Lettera ai Romani 12, 1-8
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"Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un corpo solo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro. Avendo pertanto carismi differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo carisma di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; se di ministero, attendiamo al ministero; se d’insegnamento, all’insegnare; se di esortazione, all’esortare; Chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia."

 

Predicazione tenuta domenica 10 gennaio 2021
Testo della predicazione: Lettera ai Romani 12, 1-8
Predicatore: pastore Emanuele Fiume
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

I vostri corpi presentati in sacrificio vivente. Così l’apostolo Paolo definisce il culto “logico”, il greco dice letteralmente “adorazione logica”, cioè il culto secondo il logos, secondo la parola. Il Signore Gesù Cristo ha dato la sua vita alla morte per salvarci e noi, che appartenevamo alla morte, ora apparteniamo alla vita di Cristo. Per Cristo, essere “sacrificio” ha significato morire per noi; per noi, essere “sacrificio” significa vivere in lui. Lui è morto per obbedire al Padre, noi viviamo per obbedire al Padre. Lui è la vittima, l’unica vittima del sacrificio; noi siamo rinati e resi nuovi nel suo sacrificio.

Questo sacrificio è il nostro culto della parola, della parola del Vangelo. Offriamo la nostra vita a Dio, per il suo onore. Cristo è morto per noi, noi viviamo in lui. Questo è il sacrificio. Il Signore Gesù Cristo ci fa vivere in lui davanti a Dio, non conformi al mondo, ma trasformati in un rinnovamento.

Sacrificio vivente, culto secondo la parola. Lo vediamo in tre parole: conoscenza, misura, possibilità.

Sacrificio vivente e conoscenza. Cioè: che cosa muove il nostro fare? Conosciamo il motivo per cui cerchiamo la pace e non la guerra, l’amore e non l’odio, la riconciliazione e non la divisione? Qual è questo motivo? Gli ideali? Il desiderio? C’è un solo motivo che ci fa fare tutto questo. Il motivo è Gesù Cristo. “Per la misericordia di Dio” la Scrittura ci esorta a presentare i nostri corpi, cioè noi stessi, in sacrificio vivente a Dio. Per la misericordia di Dio, cioè Gesù Cristo, che ha incarnato, vissuto e realizzato pienamente la misericordia di Dio. Solo per lui possiamo essere in pace e non in guerra, possiamo amare e non odiare, possiamo essere riconciliati e non divisi. Ora, di Gesù noi conosciamo la sostanza, la parola e l’opera. Si tratta di conoscerla sempre di più, in una conoscenza non per sentito dire, ma per prova diretta, dell’esperienza, cioè. Più conosciamo la parola di Dio, più facciamo esperienza, più proviamo direttamente che la Parola di Dio conosce noi. Se siamo furiosi, troviamo parole di mansuetudine; se siamo timidi, troviamo parole di coraggio; se siamo dubbiosi, troviamo parole di certezza. Questa è la trasformazione mediante il rinnovamento della mente: conoscere la Bibbia vuol dire conoscere la conoscenza che Dio ha di noi. E quindi conoscere noi stessi veramente. E cambiare. Diventare come siamo nello specchio che Dio mette davanti ai nostri occhi.

Sacrificio vivente e misura. La Bibbia ci chiede di avere un concetto sobrio di noi stessi, secondo la misura della fede che ci è stata data. Questo non vuol dire che chi crede di essere un vero credente debba avere un concetto alto di se stesso (perché il testo non dice: abbiate un concetto alto secondo la misura della fede, ma un concetto sobrio secondo la misura della fede, più sei credente e più sei sobrio). Significa che la grande fede che ti è stata data ti fa stare al posto giusto, ti limita. Ti limita perché oltre il tuo limite c’è tuo fratello e c’è Dio, e hanno diritto di esistere, hanno diritto di avere uno spazio anche loro. Se non riconosci il tuo limite, se non hai un concetto sobrio di te stesso, significa che vuoi espanderti nello spazio altrui e prendere il posto di Dio e del tuo prossimo. E questa non è fede. Ognuno di noi ha il suo posto, che non è il posto di Dio e nemmeno il posto del prossimo. Nella figura del corpo, la mano destra non è l’occhio sinistro, così il posto di noi tutti è un posto preciso, stabilito da Dio. Secondo una grossolana interpretazione del sacerdozio universale nella chiesa evangelica, da noi chiunque può fare tutto. Ma non è così. Ognuno ha il suo spazio preciso, ed è chiamato a occuparlo e a viverlo con sobrietà, dignità e profondità di impegno. Il posto di ciascuno di noi ce l’ha assegnato il Signore. Ed è sempre il posto giusto. È il posto per far crescere la comunità, per far crescere tutto il corpo. Se vuoi di più, se vuoi che tutto sia fatto come tu pensi e dici, se non sta andando come pensavi o se “o si fa come dico io, o fate da soli”, allora chiediti molto seriamente, molto seriamente se in fondo non pensi che obbedienza e limite siano per gli altri e che tu sia al di sopra a tutto questo. Ma non sei sopra. Questo è orgoglio. La santificazione affina, non gonfia. Se sei mano, nella metafora del corpo, se sei mano puoi diventare la mano di un chirurgo, puoi diventare la mano un pianista, ma non diventi braccio. E senza la testa che è Cristo, e senza il resto del corpo che sono le tue sorelle e i tuoi fratelli, non puoi vivere, non puoi essere sacrificio vivente. Cristo e il prossimo sono la tua vita e non la tua claque.

