Isaia 55, 1-5
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«O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte! Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia? Ascoltatemi attentamente e mangerete ciò che è buono, gusterete cibi succulenti! Porgete l'orecchio e venite a me; ascoltate e voi vivrete; io farò con voi un patto eterno, vi largirò le grazie stabili promesse a Davide. Ecco, io l'ho dato come testimonio ai popoli, come principe e governatore dei popoli. Ecco, tu chiamerai nazioni che non conosci, e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te, a motivo del SIGNORE, del tuo Dio, del Santo d'Israele, perché egli ti avrà glorificato».

 

Predicazione tenuta domenica 11 dicembre 2022
Testo della predicazione: Isaia 55, 1-5
Predicatore: pastore Winfrid Pfannkuche
Per la versione audio della predicazione, clicca qui

 

Care sorelle e cari fratelli,

venite. Questa è la parola che cogliamo immediatamente. Venite. Quattro volte risuona in quest’ultimo capitolo del profeta. Ecco, finisce così: venite. Finisce con un invito. Alla fine non siamo altro che degli invitati: venite.

Un invito non solo per un’occasione speciale. Non è un invito che vale per una sola volta, quale tua unica chance della vita. Non è un invito irrepetibile, rivolto una volta sola e soltanto al popolo d’Israele nel momento storico del ritorno dall’esilio babilonese nella terra promessa, la patria del Re Davide. Non è un invito di circostanza, ma un invito che d’ora in poi vale per sempre. Ripetuto quattro volte, nelle quattro direzioni del vento. Un invito che inviterà a sua volta altri e che alla fine si estende a tutti. Un invito che rimane per sempre, come un patto eterno: venite.

Questa parola, quest’invito è l’orizzonte della nostra vita. Quel che ci sta davanti è la vita che ci invita, che ci chiama: venite. Una motivazione eterna, una consolazione eterna. Quando non sappiamo più dove andare. Quando non abbiamo più nessuno che ci invita. Quando non sappiamo più chi siamo. Ecco che cosa siamo, ecco chi siamo: invitati e invitate, chiamati e chiamate dalla parola di Dio: venite.

È una benedizione. L’orizzonte della nostra vita è la benedizione. Vale anche per una vita maledetta, sommersa e soffocata dalle maledizioni. Vale proprio per chi ha vissuto e vive la maledizione di un rifugiato dell’esilio babilonese. Venite o voi tutti che siete assetati.

Ma qui, nel capitolo 55, il profeta non parla della salvezza, cioè della liberazione come evento salvifico da questa situazione di sofferenza. Dell’intervento del Dio Liberatore aveva parlato prima, nel capitolo 54 (v.7): «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò…», dice il Signore, il tuo salvatore. La salvezza: il ritorno in patria per mano del Dio che ti ha liberato dalla casa di schiavitù. Per dirlo col primo esodo: qui non siamo al Mar Rosso, ma entriamo nella terra promessa.

Nel capitolo 55 il profeta parla di quel che segue, del vivere nella sfera della salvezza, del vivere nella terra promessa, e del vivere bene, nella benedizione di Dio. Detto con le immagini del testo: non solo acqua e pane, cioè il necessario per la sopravvivenza, ma vino e latte, cibi succulenti: il benessere.

Il benessere è frutto dell’invito: venite. Per il benessere tutti devono sentirsi invitati. Per il benessere di tutti, tutti si devono muovere, impegnare: venite.

Certo, qui non si parla di una prosperità economica. Qui il benvenuto non è il tuo denaro – qui, fra l’altro, visto positivamente, quale frutto delle tue fatiche, quel che riesci a fare, quel che riesci a dare. Qui il benvenuto sei tu. Qui la benvenuta sei tu. Gratuitamente. Immeritatamente, incondizionatamente, gratuitamente. Qui, dove? Appunto, dov’è che dobbiamo venire?

Venite a me. Qui conta la persona, la relazione. E ciò che fonda, ciò che costituisce la relazione: l’ascolto. L’ascolto della sua parola, della sua promessa, letteralmente ciò che Dio mette davanti a noi. L’ascolto del suo invito. L’ascolto profondo della consolazione e della motivazione della vita. Ascoltate e voi vivrete. E vivrete bene.

Nell’ascolto ritorniamo a essere quel che siamo: bisognosi, assetati, affamati, curiosi, umani. Abbiamo tutto, sappiamo tutto. Ma qui, davanti a Dio, nell’ascolto della sua parola, ci riscopriamo assetati, affamati, rifugiati. E sentiamo rinascere la curiosità, la necessità, la voglia di ascoltare, di incontrare, di conoscere persone nuove. La perfezione umana consiste nel bisogno di Dio, e quindi anche nel bisogno del prossimo. Venite a me, ascoltate e vivrete. E vivrete bene.

