Lamentazioni 3, 19-26
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"Ricòrdati della mia afflizione, della mia vita raminga, dell’assenzio e del veleno! Io me ne ricordo sempre, e ne sono intimamente prostrato. Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare: è una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite, si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà! «Il Signore è la mia parte», io dico, «perciò spererò in lui». Il Signore è buono con quelli che sperano in lui, con chi lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore."

 

Predicazione tenuta domenica 19 settembre 2021
Testo della predicazione: Lamentazioni 3, 19-26
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

qui siamo nel libro delle lamentazioni. Non sono le lamentazioni, le lamentele, il lamentarsi che riempie le pagine della nostra vita di tutti i giorni: contro il tempo, il cibo, il governo, la chiesa, contro i giovani, contro le vaccinazioni e il green pass, contro tutto, tutti contro tutti. No, queste sono lamentazioni vere: grida, urla, sofferenza, dolore. Un lamentarsi con la vita stessa, lamentarsi con Dio. Son queste, e solo queste lamentazioni che trovano anche uno spazio tra le sacre pagine della Bibbia, trovano ascolto nella Parola di Dio.

Il popolo di Dio è stato colpito da Dio: distruzione del paese, del tempio, l’esilio in Babilonia, una ferita profonda, un terribile trauma che tormenta. Un dolore straziante urlato, gridato, con versi, salmi, inni – tristi, in qualche modo messi in ordine, in ordine alfabetico: sempre tre versi con una lettera dell’alfabeto, per sempre iscritti nella memoria, nell’archivio, nel cuore del libro della vita. Le lamentazioni. Dense nubi, oscurità. L’unico raggio di luce, l’unico sprazzo di speranza, il breve brano che abbiamo letto: Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare. Quando non c’è più niente da sperare.

Questo testo infatti inizia con l’afflizione e, alla fine, si apre alla salvezza del Signore. Acusticamente passa dalle urla e dalle grida strazianti al silenzio. Simile alla dinamica dell’evangelo quando Gesù calma la tempesta. E vuole essere la dinamica della nostra predicazione e della nostra cura d’anime. Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare.

Abbiamo vissuto una afflizione. Non solo alcuni singoli, ma l’intera popolazione è stata colpita da una pandemia. L’abbiamo pure paragonata qualche volta all’esilio del popolo di Dio. Certo, sarebbe un po’ patetico e teatrale, dal sapore di culti arcaici, voler intonare ora delle lamentazioni popolari. Non era mica così grave, «il popolo ha reagito bene», sentiamo dire, in qualche modo, tutto sommato, ce la caviamo, e andiamo avanti, dobbiamo convivere con il virus. E poi ci sono le lamentazioni false, quelle lamentele contro le misure anti-Covid, contro il distanziamento, contro le mascherine e ora persino contro il vaccino. Perché abbiamo dimenticato, rimosso quelle vere: il dolore di chi si era ammalato e tuttora si ammala, di chi ha perso una cara persona e non l’ha potuta nemmeno più salutare e tuttora avviene questo, di chi non ha ancora ritrovato la serenità, il coraggio di vivere, colpito dalla vita stessa, colpito da Dio stesso – e tuttora questo avviene. Ricordi tristi, traumi che tormentano, assenzio e veleno: Io me ne ricordo sempre, ne sono intimamente prostrato. Prostrato: è più forte di me, mi mette in ginocchio, come se fosse un dio, qualcosa che mi domina.

Ecco perché anche qui sentiamo l’afflizione di un singolo. In un popolo c’è sempre chi ha sofferto di più e chi di meno, tutto sommato. Anche allora era così: certo, la situazione generale era più grave, più una guerra che una pandemia, ma non tutti erano deportati in Babilonia, e non tutti erano ugualmente colpiti. Solo la voce dei più colpiti, il dolore dei più colpiti, ha trovato spazio tra le sacre pagine, anzi è diventato pagina sacra, ha trovato ascolto nella Parola di Dio. Il loro dolore viene ricordato, è da ricordare, da ascoltare, da accogliere tra i banchi della chiesa, tra i canti della liturgia, tra le pagine delle nostre biografie come pagine sacre. Ecco: le false lamentele si perdono nel nulla, le lamentazioni vere sono scritte nella Bibbia.

Questo ci ha insegnato Gesù, che non ragionava in termini grossolani di popolo, popolari e populisti del generalizzante «tutto sommato», ma sentiva la voce, anzi, il grido del cuore di ogni singolo dolore, dalla A alla Zeta, senza perdersi una sola iota. È andato a cercare la singola persona che si stava perdendo. E si è anche mangiato l’amaro assenzio e bevuto il calice del veleno di ciò che fa prostrare intimamente, che mette in ginocchio la nostra umanità. Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare.

