Lettera ai Galati 5, 25-26
Contenuto

Se viviamo dello Spirito, camminiamo altresì guidati dallo Spirito. Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

 

Predicazione tenuta domenica 25 settembre 2022
Testo della predicazione: Lettera ai Galati 5, 25-26
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito. Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

L’invidia. Vi racconto un piccolo racconto russo: Dio viene a trovare un contadino, e gli dice: «Mio caro contadino, ti darò tutto quello che vuoi. Però ricordati: al tuo vicino ne darò il doppio. Il doppio di quello che darò a te. Ora rifletti. Scegli: che cosa dunque vuoi che ti dia? Quando lo saprai mi chiamerai, allora verrò e te lo farò avere». E Dio se ne va lasciando il contadino da solo in profonda riflessione.

Ora pensa: «potrò avere quel che voglio… grazie, o Dio, che tu sia lodato! Ma che cosa voglio? Un campo grande che mi darà da mangiare fino alla fine dei miei giorni terreni. Eh sì, un bel campo grande. Ma… se vedrò poi il mio vicino averne due, due bei campi grandi… no, anche no. Che cosa volere? Un centinaio di mucche, sì un centinaio di belle mucche grasse. Ma… se poi vedrò il mio vicino che ne avrà duecento, duecento belle mucche grasse nella cascina del mio vicino… anche no. Che cosa volere allora? Essere contento, essere felice. Ma… se poi vedrò il mio vicino essere più contento di me, molto più felice di me. Come farò essere felice se mio vicino lo è molto più di me? Alla fine non potrò mai essere felice, mai essere veramente contento finché vedo persone più felici di me. Basta, che cosa posso mai volere? Che cosa posso mai chiedere a Dio? Se guardo il mio vicino… il mio vicino avrà sempre più di me… basta, mi sono stufato! Ora so cosa chiedere a Dio: chiederò a Dio di strapparmi un occhio… e poi voglio vedere il mio caro vicino…».

Ecco, l’invidia. Un racconto russo. Ma potrebbe essere anche un racconto nostro (mi si dice che ne esiste anche una versione napoletana). Forse non è solo un racconto. Ma la realtà dell’invidia, della nostra cultura dell’invidia, invidiandoci gli uni gli altri. Cioè: pensare che l’altro ha sempre più di me. Una sorta di complesso di inferiorità.

Se facciamo un passo indietro nel nostro testo, questo invidiandoci gli uni gli altri è preceduto e completato da un’altra parola ancora: provocandoci. Ecco: provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Provocare gli altri, cioè sfidare gli altri. È l’esatto opposto dell’invidiare gli altri. Invidiando penso di avere meno degli altri. Provocando penso di avere più degli altri. Provocandoci… gli uni gli altri. Cioè: pensare che l’altro ha sempre meno di me. Una sorta di complesso di superiorità.

Allora provocare e invidiare sono due facce della stessa medaglia. Hanno qualcosa in comune. Basta andare indietro nel testo per capire che cosa: Non siamo vanagloriosi. Ecco, tutta la frase: Non siamo vanagloriosi, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

Ecco che cosa hanno in comune provocare e invidiare: essere vanagloriosi. Vanaglorioso è sia colui che provoca sia colui che invidia. Vanaglorioso è sia colui che pensa che il suo vicino valga meno di lui stesso, sia colui che pensa che il suo vicino valga più di lui stesso. Vanaglorioso è sia colui che ha un complesso di superiorità, sia colui che ha un complesso di inferiorità. La vanagloria quindi è un complesso. Qualcosa che ci blocca. Qualcosa che ci fa sempre osservare. Osservare noi stessi. E osservare gli altri. Giudicare noi stessi e giudicare gli altri. E questo ci rende schiavi. Schiavi delle nostre invidie. Schiavi delle nostre provocazioni. Schiavi insomma della nostra vanagloria. Vana-gloria. Una gloria vana. Alla fine vana. Una gloria che alla fine non ha senso.