E qui siamo giunti al punto decisivo del nostro testo, a ciò che c’è da ascoltare, alla sua novità, alla sua svolta o rivoluzione, alla sua «Riforma protestante». Segnalato ancora una volta dalla parola ecco. Un duplice ecco. Il primo che guarda indietro, ed ecco la promessa a Davide, quale testimonio, principe e governatore dei popoli. Il ricordo di questa promessa, compromessa, messa in crisi dall’esperienza catastrofica dell’esilio babilonese – diciamo la lettura biblica, la consapevolezza e la coscienza della storia della salvezza, compromessa e messa in crisi dalle nostre esperienze negative, dal nostro peccato. Da questo primo ecco rivolto al passato nasce ora il secondo e decisivo ecco: la promessa storica biblica del re Davide passa ora a te. Ora sei tu il re Davide. Tu assetato, affamato. Appunto, perché affamato e assetato chiamerai nazioni che non conosci e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te.

La promessa di Davide non è più delegata al re, al papa o al vescovo, ma ora è di tutto il popolo e si estenderà a tutto il mondo. L’unica condizione di questa immensa responsabilità che ti è stata affidata, l’unica condizione di questa incredibile fiducia che è stata posta in te, è quella di essere assetati e affamati, di ascoltare, di accogliere l’invito: venite a me.

Come chiamati e chiamate dal Signore, come invitate e invitate dal Signore, trasmettiamo, predichiamo con la nostra stessa presenza, con tutto il nostro essere bisognosi della parola, con tutto il nostro essere bisognosi di Dio e del prossimo, quest’invito, questa vocazione, questa fiducia, questa benedizione alle persone che incontriamo: venite, ascoltate e vivrete, e vivrete bene.

Vi lascio con tre attualizzazioni nella nostra realtà oggi, dopo aver ascoltato queste parole profetiche fattesi carne nella predicazione e nella vita di Gesù di Nazareth: venite a me, ascoltate e vivrete… una per il «mondo», una per la chiesa e una personale, per ognuno e ognuna di noi.

Ecco, la prima che riguarda il «mondo»: Venite perché siete degli invitati e delle invitate da Dio è da annunciare a una popolazione invecchiata, rassegnata, per certi versi incattivita (da captivitas, il nome latino per l’esilio babilonese!).

Ecco la seconda, quella che riguarda la chiesa: Venite perché siete gli invitati e le invitate da Dio, sì, c’è da lavorare per l’ospitalità eucaristica, nella consapevolezza appunto che è il Signore stesso a invitare alla sua mensa, e che in fondo non siamo altro che affamati e assetati che ascoltano e accolgono il suo invito, che non siamo altro che invitati e invitate che pregano maranà tha, «vieni Signore nostro!».

Ed ecco la terza attualizzazione, piuttosto personale, l’esame di coscienza che ognuno e ognuna di noi si fa, quando sente l’invito del Signore e cerca – e poi trova anche – le scuse di cui ci racconta Gesù nella parabola del gran convito. Con questa parola profetica possiamo sempre misurare lo stato di salute della propria fede: ho ancora voglia di incontrare persone nuove? Sono ancora curioso a conoscerle? Non vedo l’ora di incontrarle personalmente in uno studio biblico, di condividere un’àgape con loro? Ho ancora fame del nuovo? Ho ancora sete dell’ultimo arrivato? Sento l’invito e trasmetto l’invito? O sono stanco, travagliato, spento e lo sento e lo trasmetto appena verso amici, parenti, alle persone alle quali mi sono abituato? Chi entra in questa chiesa lo sente che questa chiesa è una creatura della parola del Signore: venite? Che il suo orizzonte è l’invito che spinge verso il banchetto di tutti i viventi? Lo sente se qualcuno desidera leggere la Bibbia e spezzare il pane, anche il vino e il latte, anche cibi succulenti, con lui o con lei.

Per chi svolge un ministero, per pastori, anziani di chiesa e diaconi, quest’esame di sé stessi diventa estremamente importante, essere sinceri e onesti.

Fratelli e sorelle, se sentiamo venire meno questa fame e questa sete, se l’orizzonte della nostra vita non è più l’invito, è ora di ritornate alle acque, all’ascolto della sua parola: venite, ascoltate e vivrete. E vivrete bene.

Ecco, il tentativo di tre attualizzazioni dell’invito profetico, e ce ne sarebbe sicuramente ancora una quarta, che sai tu, perché sono quattro volte che ci chiama venite, sempre una volta in più di quel che pensavamo e credevamo noi.

E due volte dice ecco: il primo è lo sguardo nella Bibbia, una scoperta biblica, il secondo è lo sguardo sulla realtà in cui riscopri nuovamente questa parola biblica all’opera.

Venite a me; ascoltate e vivrete…

Dettagli
  • Data: Dicembre 11, 2022
  • Testi:
  • Passaggio: Isaia 55, 1-5