a meno della grazia della relazione col Padre? E capiamo che la risposta può essere una sola: non sia mai!

Non sia mai, perché senza la relazione con Dio torneremo schiavi del peccato e come dice Paolo al versetto 23 di questo capitolo sesto: il salario del peccato è la morte. Morte che è allontanamento dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo e per il prossimo. Morte che è concreta, che violentemente distrugge e conquista e di fronte alla quale Dio sembra rimanere inerme e in silenzio.

Ma non è Dio a interrompere la relazione con noi, a restare in silenzio: siamo noi che per motivi diversi decidiamo di chiudere questa relazione, scambiando questo per libertà. Nel Salmo 53,1 si legge: “lo stolto ha detto in cuor suo: Non c’è Dio. Sono corrotti, commettono iniquità, non c’è nessuno che faccia il bene”. Lo stolto è colui che si allontana da Dio, che lo accusa di non esistere perché succedono cose malvagie, ma non riconosce di essere lui il corrotto e l’iniquo e accusa Dio del male del mondo, accusa Dio del suo peccato. Ciascuna e ciascuno sa per sé quanto questo sia vero per la propria vita. Ma Dio non ci abbandona, Dio resta. Non smette di parlarci anche quando non lo ascoltiamo, anche quando lo escludiamo.

C’è un prima e c’è un dopo nella relazione con Dio. L’incontro con Dio non ci lascia come prima, anche se non lo ammettiamo, anche se non lo viviamo: è questo il cuore del rimprovero/provocazione di Paolo. C’è un oggi in cui non conta quello che abbiamo fatto prima, perché Cristo ha vinto la morte; un oggi in cui Dio – senza che lo meritiamo – ci dona di vivere con Cristo (v. 8). Non è questa la novità di vita: poter vivere in Cristo la relazione con il Padre? Possiamo davvero dire che per noi non c’è “novità di vita?”

Ma come per ogni relazione d’amore, come per ogni relazione di amicizia, come per ogni relazione umana degna di questo nome: c’è bisogno di reciprocità. Reciprocità che possiamo vivere in primo luogo nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera: momenti concreti, reali in cui vivere la nostra relazione con Dio. Credetemi, non c’è niente di più concreto della spiritualità. La preghiera è ringraziamento; è cura del fratello e della sorella; è cura di quelli di cui il Signore ci rende prossimi e come ha scritto Adriana Zarri, una teologa cattolica morta nel 2010, la preghiera “spegne ogni affanno, ogni paura, ogni smarrimento, ogni solitudine” e in essa “si trova ogni serenità, ogni conforto e ogni pienezza”.

Sorelle e fratelli, davvero niente ha la capacità di sottrarci alla forza dell’amore di Dio, amore del quale Cristo ha dato una piena testimonianza, vivendo e offrendosi per la salvezza degli uomini e delle donne, proprio come si legge nel capitolo 8 della lettera ai Romani che descrive in maniera forte, plastica direi, la potenza dell’amore di Dio nella nostra vita: “Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rm 8,35.37-39).

Amen

Dettagli
  • Data: Luglio 24, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Romani 6, 1-8