Sacrificio vivente e possibilità. Chi fa qualcosa, ha la possibilità di farla bene. Con semplicità, con diligenza, con gioia. Quante volte nella nostra vita ci siamo sentiti frustrati per non aver potuto realizzare i nostri desideri? Ora, per ciò che riguarda il culto, Dio ci dà la possibilità di riuscire. Avendo conosciuto la misericordia e avendo trovato il nostro posto noi ce la facciamo, riusciamo ad essere quello che Dio ci chiede di essere. Con mille difficoltà e contraddizioni, ma ce la facciamo. Dio ci mette in grado di rispondere alla vocazione che ci ha rivolto. Non siamo costretti nell’obbligo, siamo resi liberi nella possibilità. Ho sperimentato la sua misericordia, ho trovato il posto a me assegnato, ho la possibilità di essere quello che Dio dice di me. Non devo rincorrere uno stato speciale, non devo allontanarmi da tutto e da tutti per riuscire. Posso essere un sacrificio vivente diventando una persona libera. Libera dentro, perché le catene ce le abbiamo dentro! Libera da assoluti, da ideali, da frustrazioni, da angosce. Tutto il resto imbriglia. Se seguo un ideale, questo mi rende schiavo. Se seguo il mio sentimento, questo mi inganna. Non c’è che la conoscenza della misericordia di Dio che mi consente di vivere pienamente e seriamente la mia libertà.

Nel sacrificio di se stessi, nel culto secondo la parola, come abbiamo ricevuto e riceviamo il dono della comunione in Cristo e tra noi – è questo è il primo ed è il più grande di tutti i doni – possiamo manifestare questo dono con i doni che lo onorano e lo servono. Il culto – perché del culto qui parla l’Apostolo, non di etica sociale – il culto è sempre come una grande festa di Natale. Ci riuniamo in nome del nostro Salvatore, venuto al mondo per noi, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, nella manifestazione dei carismi, dei doni suoi che ci scambiamo, che mettiamo in comune, che esercitiamo come lui vuole. Ma non portiamo le nostre qualità o le cose che ci piace fare. Un esempio personale, io non amo parlare in pubblico. Noi portiamo quello che Dio ci dona per onorare il Cristo dono per noi. E allora, e allora non siamo noi i soggetti del culto… Vengo, faccio quello in cui sono bravo (o credo di esserlo) e poi la somma di tutti questi pezzettini è il culto… no! C’è un dono di profezia, di predicazione, da condividere conformemente alla fede, per far nascere e per rafforzare la nostra fede. C’è un dono di ministero, un servizio di governo della chiesa, che deve esser fatto. La comunità cristiana dev’essere curata, e non trascurata, mai! Se sei anziano, diacono, pastore, cioè se la comunità cristiana ha invocato su di te un dono di Cristo (perché i doni non si “riconoscono”, ma i doni si invocano!), un dono di Cristo di cui ha bisogno, non glielo neghi! Così per l’insegnamento e per l’esortazione, così per tante necessità che la chiesa ha. Ora in questi mesi, così difficili ma anche così ricchi, qui, quanto abbiamo dato e ricevuto gli uni con gli altri? Quanta consolazione abbiamo ricevuto gli uni dagli altri? Quanti pregiudizi che avevamo gli uni verso gli altri sono crollati, e non devono mai più essere riproposti? La lista dei carismi è una lista aperta. Chi qui ti proclama Cristo nella fraternità, esercita il carisma, il dono di Cristo. Chi qui prega per te, chi recita il Credo e sostiene le tue parole con le sue quando da solo dubiteresti, chi ascolta e tu capisci che ha capito, chi ti parla e si interessa davvero a te, chi ti serve il pane e il vino della Cena del Signore, tutti questi ti portano i doni di Cristo. Ah, e in tutto questo, quello che si vede e si sente, è forse il 10%. Preparazione, formazione, azione invisibile, programmazione, coordinamento, sono tutte cose che sono fatte per non essere visibili, sono cose che quando ci sono nessuno le nota, ma quando mancano… avvertiamo dolorosamente la mancanza.Perché il dono è condiviso nell’umiltà e non nell’esibizione.

E arriviamo così al “culto secondo la parola”, all’”adorazione logica” come dice il greco. La Riforma calvinista ha riconosciuto la Scrittura quale principio regolatore del culto. Cioè, Cristo con la sua parola e con i suoi doni è il soggetto del culto riformato. Noi non “facciamo” il culto. Noi siamo uniti a Cristo, nella sua morte e nella sua nuova vita, abbiamo parte al culto di Cristo. Che prega per i suoi discepoli e per noi dicendo: “Per loro io santifico me stesso, affinché anche essi siano santificati nella verità” (Giovanni 17,19). Il culto cristiano non è una questione di lingua, di cultura, di tradizione, di identità, di dimostrazione di cristianità, di autopresentazione della chiesa. Il culto è il modo in cui Cristo stesso ci invita e ci insegna a vivere con lui nella sua comunione con il Padre. Noi gli offriamo la nostra vita e condividiamo i suoi doni cercando la conoscenza della verità, la misura di noi stessi che riconosca lo spazio a Dio e al prossimo, e la possibilità di vivere liberi in una sperimentata speranza di appartenere a Cristo e di avere parte al suo regno in cielo.

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  • Data: Gennaio 10, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Romani 12, 1-8