Isaia 55, 6-13
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Cercate il SIGNORE, mentre lo si può trovare; invocatelo, mentre è vicino. Lasci l'empio la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli al SIGNORE che avrà pietà di lui, al nostro Dio che non si stanca di perdonare. «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata. Sì, voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace; i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi, tutti gli alberi della campagna batteranno le mani. Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso, nel luogo del rovo crescerà il mirto; ciò sarà per il SIGNORE un motivo di gloria, un monumento perenne che non sarà distrutto».

 

Predicazione tenuta domenica 18 dicembre 2022
Testo della predicazione: Isaia 55, 6-13
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
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Care sorelle e cari fratelli,

ed ecco finisce qui il rotolo del Secondo Isaia, il profeta, il poeta, l’evangelista della Bibbia ebraica che come nessun altro ha intonato l’evangelo di Gesù Cristo. Il profeta della consolazione: consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto. Finito l’esilio babilonese, ritornate in patria, preparate nel deserto la via del Signore.

Qui siamo giunti all’epilogo del libro. È passato più di un anno da quando eravamo alle prese con il prologo (cfr. 40,6-11). Una lunga via, un percorso di preparazione, un cammino di consolazione, come il tempo dell’Avvento, tempo del «già - ma non ancora», parabola della nostra vita, per ritornare nella terra promessa, nella patria di Dio, al Padre.

L’epilogo e il prologo si assomigliano: il prologo ci dice di gridare, di alzare forte la voce; l’epilogo ci esorta a cercare il Signore e a invocarlo. Il prologo paragona ogni carne con l’erba che si secca e il fiore che appassisce, mentre la parola del nostro Dio dura per sempre; l’epilogo paragona le nostre vie con quelle del Signore ed esalta l’efficacia della parola di Dio. Nel prologo entra in solenne processione Dio: ecco il vostro Dio, come il pastore che si prende cura del suo gregge; nell’epilogo siamo noi alla partenza per ritornare in altrettanta processione solenne nella patria del nostro Buon Pastore.

L’epilogo e il prologo si assomigliano tanto da essere interscambiabili. Il prologo poteva essere l’epilogo, e l’epilogo il prologo. Ogni partenza è un arrivo, e ogni arrivo è una partenza. Ogni principio è una fine, e ogni fine è un principio. Infatti, questo epilogo è il principio di tutta la profezia, di tutta la poesia biblica, sì, dell’evangelo di Gesù Cristo: Cercate il Signore mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Questo fine è un nuovo inizio, una nuova ripartenza: Sì, partirete con gioia e sarete ricondotti in pace.

Questo epilogo ha la forma di un culto. Cercate il Signore è linguaggio di culto, significa anche: per amor di Dio, andate al culto! Inizia con l’invocazione: invocatelo. Segue la confessione di peccato: lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli al Signore. E il perdono: Dio non si stanca di perdonare. Una confessione di fede non fa altro che riconoscere che Dio dice: Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri. E segue la parola, la predicazione della parola di Dio per annaffiare la terra arida delle nostre anime, seminare nuova speranza e nutrirle di pane. Infine, il mandato e la benedizione: voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace.

Sì, il nostro culto, nella sua forma profetica, evangelica, di un culto tutto concentrato sulla parola, nasce lontano dal tempio e dagli altari con i loro sacrifici, nasce là dove non è rimasto altro che la memoria, la parola, la preghiera, il canto, il culto nel giorno di riposo, nasce là dove nasce la Bibbia: nell’esilio babilonese. Nel deserto, nella crisi, nella mancanza, cerchiamo Dio: cercate il Signore.

Ma tutto ciò è ancora molto generale e formale. L’accento non è sul nostro cercare, ma su Dio che si lascia trovare. L’accento non è sul nostro invocare, ma su Dio che è vicino. L’accento non è sul nostro culto, ma sulla parola di Dio e la pietà di Dio. L’accento non è sulla nostra partenza, ma su Dio che ci riconduce in pace. L’accento è su Dio, e non su di noi.

Lo diciamo così, ma la cosa è seria. Il Secondo Isaia ha speso 15 capitoli per dire che la nostra sorte dipende da Dio, e non da noi stessi. La Riforma protestante intendeva esattamente questo. Ma tutta la Bibbia non ci annuncia, non ci predica, non ci grida altro che cercate Dio! Non cercate voi stessi, ma cercate il Signore! Cristo, Dio stesso ha lasciato la sua vita alla croce per dirci questo.

E noi? Alla prima prova dei fatti, Dio è del tutto dimenticato. Conta la chiesa, ma non Dio. Contano i cristiani, cosa fanno, cosa dicono, come sono, ma non Cristo. Conta essere protestanti, valdesi, anzi, conta essere bravi, più bravi, ma non di essere di Cristo. Contano le nostre crisi, i nostri contrasti, i nostri conflitti – e la pietà, il perdono? come se non esistessero. Anzi, basta che piova o che ci sia traffico, che «non mi sento», e Dio, Dio non lo cerchiamo più.