Chi ha avuto la pazienza e il coraggio di ascoltare il canto triste del libro delle lamentazioni fino a questo punto, non trova più speranza alcuna da nessuna parte. Il dolore non è da minimizzare. Nel momento in cui minimizzi il dolore vero di una persona perdi il suo ascolto, si chiude, e la perdi. Finché minimizziamo il dolore vero di una persona causato dalla morte, dal non senso della vita, dal non comprenderla più, dal non comprendere più Dio e non fidarsi più di lui, finché minimizziamo questo dolore esistenziale vero (e biblico), non c’è speranza. La speranza qui, nelle lamentazioni, nasce là dove si tocca il fondo. Là dove non c’è più alcuna speranza. A questo punto il disperato dice: Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare.

E cos’è che vuole richiamare alla sua mente, cos’è che a colui che non spera più nulla fa sperare, cioè: che lui non può più fare, ma che qualcos’altro fa, qualcun altro fa?

Nulla di nuovo. Nulla di originale. Citazioni bibliche, versetti dei salmi, inni del tempio, mille volte ripetuti, cantati, anche a memoria.

Il primo di questa rosa di versetti è da tradurre diversamente da come lo troviamo nella nostra traduzione della Bibbia: è una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti. Tradotto così fa pensare a una speranza minimalista: insomma, siamo ancora in vita, fondiamo la nostra speranza su quel che ci è rimasto. E ci aggrappiamo di nuovo a qualcosa di nostro, minimizzando la nostra vera situazione di esseri mortali perduti. Come se si dicesse a genitori che hanno perso i loro figli: insomma, siete ancora vivi voi, è una grazia del Signore che siete ancora in vita… quando sono intimamente prostrati, morti dentro con i loro figli. Il versetto è da tradurre così: le grazie, cioè: gli interventi liberatorii del Signore non cesseranno, le sue compassioni non avranno fine. Appunto si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà! «Il Signore è la mia parte», io dico, «perciò spererò in lui». Il Signore è buono con quelli che sperano in lui, con chi lo cerca.

Parole ben conosciute, lingua convenzionale, nulla di originale, nulla di nuovo. Il disperato richiama alla mente parole che ha imparato a memoria, sentito fin da piccolo. Forse non gli hanno mai detto molto, quando andava al tempio non ancora distrutto, con il suo popolo non ancora disperso, quando il suo mondo era ancora in ordine. Parole di abitudine che addobbavano la sua vita, la rendevano anche bella e festosa sì. Ma dicevano sempre le stesse cose: il Signore è buono, fedele, compassionevole, la mia parte, cioè la mia eredità – sì come una eredità: erano lì, e mi aspettavano per il giorno della morte. Quasi a minimizzare i dolori del mondo e dell’umanità. Forse si era chiuso a queste parole stampate nella memoria del suo popolo, perché vissute come insensibili nei confronti del vero dramma dell’esistenza. Parole che parlano, ma che non ascoltano. Parole molte volte dette e ripetute sì, ma che non fanno nulla.

Ora, al culmine, anzi, nel nulla della disperazione, sono queste parole che lo fanno sperare. Sono loro che diventano attive, si muovono, ti commuovono. Sono loro stesse la speranza. Non ne hai nessun’altra. Non è più il popolo, non è più il tempio, le beate abitudini ereditate – ma solo quelle parole che non riesci a dimenticare, e che nemmeno l’assenzio e il veleno dentro di te riescono a soffocare. Ora scopri lo Spirito del versetto: il Signore è la mia parte – non il fardello di una antica eredità che ci trasciniamo dietro, ma la mia parte, quel che rimane a me – è solo Dio.

E conclude senza concludere niente, anzi, aprendosi a quel che gli sta davanti: è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore.

In questa solitudine del silenzio davanti a Dio si trova nella compagnia di Mosè davanti al Mar Rosso. Del Cristo alla croce. E di tutte le creature intimamente prostrate in preghiera.

Non è un silenzio rassegnato morto, ma un silenzio che spera con Mosè e con Gesù, con la loro speranza, con la loro parola, con la loro vita. Un silenzio che cerca. Che ascolta. Che è sensibile per le lamentazioni del cuore della persona che ti sta davanti. Che non si chiude nel veleno delle proprie esperienze dolorose, ma rimane sensibile per le compassioni di Dio. In Cristo Gesù.

Amen.

 

 

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  • Data: Settembre 19, 2021
  • Testi:
  • Passaggio: Lamentazioni 3, 19-26