Sempre ci dobbiamo paragonare. Paragonare con gli altri. Per sapere come si sta bisogna guardare come sta il vicino. Per sapere quanto si ha bisogna guardare quanto ha il vicino. Per sapere che cosa pensare bisogna guardare che cosa pensa il vicino. Per sapere che cosa credere bisogna guardare cosa crede il vicino. Per sapere che cosa desiderare bisogna guardare quel che desidera il vicino. Questo è il complesso della vita umana. La vanagloria della vita umana. La schiavitù della vita umana. La vita umana senza libertà. Alla fine senza senso.

E come se ne esce? Non se ne esce. E questo bisogna capire, affermare e sopportare: non se ne esce. Né con la forza né con l’intelligenza né con la buona volontà. Non se ne esce con lo spirito umano. Perché lo spirito umano, che sia il più nobile o il più umile, è sempre vanaglorioso, alla fine non crea che provocazioni o invidie. Un mordere e divorare gli uni gli altri. Da qui non si esce. Se non consumati gli uni dagli altri.

L’unica cosa che ci resta da fare, è quest’ultimo passo indietro nel nostro testo, e ritornare al suo principio: Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito. Questo camminare guidati dallo Spirito, non è un camminare ognuno per conto suo, ma insieme, in sintonia con lo Spirito di Dio, in armonia, non in confusione, ma nella bellezza, nello splendore dell’ordine, dei rapporti umani in ordine, in armonia, camminare nel ritmo dello Spirito, con la melodia e i versi della Parola di Dio. Lo Spirito di Dio è come l’aria che respiriamo quotidianamente, regolarmente, costantemente e soprattutto insieme. Nella comunità. Nella comunione. Nell’armonia, nella sintonia, nella sinfonia della nostra comunità. Non è facile. Perché appunto questa comunità, ogni comunità, ogni comunione, ogni armonia, ogni sintonia è minacciata dalla vanagloria umana. E viene distrutta, disfatta, fatta a pezzi – ognuno per conto suo, ognuno si faccia gli affari suoi – da che cosa? Dalle invidie e dalle provocazioni. Dal continuo paragonarsi. Così si sono spezzate le comunità. Le culture. Le confessioni. Le religioni. Ecco, la torre di Babele, il simbolo della vanagloria umana.

L’alternativa è: viviamo dello Spirito, camminiamo guidati dallo Spirito. Non paragonarsi tra vicini. Non paragonarsi tra culture. Non paragonarsi tra confessioni. Non paragonarsi tra religioni. Ma se già non possiamo non paragonarci, confrontiamoci con lo Spirito di Dio. Quello che ha vissuto, camminato in mezzo a noi. Confrontiamoci con Gesù.

Gettiamo le nostre invidie e le nostre provocazioni su di lui. Le ha portate, ha portato i nostri pesi sulla croce. Ci ha dato il suo Spirito, lo Spirito della Pentecoste, del comprendersi, affezionarsi e stimarsi nella comunione umana creata e amata da Dio, in cui ognuno porta il peso dell’altro. In ebraico (e Paolo pensa in lingua ebraica) “peso” vuol dire “gloria”: ognuno porti, sopporti, la gloria dell’altro.

Se vivi dello Spirito, se cammini anche guidato dallo Spirito, se sei ancora o non più sulla via del Cristo, lo senti. Lo senti quando senti che il tuo vicino è più ricco, più bravo, più felice e più guidato dallo Spirito di te, e… ti rallegri. No, non fai finta. È un sentimento vero che non puoi nemmeno esprimere per non esporlo di nuovo alla potenza del nostro pensare in paragoni, alla potenza della nostra vanagloria. È un sentimento vero, ma non è mai mio, non è mai tuo: è il sentimento di Gesù, il suo Spirito che dice veramente: sono gioioso, sono felice, perché tu hai più di me, perché tu sei più di me. O meglio: sono semplicemente gioioso. Semplicemente felice. Perché le invidie non mi consumano e le provocazioni non mi esauriscono più. La situazione si è sbloccata. Siamo liberi. Veramente liberi. Liberi gli uni per gli altri. Liberi per amare. Come egli ci ha amati. E questo, e solo questo, alla fine ha senso. In Cristo Gesù. Amen.

Dettagli
  • Data: Settembre 25, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Lettera ai Galati 5, 25-26