I nostri pensieri sono altri. I nostri piani, i nostri progetti sono altri. Le nostre vie sono altre. Senza conversione non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo lasciare le nostre vie, lasciare i nostri pensieri, piani, progetti. Cercare Dio non è cercare di tirare Dio dentro le nostre vie e i nostri pensieri, ma di seguire le sue vie e i suoi progetti che troviamo nella sua parola.

Ancora una volta, sì, lo diciamo così, ma la cosa è seria. Ancora ci muoviamo nel generale e formale. Ancora siamo alla scrivania o sui banchi di una chiesa, lontano dai cieli e dalla terra, al riparo dalle piogge e dalla neve, dai monti, colli, alberi, cipressi, rovi e mirti. Questo non è un manuale di teologia, ma legato alla situazione di un popolo tormentato e traumatizzato, che ormai ha fatto i conti con la propria situazione, adattandosi, ambientandosi, abituandosi a dover tirare avanti contando sulle proprie vie, sui pensieri, piani e progetti propri. Cerca di sopravvivere, ma non cerca Dio. Cerca di ritrovare sé stesso, di riaffermare sé stesso, ma non cerca Dio. Cerca di affrontare la vita con un po’ di buona volontà ed esperienza, ma Dio non lo cerca.

Stanno fermi, paralizzati, non ripartono. Senza gioia e senza pace. Stanno fermi sulle rive dell’Eufrate, su quelle vie e in quei pensieri, piani e progetti che gli sono costati tanta fatica, la fatica della sopravvivenza, dell’adattamento, dell’assimilazione. Hanno investito, come tutti noi, nelle proprie vie e nei propri pensieri. Partire, per che cosa?

Per un Dio. Per le vie e i pensieri, piani e progetti di un Dio. Nulla di concreto, nulla di reale, nulla di sicuro. Per un Dio. Per ora solo una parola.

Una parola buona, sì, una parola di fede, di speranza, di amore. Ma è proprio questa parola buona, la buona notizia, così infinitamente difficile da accogliere. Beati! «Beato io? A me non hanno mai regalato niente! Io ho faticato, sofferto, fatto tanti sacrifici! Beato, lo dici a te, ma non a me!» Ecco, perché i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie e i suoi pensieri! Pensate al perdono: Dio perdona, anzi, è il perdono. Per noi umani, il perdono è inaccettabile, impensabile, insopportabile.

Il Secondo Isaia è il profeta della buona notizia. Inaccettabile. Meno accettabile dei profeti del giudizio che l’hanno preceduto. Inaccettabile, insopportabile, poco credibile: perché buona, e quindi sospetta. Una parola buona. Solo una parola buona. Di un Dio di cui abbiamo solo la parola. Una parola buona.

E qui il profeta si fa poeta. Letteralmente «poeta»: parola che deriva dal greco poieo che vuol dire fare, creare. Infatti, la Bibbia greca inizia con un Dio che crea con la sua parola, quale primo poeta. Una parola che fa. Disse sia luce! e luce fu (Genesi 1,3). Il profeta si fa poeta per far sentire che la parola fa, che la parola crea. Non è «solo» una parola. Certo, non agisce con prepotenza e orgoglio. Non agisce con risultati meccanici, tecnologici, immediati, «tutto subito». Non impone il suo dominio con programmi e progetti. Ma con poesia, la parola crea. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

C’è una parola seminata dentro di noi. Non è «solo» una parola. Ma un seme, che lavora. Gesù ci ritornerà con varie parabole. Lavora dentro di noi, crea. Non secondo i nostri programmi e progetti. Ma secondo la sua volontà. A questa parola affidiamo il nostro futuro. Per questa parola ripartiamo. Con gioia.

Non susciterà gli entusiasmi e gli applausi dell’umanità orgogliosa delle proprie vie e dei propri pensieri. Ma saranno i monti e i colli a prorompere in grida di gioia, e gli alberi della campagna a battere le mani. Non sarà per la nostra gloria, ma per la gloria di Dio, non ci sarà un monumento per noi, ma per il Signore, un monumento perenne.

La semina, certo, non deve diventare la comoda scusa per un mancato impegno: «noi abbiamo seminato, il resto lo fa Dio!» Quando i nostri figli non credono, e in chiesa non viene più nessuno. Non puoi seminare piante che poi proliferano e soffocano altre. Non puoi rimettere lupi nei boschi senza poi prenderti l’impegno di controllare le nascite. Non puoi solo predicare la parola e poi lasciare tutto al caso. Devi starci dietro, accompagnare. Perché questa parola sei anche tu. Tu stesso sei creato, sei creata da questa parola. Noi stessi siamo testimoni dell’efficacia della parola di Dio.

E pensate alla storia di questa semina della parola da parte del nostro caro profeta, poeta, evangelista del Secondo Isaia: parole che non sono tornate a vuoto, ma hanno fatto crescere quelle dell’evangelo di Gesù Cristo, del Seminatore che instancabilmente continua a seminarci e a nutrirci del suo pane quotidiano. Crocifisso e risorto secondo le Scritture. In particolare secondo questa scrittura del Secondo Isaia.

Vale la pena ripartire per questa parola. Non come programma. Non come progetto. Ma un giorno avverrà. Avverrà. Sì, partirete con gioia e sarete ricondotti in pace. Amen.

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  • Data: Dicembre 18, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 55, 6-13